dom 17 Mag 2009 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO
  • Quando verrà il Consolatore

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro legge: Mi hanno odiato senza ragione.

Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spi­rito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.

Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucci­derà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato.

Non ve le ho dette dal principio, perché ero con voi. Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda.’ Dove vai? Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tri­stezza ha riempito il vostro cuore. Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete ca­paci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorifi­cherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

  • Il pensiero divino si fa carne: la nottata

L’uomo sempre si è chiesto perché Dio non si manifesti chiara­mente e lo abbandoni in questo modo, nei suoi dubbi. Quante per­sone sono in sincera ricerca del senso profondo della realtà; in altre parole, di quel quid ultimo che chiamiamo Dio! Eppure Dio conti­nua imperterrito a restare nascosto, quasi guardasse da una fessura, divertendosi di quell’agitarsi dell’uomo nel breve arco della sua vita. Il salmista ha detto: «Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore» (Sal 2,4) Quante madri lo hanno invocato per il bene dei loro figli! Una donna madre di tre figli ancora piccoli lottava contro il tumore al seno, elevando suppliche ferventi per essere liberata da quel male e poter accudire alla crescita dei figli! Il marito e tanti amici pregarono con un cuor solo e un’anima sola; ma quella donna morì, lasciando al giovane marito un lattante e altri due bimbi. Dio, se c’è, perché non è intervenuto? Riferisco questo esempio perché l’ultimo di mia conoscenza; ma di quanti casi simili o ancor più drammatici è intessuta la storia umana e di tutte le creature!

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«Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» (Mc 15,34). Il dubbio sulla reale presenza di Dio crucciava anche Gesù nel suo spirito, quando stava appeso alla croce. I sommi sacerdoti del tempio lo insultavano: «Ha salvato altri, non può salvare sè stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché ve­diamo e crediamo» (Mc 15,31-32). L’uomo vuoI vedere per credere. E quale altra via ha per credere, se non quella di vedere almeno un segno? «Dona al tuo servo la tua forza, salva il figlio della tua an­cella. Dammi un segno di benevolenza» (Sal 86,16-17): così pregava il salmista dell’ Antico Testamento.Secondo la nostra mente dove c’è Dio ci dev’essere anche la sua gloria, che noi interpretiamo come trionfo o benessere. Invece, ec­coci davanti allo scandalo del Vangelo: il Pensiero di Dio si fa carne, è umiliato e soffre come ogni altro essere umano, giungendo a toc­care il fondo della condizione umana. «Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro legge: Mi hanno odiato senza ragione». Perché l’uomo deve odiare Dio? E perché Dio si lascia odiare? Op­pure, come direbbero tutti i disperati, perché lui stesso si fa odiare?

Ci saranno persecuzioni e lotte! Gesù lo afferma palesamente. Alla domanda «Perché?», risponde che ciò non è per una ragione. Piuttosto è così perché si devono adempiere le Scritture, alle quali anche Dio è tenuto a obbedire. Così il Padre non invierà le sue le­gioni per liberare il Figlio arrestato nell’orto degli Ulivi. A Pietro, che aveva sfoderato la spada per difendere il Maestro, «disse: “Ri­metti la spada nel fodero perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Pa­dre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?”» (Mt 26,52-54).

Certamente il Pensiero divino originario che custodisce i segreti della creazione, non è il trionfo di Dio. Se questa fosse stata la sua volontà, la creazione sarebbe un’altra: sarebbe limpida, senza con­torcimenti, dolce, accolta e portata avanti da tutti con facilità. Ma Dio non ama manifestarsi come sovente fa l’uomo, mettendosi in mostra. L’anima di Dio è intimamente pudica, umile, rispettosa; usando le espressioni tecniche della psicologia umana, si dovrebbe dire che Dio è timido. Nessuna preghiera, anche la più fervorosa, de­gli uomini lo può convincere a mostrarsi sul palcoscenico della storia come un Dio di cui si possa dire: Eccolo qua, eccolo là!

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«Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, per­ché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò». Qualsiasi guida religiosa avrebbe asserito che la sua presenza è ancora necessaria per disce­poli così gracili e instabili, quali erano i dodici compagni di Gesù: Giuda aveva già pattuito il tradimento; Pietro aveva appena litigato cogli altri affermando la sua superiorità; tutti gli altri avrebbero ab­bandonato il Maestro al momento del suo arresto. Può un maestro che sia serio asserire che è bene che lui se ne vada per fare spazio ai discepoli, se questi sono persone ancora così immature? Una do­manda simile senz’altro disturba la pace di molti genitori, quando un figlio fa loro capire che non ha più bisogno delle cure paterne e ma­terne. Ugualmente disturba la pace anche di noi sacerdoti, che, pur affermando che i laici sono attori di cammino di fede, troviamo sem­pre mille motivi preoccupanti per rimandare sine die il giorno del­l’autonomia laicale. Invece Gesù, nella calma più fiduciosa, afferma: «È bene per voi che io me ne vada».Il Pensiero divino è umile: si affida all’opera dello Spirito Santo. Ogni pensiero che non si affida allo Spirito, inacidisce e diventa vio­lento. Così i nostri progetti, così i nostri ruoli, così i nostri servizi reli­giosi: se non sanno ritirarsi e affidarsi a ciò che è più profondo e più grande! Inaridiscono e fanno del male.

Dobbiamo riconoscenza a Giovanni perché nel suo Vangelo ci presenta Gesù come la persona umana nella quale ha preso dimora il Pensiero divino; tuttavia non avverte minimamente la tentazione, di tipo devozionale che alletta tanti di noi, di mistificarne il volto. È la tentazione di svuotare la sua umanità dei limiti e condizionamenti umani in cui soltanto l’umanità esiste. Gesù è il primo testimone della sproporzione che costituisce ciò che ogni credente è: realtà li­mitata e idealità illimitata. L’uomo, se si attacca all’uno o all’altro aspetto, potrebbe ritenere la sua esistenza una disgrazia, un qualcosa di mostruoso. Invece, se affida il Pensiero allo Spirito, l’ideale alla paziente carità, allora gli opposti di limite e non limite diventano le sponde che proteggono la sua fede, speranza e carità. Gesù, annun­ciandoci il Vangelo, lascia intatto il mistero della realtà. Il mistero infatti è divino, ossia fa comunicare con Dio, rimanendo mistero; è umano, ossia conduce alla pienezza il vagare dell’uomo, rimanendo mistero. Così le radici degli alberi devono rimanere sepolte nell’o­scurità della terra e solo così sono le radici vive dell’albero. Gesùnon le tira fuori per dame una spiegazione razionale convincente: egli, il Pensiero divino, sa che le radici sono tali soltanto rimanendo invisibili. Così i segreti dell’amore: quando fossero messi in pubblico significherebbe che quell’amore è finito; o, meglio, che l’amore nella sua pienezza non c’è mai stato.

L’esistenza è una nottata! È confortata dalla luce di una lam­pada che illnmina; e illumina perché l’olio si consuma. Così il Cristo si ritira e muore e la lampada della fede, della speranza e della carità continua a brillare.
p.Luciano

  • La santissima unità

Nel breve brano di Vangelo che oggi leggiamo, due annunci col­piscono per la loro inequivocabilità che contiene un’inesauribile ca­rica rivoluzionaria. Rivoluzione, non nel senso di violento rivolgi­mento dei valori, ma in quello di moto perpetuo.

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Il primo annuncio è che il Vangelo così come lo conosciamo, nella sua forma codificata di resoconto dell’insegnamento di Gesù, non contiene tutto quell’insegnamento, perché Gesù stesso non ha detto tutto quello che avrebbe potuto dire. La preoccupazione di af­fermare, in modo impossibile da fraintendere, che il messaggio di cui Gesù è portatore non è confinabile in una formulazione verbale è così forte in Giovanni, che egli ce la fa dire da Gesù stesso, in questo passaggio, e poi la riconferma a chiusura della sua narrazione:

«Que­sto è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,24-25).

Detto in altre parole, il messaggio è che la verità non si esauri­sce nelle pagine del Vangelo o nelle parole di Gesù, ma continua ol­tre. La verità non è un dato statico che può essere detto una volta per tutte; la verità non è un enunciato postulato in passato, per cui dobbiamo voltarci indietro per guardare ad esso; la verità non è la formulazione della verità. Questo è quanto ci dice Gesù.

Viene immediato, a questo punto, dare ascolto a un’altra voce, quella di Budda, che dice ai suoi discepoli: Non dovete fare di me un oggetto di fede, né di me né dei miei insegnamenti, ma credere nel sé che è in ognuno di voi. Ciò non significa, ovviamente, che non dob­biamo aver fiducia in Gesù e nel Vangelo, o in Budda e nel suo inse­gnamento: vuoI dire che non dobbiamo fare di essi degli oggetti di fede, come fossero elementi immobili posti fuori di noi; sono invece all’interno della nostra vita e si muovono con essa, altrimenti non sono niente. Ecco allora lo Spirito di verità che vi guiderà alla verità tutta in­tera. Gesù parla al futuro, facendoci intendere che non dobbiamo guardare al passato ma nella direzione della nostra vita, di fronte a noi. Lo Spirito di verità è una bellissima espressione, ma è non meno bello lasciare che suoni proprio come la troviamo in greco: il respiro della verità (to pneuma tes aletheias). Pneuma vuol dire soffio, vento, respiro, forza, ardore, coraggio, spirito.

Ogni tanto è bene, credo, spersonalizzare questo concetto di Spirito, che siamo troppo abituati a intendere come fosse una forma definita. Il vento della verità vi guiderà nella verità completa: questa lettura è del tutto attinente al testo originale. Adottandola, io com­prendo meglio le parole che seguono: infatti non parlerà da se stesso, ma dirà quelle cose che ode, e vi annunzierà ciò che va ad essere. Comprendo l’importanza fondamentale di affermare con forza che il soffio della verità che parla dentro di noi non è la nostra personale elaborazione della verità, ma il testimone interiore della verità, che ci guida a prendere dimora nella verità e ci indica la direzione da dare alla nostra vita. Infatti annunzierà le cose future: le cose future, in greco ta erkomena, sta a significare ciò che accade, ciò che viene, quindi ciò che ci sta di fronte, la direzione da prendere. Farsi indicare la direzione dal vento della verità vuoI dire prima di ogni altra cosa mettere in azione dentro di sé il vento della verità: lo Zen insegna che per fare questo è bene, innanzitutto, imparare a non dare retta a nessuna formulazione della verità come se fosse la verità in se stessa.

Il secondo annuncio di questo Vangelo è l’annuncio dell’unità. Credo si possa dire che oggi si celebra l’Unità, insieme alla Trinità: unità di Spirito, Figlio, Padre, e unità di avere ed essere. Lo spirito, il vento, è ciò che porta il vento: non c’è vento senza l’aria che il vento trasporta, non c’è vento senza la brezza che il vento suscita. Per le nostre orecchie, il rumore del vento è il vento. Gesù dice che lo spi­rito della verità prende del suo: come il vento che prende la musica e la trasporta diviene quella musica, così lo spirito che prende da Cri­sto trasporta Cristo divenendo Cristo. Non può esserci nessuna frat­tura, nessuna sovrapposizione. Gesù dice: «Tutto quello che il Padre possiede è mio»: afferma che l’identità di Padre e Figlio è data dall’avere. Tutto ciò che il Padre ha, lo ha il Figlio: ma nel Padre, il Creatore di tutto ciò che è, il cui nome è Sono colui che sono, avere è essere: non può avere qualcosa oltre se stesso. Il Figlio, che ha tutto ciò che ha il Padre, è tutto ciò che il Padre è. Lo Spirito, che prende tutto ciò che è dal Figlio, prende tutto dal Padre: è Figlio, è Padre. Ma l’unidimensionalità dell’essere è resa polidimensionale dall’a­vere: l’avere – quantità – arricchisce l’essere – qualità – senza aggiun­gere nulla: l’Unità e Trinità senza dividersi.

Jiso

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