sab 14 Mar 2009 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

La casa del Padre mio

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo.

* il Pensiero Divino si fa Carne: la Gelosia di Dio

La cacciata dei mercanti dal tempio compiuta da Gesù a colpi di frusta rivela un aspetto del Pensiero originario di Dio sulle cose: Dio è geloso della loro autenticità. Molte religioni hanno presentato un Dio supremo, beato nella sua trascendenza e lontananza dalle cose create. Il Vangelo ci parla di un Dio simile a uno sposo o a un fidanzato: geloso della purezza delle cose che egli ama. Il tempio è il luogo degli appuntamenti di Dio con le sue creature: luogo di dialogo, di ascolto, di compagnia, di preghiera e di comunione. Guai a chi profana il tempio da luogo di incontro autentico fra Dio e la sua creazione, fra l’infinito e le cose finite, fra l’eternità e il tempo! Guai a chi lo degrada a spazio di interessi e di commercio, a spelonca di ladri.

La pura fonte dell’esistenza è gelosa della purezza dei ruscelli che da essa derivano. Così ogni uomo, nella parte più recondita della sua coscienza, sente il richiamo alla sua origine pura. C’è un’economia divina, originaria, impressa nelle cose fin dall’origine, che nessuno può profanare! La profanazione è il peccato. C’è il peccato politico che profana la giustizia sociale, a causa degli interessi e dei favoritismi. C’è il peccato culturale che profana la bellezza pubblica e l’armonia ambientale, a causa dell’esibizionismo e della ricerca della propria fama. C’è anche il peccato religioso, in cui è profanata l’economia della grazia divina. Sotto il nome delle cose sante, sotto lo stesso nome di Dio, si perpetrano ingiustizie, condanne, ruberie, furbizie. La religione ha lo scopo di fungere da custodia del Pensiero divino; ma, ecco, sovente si profana quel santo Pensiero, proprio mentre si esibisce di volerlo custodire.

La bimillenaria istituzione che è la Chiesa, depositaria del Vangelo che proclama i poveri beati, nel cui alveo camminarono milioni di pellegrini amando Dio, i fratelli e le cose, sì anche questa chiesa fa commercio della grazia! Commercio di souvenir religiosi che appagano l’ostentazione, anche nelle piazze antistanti i santuari dedicati a Maria, la povera vergine di Nazaret! Commercio soprattutto di affermazioni dogmatiche o di grazie ricevute che danno il senso della sicurezza e della realizzazione, esimendo dal percepire se stessi quali pellegrini, come di fatto siamo, in cammino verso ciò che non vediamo con gli occhi.

Un aneddoto dei Chassidim racconta:

“Un uomo della città di Sussja vide che egli era molto povero e mise ogni giorno un ventino nella sua borsa dei tefillin, perché potesse sostentare sé e i suoi. Da allora l’agiatezza dell’uomo crebbe ogni volta. Quanto più possedeva, più dava a Sussja, e più dava, più possedeva. Ma una volta rifletté che Sussja era un discepolo del Grande Magghid e gli venne in mente questo: se già il dono allo scolaro veniva ricompensato così copiosamente, quale ricchezza gli sarebbe venuta se avesse dnato al maestro! Così partì per Mesritsch e con molte preghiere ottenne che Rabbi Bär accettasse da lui un dono cospicuo. Da quel momento la sua agiatezza cominciò a dimunuire sempre più, fino a che tutto il guadagno del tempo benedetto fu scomparso. Allora, nella sua afflizione, andò da Rabbi Sussja, gli raccontò tutto e gli chiese che significasse:… Sussja rispose: ‘Vedi, fino a che tu davi e non guardavi in faccia a chi davi, Sussja o un altro era lo stesso, anche Dio ti dava e non stava a guardare a chi dava. Ma quando hai incominciato a cercare gente più nobile e più eletta a cui donare, Dio ha fatto lo stesso’”.

Finché l’uomo dà senza guardare in faccia a chi dà, anche Dio dà senza guardare in faccia a chi dà. Ma se l’uomo guarda in faccia, anche Dio fa lo stesso, perché il rapporto con Dio passa attraverso il cuore dell’uomo. «Con l’uomo puro tu sei puro, con il perverso tu sei astuto. Perché tu salvi il popolo degli umili, ma abbassi gli occhi dei superbi (Sal 18,27-28)».

La mercificazione religiosa consegue dal calcolo; e questo entra nella mente attraverso la porta di una dimenticanza che sconvolge tutto: dimentichiamo che il punto di partenza dello stesso nostro esistere proviene dalla grazia che gratuitamente ci dà di esistere. Gratuitamente: mentre noi eravamo ancora nulla! Non il nulla di qualcosa che comunque già è prefigurato e quindi atteso; ma il nulla di nulla! Eravamo nel pensiero di Dio; ma è Dio che chiama all’esistere l’uomo; non l’uomo che chiama Dio a crearlo! Il pensiero di Dio nel quale siamo pensati appartiene a Dio; il suo stesso pensarci è grazia sua. La nostra esistenza inizia ricevendo e sempre, nell’intimo delle sue fibre, rimane esistenza che è tale perché riceve. Riceve, mentre ancora non può nemmeno fungere da soggetto del ricevere. Lo stesso essere soggetto che riceve, lo stesso io che dice Io ricevo, è grazia ricevuta. L’io riceve di essere l’io che riceve. L’esistere scaturisce dalla gratuità pura!

L’uomo, composto fino al midollo di gratuità, può dimenticare il suo volto originario. Può pervertirsi nell’opposto di ciò che intimamente lo fa esistere; e vendere il cuore al calcolo. Calcolo nel rapporto con gli uomini e con Dio. C’è un traffico religioso più tenace e subdolo di quello che si compie sulle bancarelle davanti alle chiese o ai templi; è quello che è praticato nel cuore delle persone. È il rapportarsi con l’esistere in modo pretenzioso e attaccaticcio. Anche della devozione verso Dio, la fonte dell’esistenza, possiamo farne una compravendita; sotto il nome che invochiamo possiamo celare la brama di emozioni appaganti o di interessi egoici. Come una libidine spirituale, tenace e subdola!

Tutto diventa palese nel momento in cui qualche imprevisto c’impedisce di perseguire le nostre mire spirituali. Qualora il disgusto che proviamo risulti così pertinace da indurci ad abbandonare il cammino intrapreso, è segno evidente che quel nostro cammino religioso non ci apparteneva fino in fondo, e il nostro zelo religioso non era né sincero né equilibrato. Quanto chiamavamo devozione, o meditazione, era piuttosto libidine dello spirito. Chi ha un cuore sinceramente religioso, qualora è impedito di percorrere una strada, non si arrende ma ne deduce che la sua strada è un’altra. La cerca e la trova; comunque cammina. Lungo il cammino conserva un sano equilibrio e non si lascia andare a facili auto esaltazioni quando le cose vanno bene, e ad altrettanto facili auto lesionismi quando vanno male. Tutto ciò che è valutazione facile, in balia dall’emozione del momento, denota mercificazione.

La vocazione dell’uomo non è quella di comperare e possedere Dio; ma di essere come Dio e manifestarlo. Come Dio: carità e gratuità! Come Dio: non per un guadagno, ma per la gloria di esistere. Come Dio: lotta contro il male senza condannarlo, bensì trasformandolo in bene. Come Dio: non per andare in paradiso, ma perché il proprio posto dove la carità ci colloca è il paradiso. È in paradiso colui che aiuta gli altri; è in paradiso colui che è aiutato dagli altri. È in paradiso colui che prega per tutti; è in paradiso colui che non prega perché impedito, ma beneficia della preghiera di chi prega, dando a chi prega un senso al suo pregare.

Nella lingua giapponese c’è un bel vocabolo che tradotto letteralmente significa: chiara povertà, oppure chiarezza povera. È scritto con due ideogrammi accostati: seihin. Hin dice povertà; sei invece dice chiarezza. L’ideogramma di sei è composto dal segno di acqua e di verde. Richiama l’acqua che scorre nei ruscelli con le erbe acquatiche che lambiscono la corrente. Seihin è usato anche nella chiesa cattolica giapponese per indicare la vita di Francesco d’Assisi; e anche per dire il voto di povertà di chi si consacra a Dio.

Lungo il percorso della vita il nostro cuore più volte viene profanato dalle tante impurità, come le vesti del pellegrino restano imbrattate di polvere e fango. Il Pensiero divino, nel quale siamo venuti all’esistenza, si fa carne. È geloso della nostra bellezza originaria che ora ci è profanata e derubata. Prende la frusta in mano e caccia via i ladri della nostra bellezza. I quali a volte entrano da pertugi esterni, a nostra insaputa; ma ancor più volte accedono dai corridoi interni della nostra complicata coscienza.

p.Luciano

* l’Idolo del Mercato

Siamo alla prima Pasqua vissuta pubblicamente da Gesù: Giovanni dà alla cacciata dei mercanti dal tempio un rilievo molto maggiore di quello che gli danno gli altri evangelisti, per i quali sembra essere piuttosto un evento marginale. E ne approfitta per fare un parallelo fra il tempio e il corpo, che è per noi prezioso. Riflettiamo dunque su questo doppio messaggio: a non fare dalla casa del Padre un luogo di mercato e a considerare il corpo alla stregua del tempio sacro.

Portate queste cose via, e non rendete la casa del padre mio casa di emporio: tradotto molto letteralmente il testo dice così. Ci sono molti modi per fare del tempio, edificato come luogo di culto per il rapporto diretto fra l’uomo e Dio, un luogo di mercato, un emporio di compravendita di beni. Nel caso dell’episodio evangelico si tratta di beni materiali, pecore, buoi, colombe e valute di vari paesi; ma è evidente che la compravendita dei beni spirituali non è meno mercato, non è meno emporio da scacciare dal tempio. Oggi come mai è forte la tentazione di quella religione del benessere, materiale e spirituale, che fa del tempio un mercato. Si va diffondendo un’idea, magari non esplicitamente affermata ma implicitamente condivisa, che la religione debba servire a stare meglio, debba essere uno degli elementi che favoriscono il benessere, vero idolo al cui culto tanta parte della cultura contemporanea pare votata. Prolificano così le forme religiose che promettono benefici ai propri adepti e che considerano questi benefici come segni del buon funzionamento della fede. Prolificano i connubi fra diverse pratiche religiose, veri e propri empori dello spirito, al fine di migliorare gli effetti che producono sui praticanti. La mentalità di mercato dilaga anche nel campo religioso, e tante sono le cosiddette conversioni sospette, di persone che cambiano religione perché la nuova funziona meglio della vecchia, e tanti sono i sospetti che gravano su vari giubilei che affollano i calendari. In troppi casi il tempio non è più il luogo dove si va per aprirsi al mistero, per depositare i pesi di cui la vita ci carica, per rivolgere la preghiera che urge nel cuore, per rinnovare il rapporto fra la mia vita e la sua origine e fine: ma il luogo dove si va per guadagnare qualcosa, per ottenere un risultato che mi prefiggo, come fosse una palestra per il benessere dello spirito. E si va oltre: oggi si tende a fare del mercato un tempio, l’idolo da adorare e da anteporre a ogni altro valore: le leggi del mercato, le esigenze del mercato, le risposte del mercato… Portate via queste cose…..

Il segno che i Giudei chiedono Gesù lo dà stabilendo il rapporto di identità fra il tempio e il corpo: il primo luogo d’incontro fra Dio e l’uomo è il corpo dell’uomo. Nel buddismo si dice esplicitamente che le creature divine e celestiali invidiano all’uomo proprio il fatto di avere un corpo umano: che vorrà dire, se il corpo è un limite, a volte un peso mal sopportabile, spesso una fonte di problemi e di tentazioni? Vuol dire che il corpo nel suo complesso (soma in greco) che comprende l’intelletto e la coscienza e tutte le facoltà umane, oltre alla carne e ai sensi fisici, è la sede più adatta al rapporto fra la vita individuale e l’origine della vita universale, rapporto complesso e ricco, di cui la fede è il segno più costruttivo. Gli angeli e gli dei contemplano, si dice, la verità, e non hanno quindi più nulla da scoprire: l’uomo ha con la verità un rapporto molto più complesso, proprio perché non contempla ma si muove spinto dalla fede, e fa continue scoperte. È il corpo la sede e lo strumento di questa vitalità: per questo il buddismo e il cristianesimo glorificano il corpo come tempio eccelso.

Ma la glorificazione del corpo non passa dalla sua esaltazione narcisistica, ma attraverso la sua offerta: il segno che Gesù dà ai Giudei (a noi tutti) non è quello del corpo trionfante, che riguarda piuttosto altre figure dell’Antico Testamento, come Enoc ed Elia che non muoiono, ma quello del passaggio attraverso la morte, la distruzione del corpo, che è la più universale delle esperienze, come condizione necessaria per la risurrezione. Chi non è caduto a terra non può risorgere da terra, dice un’espressione buddista. Come può risorgere dai morti chi non è morto? Il tempio tanto amato e protetto, vera sede dell’incontro con Dio, deve morire, essere distrutto: solo così può operare la risurrezione. Così è sconfitto l’idolo del mercato, che con apparenza tanto seducente circola nei nostri templi e alletta i nostri corpi.

Jiso

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