dom 20 Dic 2009 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO
Villa Vangelo e Zen, Natale 2009
  • una riflessione

La scena di una di una giovane coppia che va a campi nei pressi di Betlemme, in cerca di un luogo protetto dove dare alla l

uce un bambino, è la vivida immagine dell’oggi che stiamo vivendo. A me evoca anzitutto la scena dei barconi stracarichi di gente che attraversano il mare in cerca di fortuna; in particolare quelle donne con il pancione, rannicchiate nella stiva, che attendono di raggiungere la riva ove poter partorire il frutto del loro seno. Quel frutto, probabilmente concepito attraverso lo stupro subito da parte di qualche violento compagno di sventura, ha la stessa dignità e purezza del frutto del grembo virginale di Maria. E anche quella donna, stuprata violentemente, ha la stessa dignità di Maria così delicatamente accudita dallo sposo Giuseppe. Contrasto di miseria e santità che si perpetua nella barca dell’esistenza, mentre la vita rigermoglia sempre nuova, sotto il cielo terso che avvolge l’alto mare.

Mai come in questa epoca – epoca storica, oppure epoca personale di un settantenne – sento la precarietà che ci avvolge fuori e ci abita dentro. La sento come l’umidità che permea le ossa nei giorni di nebbia. La precarietà del lavoro! Ma anche la precarietà interiore di chi ha e si tiene caro il suo lavoro fisso, perché così può lasciarsi vivere precariamente nella deriva delle cose che capitano. Piace esistere precariamente e vestire casual. Piace non avere confini delineati, per darseli di volta in volta, spostando i paletti in qua o in là, casualmente. In Francia i bimbi che nascono fuori dal legame matrimoniale sono più numerosi di quelli nati dentro la consolidata tradizione della famiglia, sancita in comune ed eventualmente benedetta in chiesa. Oggi, piace andare a campi! Però manca la serena dignità della coppia che prese rifugio nella capanna di Betlemme. Oggi, noi precari, siamo tesi; perfino cupi.

Agostino ha definito la pace Ordo rerum; ossia: la pace c’è quando ogni cosa è al suo posto. Ma, oggi, le cose scomposte appaiono più vere, più se stesse: graffiti, tatuaggi, piercing, jeans casual … Anche noi adulti cominciamo ad amare la precarietà e ad affezionarci alla non compostezza, espressione forse più accettabile che scompostezza. Sentiamo l’attrazione verso la non compostezza, mentre ci rimane il senso del dovere di perpetuare la compostezza e così siamo diventati abili nel provvedere i tempi per l’una e per l’altra. Astutamente separiamo la vita privata da quella pubblica, relegando nella prima l’amicizia verso la scompostezza e nell’altra il rigore della compostezza. Ci piacciono i proclami altisonanti: più l’ideale è alto e lontano, e più è garantito che non disturberà i tempi e gli spazi che diamo al non ideale.

Vivere la precarietà con compostezza inizia da un primo passo: quello di riconoscere che la realtà è resa precaria proprio dalla nostra pretesa che non sia precaria. Tutto ciò che è, ci è e ci resterà precario, perfino nemico, se lo vediamo pretendendo che non sia così . La sfida è quella di andare a campi, in profonda amicizia con le stelle che ci brillano sopra, nel cielo terso. La cultura casual può generare radicalismi, violenti e altrettanto inefficaci. Ma dalla stessa cultura, e solo da essa, può rifluire sul nostro pianeta la soavità di Francesco e Chiara, dei Martiri giapponesi, di Giuseppe e Maria. L’uccello vola nel cielo, e il suo volo è lieve e leggiadro perché vola da un ramo all’altro, sotto la volta del cielo che tutto avvolge. Il limite del piccolo corpo dell’uccello vola dentro l’immensità del cielo: limite e illimitatezza nel cui rapporto si forma e fluisce l’esistenza, e in cui fioriscono le variopinte forme della vita.

E’, la nostra, l’epoca favorevole al recupero della lievità dell’esistenza, liberandoci dai fardelli pesanti con i quali abbiamo tentato di illuderci di non essere pellegrini precari. Oggi comprendiamo bene che la mistificazione di Gesù di Nazaret in Figlio di Dio, intendendo Dio come l’essere supremo lontano e trascendente da noi, lo ha allontanato dall’esperienza della nostra quotidiana precarietà. Nato, vissuto e morto nella precarietà, proprio in essa i suoi discepoli hanno intravisto la sua natura divina. Oggi, si sgretola il dogma della creazione intesa come fatto storico o inizio della storia; oppure quello del peccato originale secondo cui due super esseri umani, esistiti ai primordi della storia umana, sarebbero stati in grado di dire un sì o un no capace di condizionare tutta l’umanità futura. L’uomo reale ha guadagnato consapevolezza granellino per granellino in decine di migliaia di anni. Si sgretola soprattutto la proiezione mentale di un Dio, essere supremo trascendente la creazione, onnipotente e onnisciente, capace di restare immobile nella sua felicità imperturbabile, mentre la sua creazione, sia quella umana come quella animale e materiale, esiste nel crogiuolo della sofferenza. Chissà perché l’uomo nei secoli, nel formularsi un’idea di Dio, sia ricorso a quella del re sovrano, altro dal nostro destino! Gesù fu condannato a morte perché bestemmiatore verso quel dio. Si sgretola il concetto di persona, compreso come una unicità separata, autonoma, appunto personale, quasi un qualsiasi essere esistente potesse affermare di avere anche un solo atomo del suo corpo e un solo palpito della sua anima che non siano correlati con il tutto che lo avvolge.

E’ difficile andare a campi con dignità come Maria e Giuseppe, soprattutto in religione. La presunzione che ci sia la religione perfetta ci fa balzare da una all’altra, carichi della brama di trovare quella giusta da cui comperare a facile prezzo la santità o l’illuminazione. Oggi, la crisi delle religioni consegue dalla constatazione che l’uomo non sente il bisogno di quei dogmi o di quella illuminazione su cui e per cui le religioni si fanno forza. L’uomo non sente il bisogno di verità lapidarie. Le religioni cominciano ad avvertire di non conoscere a fondo l’uomo. E, pur reagendo, percepiscono che anche loro vanno a campi.

E’ un’epoca favorevole per abbandonare le diciture rigide e teologiche e ritrovare la lievità del Vangelo, ossia l’annuncio! Luca raccoglie il Vangelo nell’espressione detta da Gesù prima di salire in cielo: “Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati (Lc 24,46-47). Il Vangelo è la lieta notizia che l’uomo, che cade prigioniero del male, sempre è l’uomo che risorge. Il male è laboratorio di un bene più vero che il bene mai perduto. Il Vangelo è la lieta notizia che l’andare a campi è più entusiasmante che i 230 km orari della Freccia Rossa; è la lieta notizia che l’essere peccatori ci appartiene originalmente, perché ci appartiene originalmente la via del perdono. Il perdono introduce nel bene che è più bene del bene mai perduto. Il perdono del peccatore che si converte, e non la perfezione dei 99 giusti che non hanno bisogno di penitenza, è il sentiero carismatico del Vangelo. Profumo, sapore, colore, calore … andando a campi.

Quando l’uomo, andando a campi, intravede un raggio di verità, questa gli fa una carezza. La verità è la madre che ci genera; noi succhiamo il latte al suo seno, goccia a goccia. Credendo nel grande cielo, l’esperienza della precarietà diviene pudore, sentimenti, dolore, imprecazione, gioia, fiducia, perdono, amore. E’ la mia esperienza soprattutto nel confessionale, 12 ore ogni settimana, quando il fratello o la sorella che si accosta molla le pose e ti confida il suo andare a campi in cerca della capanna dove rinascere. Stare vicino a chi molla le pose è ben più entusiasmante che accudire a perfezionare le virtù di chi si posiziona da virtuoso. La carezza della verità è più calorosa.

  • una preghiera

La Villa Vangelo e Zen si chiama così perché è realmente un edificio che corrisponde a una villa; ma sotto quella forma è pur sempre una capanna precaria dell’esistenza. E’ capitata tra le mie mani andando a campi, dopo essere andato a campi in quel di Galgagnano. Il mio superiore me l’ha proposta, anche per adempiere un dovere di responsabilità da parte della mia congregazione che l’aveva ricevuta in dono da un signore a noi ignoto. Sapevo che ciò avrebbe comportato un certo disguido al gruppo che praticava Vangelo e Zen con me a Milano. Ma, andando a campi, non si sa precedentemente dove si va a finire. Del resto, una casa che sia ufficialmente dedita al cammino Vangelo e Zen è pure una grazia. Il cuore della Villa Vangelo e Zen è la spiritualità della vita andando a campi, ammirando gli arbusti, ascoltando le rane e i grilli, scacciando le zanzare, inciampando in qualche ceppo nascosto sotto l’erba…, incoraggiati dalla carezza della verità, sotto il cielo immenso. Vuole essere, la Villa Vangelo e Zen, un richiamo ad aderire col cuore e con il corpo a ciò che veramente siamo, sicché la nostra precarietà si profumi, si insaporisca e si colori di verità e la carezza della verità ci animi di fiducia.

L’esperienza dice che quando l’uomo si posiziona in Zazen, avverte il tepore della comunione con il tutto; e quando ascolta il Vangelo percepisce che, nel tutto, l’uomo ha una parte unica da svolgere, sicché il tutto dimora concretamente nei piccoli gesti di amore della vita di ogni giorno. Il Vangelo dà corpo, lo Zen dà anima! Lo Zen è meditazione silenziosa rivolti al muro; il Vangelo è il corpo di Cristo spezzato e condiviso circondando la mensa dell’altare. Il solo Vangelo, interpretato senza l’atteggiamento dello Zazen, può permutarsi in zelo violento, oppure far uso dei gesti di carità per guadagnarsi il proprio paradiso. Può rimanere corpo che fa gesti di carità, ma senza la lievità dell’anima. Il solo Zazen, senza l’ascolto del Vangelo, tende a decadere nel narcisismo, in una illuminazione vaga senza corpo. Perfino la compassione verso gli altri può restare solo un’esperienza che ulteriormente esalta l’illuminato, quasi la compassione sia un’ulteriore stelletta dell’illuminazione. Così, oggi, molti vagano dall’occidente all’oriente, dall’oriente all’occidente; ma il loro vagare non è vero andare a campi. Non lo è, perché si dicono loro dove d come andare. Il vero andare a campi sgorga dalla fede.
Qui ho una preghiera da rivolgere a ciascuno degli amici che traggono una briciola di beneficio dalle mie lettere settimanali. Chiedo loro un sostegno economico. Ecco perché: la Villa Vangelo e Zen può divenire un luogo prezioso per molti, ma per questo necessita qualcuno del posto che ne promuova e ne coordini le varie attività, soprattutto quelle di ambito culturale. Così il sottoscritto, che ora in modo molto imperfetto tiene un po’ tutte le redini del carro, può fare un po’ meglio la sua parte: quella della compagnia spirituale. La Villa Vangelo e Zen, grazie alle offerte dei vari ritiri tenuti in varie città, grazie alle offerte personali (alcuni donano un contributo mensile), grazie anche alle attività culturali svolte, riesce a far fronte alle spese di conduzione ordinaria. Quindi, chiedo il vostro contributo per formare un fondo sufficiente a dare la giusta ricompensa a chi nel futuro opererà per promuovere e coordinare l’attività Vangelo e Zen. Mi permetto di indicare tre cifre: Euro 100,00, oppure 50,00, oppure 30,00, secondo le possibilità, una volta l’anno. Inoltre, invito chi vuole, a divenire socio dell’Associazione Vangelo e Zen. Grazie per aver ascoltato questa mia preghiera. Questi i dati bancari per la spedizione del vostro contributo:

IBAN
del conto bancario dell’Associazione Vangelo e Zen
presso Credito Artigiano
IT78I0351201602000000002353

  • una proposta

Non pochi mi chiedono quando sarà organizzato un nuovo pellegrinaggio in Giappone, come quello di quattro anni fa’. Nel 2010 è senz’altro possibile organizzare uno o due pellegrinaggi, privilegiando i luoghi e le pratiche delle principali religiosità di quel popolo: scintoista, buddista e in parte cristiana. I due pellegrinaggi si possono attuare con una spesa rilevantemente inferiore a quella dei viaggi programmati dalle compagnie di viaggi, organizzando direttamente da qui. L’organizzazione diretta permette di personalizzare il viaggio. Lancio, quindi, la proposta di 2 viaggi, se vi sono circa 20 persone che aderiscono a ogni viaggio. E’ importante comunicare presto l’intenzione di aderire, così che da febbraio si possa procedere ai contatti necessari e prenotare presto con il beneficio degli sconti. Ecco i due viaggi proposti: 1) Il primo può essere collocato nell’estate, fine luglio prima metà di agosto, 20 giorni circa. Aspetti attraenti: coincide con le vacanze dal lavoro, la vita in Giappone è all’apice del suo fervore. Aspetti meno attraenti: il caldo umido caratteristico in Giappone in quel periodo; l’eventualità del tifone che potrebbe compromettere lo sviluppo del programma (generalmente i tifoni raggiungono il Giappone in settembre, ma anche loro vanno a campi sull’oceano e qualche anno capitano anche prima). 2) Il secondo a cavallo del ponte dei Santi, fine ottobre inizio novembre, due settimane (più breve del primo). Aspetti attraenti: i colori dell’autunno e la stagione asciutta e limpida di quel periodo. Aspetti difficoltosi: periodo di lavoro intenso è difficile ottenere la vacanza dal lavoro.

Con riferimento al pellegrinaggio svolto 4 anni fa, a cui parteciparono 24 persone con durata di 20 giorni, la spesa comprendente viaggi, assicurazioni, alloggi, pasti, ingressi in musei e templi… del viaggio n. 1 può aggirarsi tra Euro 3.500,00 e 4.000,00 (ovviamente da verificare).

Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui. Auguri di un santo Natale e di una nuovo anno di pace.

p. Luciano

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