dom 14 Feb 2010 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

14 febbraio 2010

Vangelo secondo Luca, 19, 1-10

1 Entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3 cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. 4 Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. 5 Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6 In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. 7 Vedendo ciò, tutti mormoravano: «É andato ad alloggiare da un peccatore!». 8 Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9 Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; 10 il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»

  • Quel lato ridicolo che ci appartiene

Questa domenica ci arriva, quanto mai opportuno, il Vangelo di Zaccheo a rompere il clima serioso delle discussioni teologiche. Zaccheo era piccolo di statura e, anche per la sua professione di esattore delle tasse, era inviso alla gente. Non ostante la fama impopolare, conservava una sua spontaneità. In altre parole, rimaneva se stesso, senza fare la vittima degli altri; e ciò è una qualità nobilissima. Aveva degli scatti da bambino. Voleva vedere Gesù che passava dalle sue parti e forse anche stringergli la mano, ma la gente lo cacciava indietro. Ecco allora la sua spontaneità scattare e mettersi all’opera. Corre avanti e sale su un albero al lato della strada. Nascosto fra le foglie avrebbe soddisfatto il suo desiderio di vedere Gesù. Immaginiamolo questo ometto che si arrampica sull’albero e, appollaiato, attende l’arrivo di Gesù con tutta la gente. Nessuno della folla lo scorge, ma Gesù sì. “Zaccheo, scendi. Questa notte voglio pernottare a casa tua”. La gente ode e vede: all’improvviso da fanatici seguaci di Gesù si trasformano in acerrimi critici: “Va a casa di un peccatore!”. Quella notte Zaccheo decise di cambiare di 180 gradi la rotta della sua vita: da sfruttatore divenne servo del prossimo, soprattutto dei poveri. Gesù batté le mani dalla contentezza.

Si fa pericolosa una persona quando diventa troppo seria e perde il tatto fine dell’umorismo, verso gli altri e soprattutto verso sé. I difetti sono visti come imperfezione nemica, come aree esposte alla critica altrui, quindi da coprire. Allora l’uomo si fa esperto nell’arte di fingere. Si mette in posa e presume di essere la posa che ha assunto. Tendenza con cui ha a che fare ogni persona umana, ma è soprattutto in chi è preposto alla guida o al governo degli altri che la posa può assurgere a sistema. Chi non avverte un senso di profondo disgusto davanti ai comportamenti dei politici che non accettano alcuna critica, anche quando sono colti nella fragranza delle loro contraddizioni? Ma è soprattutto in religione che l’uomo può farsi serioso e, di conseguenza, esperto nell’arte di manovrare. Se parli con un prelato cattolico, da tutti i pori egli ti trasuda la seriosa infallibilità della chiesa e del papa. Se parli con un pastore protestante, ti senti circuito, senza scampo, da citazioni bibliche. Se poi parli con un buddista, monaco o laico che sia, anche quando abbassa se stesso ed esalta te, di fatto percepisci che è l’illuminato che illumina il non illuminato. Ritornando alla chiesa cattolica, la condanna di Galileo fu così seriosa che ci vollero 300 anni perché un altro papa la rimuovesse. Bastava una goccia dell’umorismo di Zaccheo e quei prelati sarebbero saliti sul campanile di San Marco a Venezia, dove Galileo aveva sistemato il suo cannocchiale. Si sarebbero entusiasmati dell’immensità del cielo! Chi di noi non si commuoverebbe un giorno al sentire il papa dire ai fedeli dalla finestra del palazzo vaticano: “Purtroppo mi sono sbagliato, vi chiedo scusa!”, oppure “Questo punto non mi è chiaro. Potete darmi un qualche suggerimento?”. Immagino la partecipazione allegra dei fedeli. Del resto papa Gregorio Magno, dottore della Chiesa e da alcuni ritenuto la figura più nobile fra i più che trecento papi della storia, per preparare l’omelia della messa andava al mercato e chiedeva alle massaie come capivano quel passo di Vangelo.

Il Vangelo, pur nella sua brevità, ci descrive con cura vari aspetti umoristici delle cose che accadevano attorno a Gesù. Ci narra le liti che si susseguivano fra gli apostoli; in particolare viene messa in risalto la parte di Pietro, borioso e generoso insieme, proprio come tutti gli uomini che faticano, contadini, pescatori, muratori. Perfino si racconta un episodio in cui Gesù, adulto, si comporta come un adolescente. Gesù aveva fame; vede un fico e vi cerca fichi da mangiare. Ma non era la stagione dei fichi: quindi l’albero aveva tutta la ragione dalla sua parte ma se la prese; maledì il fico che seccò. Qualcuno seriosamente vuole tirare fuori anche da questo episodio sublimi insegnamenti. Di fatto, il maledire un fico perché non da frutti fuori stagione, chiunque lo compia, è un atto capriccioso. Ma perché dev’essere sacrilego ritenere che Gesù era un uomo per davvero: quindi con i difetti e limiti immancabili in ogni uomo? Gesù aveva una buona vena di umore; infatti al vedere Zaccheo appollaiato sull’albero sentì sinergia con lui, gli volle bene e gli chiese di pernottare a casa sua. L’atto di umore più sublime Gesù lo compì sulla croce, quando pregò così: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”. C’è un umore divino nel vedere con benevolenza anche i propri uccisori. Non è, forse, il perdono un atto di umorismo divino, che crea il bene anche nella bolgia del male?

Riporto un aneddoto da “Racconti dei Chassidim” di Martin Buber. Uno dei chassidim (pii ebrei della diaspora) fece visita a uno stimato maestro spirituale da cui voleva ricevere consigli illuminati, ma si scandalizzò perché il maestro calzava delle scarpette rosse, a cui sembrava tenere molto. Disgustato, si diresse verso un altro maestro, pure stimato da molti, al quale espose la pessima impressione avuta del maestro dalle scarpette rosse. Questi gli rispose: “Non sai che Dio nasconde le sue perle preziose sotto la cenere? Così il diavolo della superbia non gliele trova e non gliele porta via”. Se Dio le nascondesse in uno scrigno, di sicuro il diavolo capirebbe subito e allungherebbe la mano.

Forse, oggi, nelle religioni Dio trova molti scrigni dorati: dichiarazioni, comparse, meriti, illuminazioni, santificazioni. La cenere scarseggia e Dio non sa dove nascondere le sue perle preziose. Ma anche dentro ciascuno di noi, forse, manca la cenere calda e umile per conservare nascoste e integre le grazie ricevute.

Chiudo con una goccia di umorismo religioso di cui mi ha testimoniato una anziana suora. Nell’anno 1990 io predicai una decina di ritiri spirituali alle Suore delle poverelle, congregazione fondata da un sacerdote bergamasco. In uno di questi ritiri, venne da me per il colloquio personale una suora oltre ottantenne. Ricordo che veniva da un convento di Savona. Mi raccontò che quando fu eletto papa Giovanni XXIII, bergamasco, lei e altre consorelle furono chiamate in Vaticano ad accudire alla cucina e al guardaroba del papa. Si premunì subito dicendomi che quanto mi raccontava era segreto, perché le avevano fatto giurare che non avrebbe detto a nessuno di fuori, ciò che accadeva nel piccolo stato del papa. Serioso anche quel giuramento, non è vero? Era una delle ultime notti del papa, prima della sua morte per tumore. Lei e le consorelle chiesero al segretario personale del papa, mons. Capovilla (tuttora vivente), di poter stare vicino al malato e pregare. Entrata, si accostò all’orecchio del papa e gli disse: “Santità, noi preghiamo che Dio la lasci ancora a lungo con noi”. Frase convenzionale, che probabilmente risuonano agli orecchi dei malati terminali come una recita. Il papa sussurrò: “Però non chiedete neanche un giorno in più di quelli che Dio vuole!”. Le suore annuirono e continuarono a pregare; finché il papa morente fece un cenno con gli occhi. La suora capì e si accostò alle sue labbra per sentire l’esile voce. “Però neanche un giorno in meno! Vi raccomando…!”. Goccia di balsamo l’umorismo di fronte alla morte.

Un anziano ha tradotto la beatitudine “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” con una espressione pregna di sano e genuino umorismo: “Beati sono coloro che sanno ridersi dietro. Non finiranno mai di ridere” (Beppe Montobbio).

p. Luciano Mazzocchi

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