sab 11 Apr 2009 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

La tomba vuota e il messaggio dell’angelo

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro allevar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall’in­gresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era giàstato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro,perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

  • Il rapporto divino di morte e vita

La Pasqua, la festa del passaggio morte-vita, è la madre di tutte le feste del cammino cristiano, perché contiene tutto il Vangelo annun­ciato da Cristo. Tuttavia anche nell’uomo battezzato persiste una ra­dice pagana che inquina il vero significato della Pasqua, riducendola a semplice vittoria della vita sulla morte, come fosse la festa della vita contro la morte. Invece la Pasqua è festa grande perché celebra la morte e la vita nel loro rapporto inscindibile ed eterno, come da sempre è pensato nel cuore di Dio che provvede la vita e la morte, la morte e la vita. Mentre festeggiamo la Pasqua, tutto continua a vi­vere e morire. La Pasqua cade nella domenica del primo plenilunio di primavera, quando gli esseri viventi si svegliano dal letargo inver­nale e riprendono a pulsare di vita. Pulsare di vita altro non è che of­frire la vita dentro di sé come su un altare, dove la vita muore e, mo­rendo, è vita. Muoiono i fiori per essere la vita del frutto, muoiono i frutti per essere la vita del seme, muore il seme per essere la vita del germoglio. Muore l’agnello per essere il cibo pasquale dell’uomo; muore l’uomo per far ritorno al tutto che sostiene il tutto. Muore Cristo per redimere la creazione alla sua bellezza originale.

La Bibbia, libro molto voluminoso, giunto alla Pasqua diventa estremamente sobrio e conciso. La Pasqua è la soglia dove può arri­vare l’uomo camminando lungo ciò che accade rtella storia; ma giunto a quella soglia c’è solo da affidarsi alla fede. C’è solo da salire sull’altare del rapporto divino morte-vita e offrirsi. Festeggiamo la Pasqua con molta semplicità e gioia! Se l’uomo rimane attaccato alla vita di questa sponda, oppure se al contrario brama la vita dell’altra sponda, ha perso la semplicità e la gioia per fare la festa della Pa­squa. La Pasqua non è questa sponda, né quella; non è né la vita prima della morte, né quella dopo la morte. La Pasqua è rapporto divino di morte-vita come senso profondo di ogni momento di que­sta e di quella sponda, prima e dopo la morte fisica. Nella Pasqua la morte non è il momento prima della risurrezione, né la risurrezione il suo momento dopo. Morte e vita sono un rapporto inscindibile e fecondo, in cui morire è essere con il Signore e vivere è essere con il Signore. Morte e vita sono il rapporto che è amore: «Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Si­gnore; se noi moriamo, moriamo per il Signore» (Rm 12,7-8).

Nel Vangelo l’avvenimento della Pasqua di Cristo è soltanto ab­bozzato con poche parole, gesti ed episodi. Nel caso del Vangelo se­condo Marco la descrizione di ciò che avvenne nella mattina della ri­surrezione è estremamente scarna. «Passato il sabato, Maria di Mag­dala, Maria di Giacomo e Salome comperarono oli aromatici per an­dare a imbalsamare Gesù», Poche parole e gesti per delimitare la so­glia dove può giungere l’uomo con la sua ragione e i suoi sentimenti quando si trova a tu per tu con il mistero di vita e morte, di morte e vita. Gli oli aromatici versati sulla salma indicano ciò che l’uomo può fare per la persona cara che muore: rimpianto, ricordo, augurio. L’uomo ha formulato tante teorie come per dare consistenza ai suoi sentimenti, e ciò lo consola nel momento del lutto. Parla di paradiso secondo la categoria umana di felicità: un modo per trattenere la persona cara al di qua della soglia della Pasqua. Oppure parla di reincarnazione: altro modo per morire senza morire. Ma morire senza morire è anche vivere senza vivere: infatti chi rimanda ad altre incarnazioni non vive il momento presente come momento che con­tiene il tutto. La reincarnazione è una teoria che vanifica il tempo.

«Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato»: l’alba è il tempo che si confà per manifestare la Pasqua: dalla notte si di­schiude la chiara luce del giorno. La luce è chiara, perché la notte da cui nasce è buia. I colori delle cose sono il gioco della luce e della te­nebra; ma né la luce da sola né la tenebra da sola esistono; come non c’è la morte da sola o la vita da sola, ma il rapporto divino di morte e vita. Chi abitualmente non sperimenta l’attesa dell’alba, ignora il rapporto divino di tenebra e luce, non sa come le cose emergono dal buio e si vestono di colori. Non conosce più la freschezza dell’alba accolta nel silenzio dello zazen, nell’ascolto del Vangelo e nella pre­ghiera della lode. Celebriamo Pasqua riscoprendo la pratica reli­giosa dell’alba, il tempo del risveglio del Budda e della risurrezione di Cristo!

p.Luciano

  • Cerca dove si trova

Le narrazioni dell’evento pasquale sono molto diverse nei quat­tro Vangeli e in particolare sono diversissime quelle dei sin ottici (Matteo, Marco e Luca) e quella di Giovanni. Su questo fatto si è pensato, detto e scritto tantissimo.

C’è un’espressione che ricorre identica in Matteo, Marco e Luca: «Non è qui. È risorto». Quella tomba vuota risuona ancora dell’eco di quelle parole. Non è qui. Non è nel luogo dove il buon senso porta a cercarlo. Là dove era evidente che fosse. Là dove tutti pensano di trovarlo, dove nessuno si stupirebbe di trovarlo. Il morto è morto, giace nella sua tomba, e noi che l’amavamo andiamo a piangerlo, a portar fiori e preghiere. Niente di male in questo, anzi: la tomba di una persona amata è un luogo di raccoglimento, di affetto disinteres­sato, di memoria silenziosa. Dobbiamo sapere, però, che la persona o le persone che ci mancano, che sono morte, non sono là, nella tomba. Nella tomba non c’è nulla, o meglio, c’è il nostro rapporto con la morte.

Noi Cristo lo cerchiamo sempre dove pensiamo che sia, dove ci aspettiamo di trovarlo. La nostra ricerca si orienta sulla base delle nostre aspettative, come quella dei discepoli di Gesù, che vanno al sepolcro perché pensano di trovarlo là. Non ascoltano la voce che li chiama, che già ha detto loro dove possono trovarlo: ascoltano la voce del loro buon senso, che dice che i morti stanno nelle tombe. Così cercano i morti, come noi quando cerchiamo la verità nel cimi­tero dei nostri convincimenti.

Il buddismo insegna che chi cerca la via si allontana da essa pro­prio perché la sta cercando. Non è vero che chi cerca trova: o meglio, è vero solo se si sa già dove cercare, solo se si è già trovato il luogo in cui cercare. In altre parole, solo sapendo di essere già ora qui sulla via, ha senso cercare la via. Solo se so già che Cristo è ora qui con me dovunque sono, ha senso cercare Cristo. Invece, la ricerca orientata sulla base del nostro buon senso ci conduce in un vicolo cieco, sul sentiero dei morti, in una tomba vuota. La tomba è vuota perché ciò che stiamo cercando non è dove pensiamo di trovarlo.

Cercando Cristo in questo modo, noi ne facciamo un morto, non il Risorto. Noi cerchiamo Cristo secondo l’immagine che ci siamo fatta di lui. Una specie di sindone animata, un simulacro vecchio e immutabile. Che fatica facciamo a liberarci dell’idea fissa che ab­biamo di Cristo! Persino i discepoli a lui più vicini sono andati a cer­carlo in una tomba. E invece là non c’è nulla, perché Cristo si è al­zato. La parola greca per risorto è eghertse che vuol dire letteral­mente «alzarsi, sollevarsi». È il verbo che Gesù usa nell’occasione di molte guarigioni: alzati e cammina; e che è usato da tutti e quattro gli evangelisti per indicare le avvenute guarigioni. (Invece quando si parla della risurrezione in termini teorici o filosofici o fideistici viene usato un altro verbo). Nella semplicità di questa parola – si è alzato – c’è tutta la potenza di una realtà: Cristo è introvabile se ne fac­ciamo qualcosa da andare a cercare nel luogo dove lo immaginiamo fisso, prevedibile, statico. È invece vero e reale se ci rendiamo conto che si è alzato e ci invita a seguirlo su un sentiero che parte da qui, proprio da qui dove siamo. Quella tomba vuota è la porta spalancata attraverso cui dobbiamo passare: è normale che incuta paura e che il Vangelo di Marco (così sobrio nella sua enunciazione) termini qui. Da qui inizia il cammino che è unico per ciascuno.

Jiso

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