ven 1 Mag 2009 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Io sono il bel pastore

«Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pe­core. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. lo sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Pa­dre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nes­suno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di of­frirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio»

  • Il pensiero divino si fa carne: il pastore dell’Essere

La traduzione italiana ha leso la finezza della parabola usata da Gesù, sostituendo l’espressione originale il bel pastore (in greco poi­men o kalos) con quella a noi familiare di il buon pastore. Eppure ècosì significativo l’aggettivo bello per dire il rapporto che Dio ha con la sua creazione, con ognuno di noi! È scontato che Dio sia buono nei nostri riguardi: infatti perdona, avvolge di misericordiosa pa­zienza, dona la grazia! Tuttavia spesso il nostro parlare della miseri­cordia divina conserva un sottofondo di scontentezza, direi che diamo al discorso sulla bontà di Dio un colorito alquanto cupo, un po’ brutto. Insomma, ci dispiace che la misericordia di Dio sia sco­modata per colpa nostra. Ci immaginiamo che a Dio costi il perdonare e il pazientare, come costerebbe a noi esseri umani. A volte perfino ci preoccupiamo di consolare Dio che soffre per noi e lo fac­ciamo parlando male di questa nostra condizione umana; perché è a causa della nostra debolezza che Dio deve soffrire. Ai nostri occhi la pazienza, la misericordia, la croce, il perdono, non sono mai cose belle fino in fondo; conservano sempre un non so che di scontenta rassegnazione che incupisce. Potremmo mai pascere con bellezza una realtà che non abbiamo accettato fino in fondo? Heidegger chiama l’uomo il pastore dell’essere. C’è un pascere mesto; c’è un pa­scere bello! C’è il pascere con affetto e c’è il pascere sofferto, subìto, buio. C’è il benedire la vita e c’è il maledirla. Gesù testimonia la bel­lezza del pascere con affetto, bello fino in fondo, al punto di dare la vita. Così egli pasceva le sue giornate, i suoi incontri, il rapporto con i suoi discepoli e perfino, meglio dire soprattutto, l’incontro con i peccatori.

Poche professioni domandano all’uomo un duro coinvolgi­mento del suo corpo come quello di pastore del gregge. Il pastore èpastore con il suo corpo. Non occorrono grandi studi della mente, néparticolari doti estetiche, né uno speciale ingegno. Occorre fare il pastore con tutto il proprio corpo. Con il suo corpo il pastore si im­medesima nel corpo del suo gregge: si alza di buon mattino perchégli animali, all’apparire della prima luce, vogliono uscire in cerca di cibo; apre quindi l’ovile e conduce al pascolo le pecore. Quando queste si spostano da una valle a una montagna, il pastore le pre­cede. Se si accostano troppo a un campo coltivato, si frappone tra il campo e il gregge per impedire che le pecore entrino nelle coltiva­zioni e le danneggino. Se le pecore riposano, anche il pastore riposa: si ferma e attende. La sera poi le riconduce all’ovile o a un qualche riparo sicuro. Se soffia il vento, si appoggia al bastone per resistere; se piove, si copre con qualche parapioggia; se il sole infierisce, fa uso di un largo cappello o, se è fortupato, gode dell’ombra di qualche al­bero. Quando, a Natale o a Pasqua, tutti interrompono il lavoro per far festa, il pastore continua a curare il suo gregge. Non c’è vacanza per il pastore; l’unico suo riposo è riposare quando le pecore ripo­sano.

«lo sono il buon – bel – pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore». Siamo abituati a pensare a un amore di Dio che è buono e misericordioso; meno invece conosciamo l’amore di Dio che è bello. Bello per Dio; bello per noi. Ci sarebbe bellezza nell’uomo senza Dio? Ci sarebbe bellezza in Dio senza l’uomo? Di certo non avremmo la parabola del bel pastore. La religione diventa bella quando è corporea e le idee sono incarnate nella vita reale. Dio è bello perché è Pensiero divino che prende carne: ha quindi il corpo bello che è la creazione, soprattutto l’umanità creata a sua immagine e somiglianza. Bello è Dio dal volto umano!

Siedo in zazen e così si manifesta la comunione del mio corpo con il corpo universale. Percepisco il bel pastore che pasce il gregge dell’essere: sento il profumo dell’erbetta e la puntura dell’insetto. Celebro l’eucaristia e mi alimento del corpo bello del Cristo. Così il mio corpo diviene il campo dove porta frutto l’amore. Un antico inno cristiano canta il Cristo che pasce fra i gigli delle valli, descri­vendo il bel pastore con le espressioni della cultura greca. Così lo hanno raffigurato gli artisti bizantini negli stupendi mosaici raven­nati, soprattutto nella volta del Mausoleo di Galla Placidia.

C’è una somiglianza profonda fra il pascere l’essere nel cristia­nesimo e nello Zen, anche se le forme sono molto differenti: quella cristiana è inscindibilmente legata all’opera della persona di Cristo e di ogni persona, quella dello Zen, almeno così comprendo io, è più legata all’opera della grande e autentica natura.

p.Luciano

  • Il pastore bello

Questo brano di Vangelo, così famoso, è, a parer mio, uno di quelli cui la traduzione italiana rende meno giustizia. Non si tratta di sottigliezze, ma di una scelta di parole che inducono a un’interpreta­zione che toglie sfumature: e credo che le sfumature siano molto im­portanti in un testo religioso, perché rendono la multiformità della vita.

Nell’uso corrente sentiamo sempre parlare di buon pastore: buono richiama una qualità morale, implica un giudizio morale. Il greco invece dice kalos, che significa bello. Ma kalos non è solo bello in senso estetico, è bello in quanto rappresentazione fedele e imme­diata del vero. È il modo greco di dire la forma perfetta, che è in ar­monia con il posto che occupa e con tutto ciò che la circonda. Infatti filocalia / amore del bello è detta la ricerca della retta via dei padri del deserto dei primi secoli del cristianesimo, e con questo nome si intitola la raccolta dei loro scritti. Noi siamo indotti a pensare che bello sia come una patina messa sulle cose per renderle diverse da ciò che sono adeguandole a canoni stereotipati di piacevolezza. Op­pure che sia bello ciò che corrisponde a canoni estetici che variano con i tempi e con le mode. Invece kalos è il bello sempre, il bello che non passa, perché è il segno dell’eterno nel tempo, sia esso un tra­monto, un brano musicale, uno sguardo o un sorriso. Il pastore bello, secondo il pensiero orientale, si direbbe forse il pastore vero, che fa ciò che è, che è ciò che fa, in modo appropriato. È l’opposto del mer­cenario, in greco mistotos, il salariato, colui che fa un lavoro per per­cepire uno stipendio, per mestiere, e non perché si riconosce in quel lavoro.

Il buon pastore offre la vita per le pecore, alla lettera suona: il pa­store vero pone (stabilisce) la sua vita per le pecore. VuoI dire che de­dica la sua vita alle pecore, che stabilisce nelle pecore il criterio della sua vita, perché pastore e gregge sono tutt’uno. VuoI dire che vive in mezzo alle pecore e per le pecore: l’offerta della vita, qui, non è un gesto eroico, ma una simbiosi, un essere insieme momento per mo­mento, una continuità di vita. Infatti gregge e pastore si dicono quasi nello stesso modo, rispettivamente poimné e poimen, quasi a indi­care anche foneticamente l’interdipendenza: non c’è gregge senza pastore, ma solo un branco di pecore, e ovviamente non c’è pastore senza gregge.

«Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio». Proviamo a leggere così: «Per questo il padre mi ama, perché io pongo la mia vita, per nuovamente riceverla. Nessuno la leva a me, ma io la pongo da me stesso: ho facoltà di porla, e ho facoltà di riceverla di nuovo, questa istruzione ho ricevuto da mio padre».

Nulla vieta che leggiamo anche in questo modo letterale il brano precedente. Mi pare opportuno farlo, accostando la seconda alla prima lettura, non per stabilire quale delle due è più veridica, ma per cogliere un profumo che altrimenti è troppo tenue: il pro­fumo della libertà. È molto evidente che le parole di Gesù sottoli­neano la libertà della scelta di dedicare la propria vita, fino in fondo: di dedicarsi liberamente ad essere ciò che è. Ottemperare l’istru­zione, il comandamento del Padre è una scelta libera, di libertà. Al­trimenti è ipocrisia, oppure calcolo. Porre la propria vita al servizio della propria bellezza, che è la propria autenticità e vocazione, è in sé riceverla di nuovo: quale maggiore libertà che trovare il premio nel corrispondere a essere ciò che veramente si è?

Jiso

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