ven 3 Dic 2010 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

La cappella nell'eremo di padre Oshida.

Carissimi, ci ha fatto visita il primo freddo. L’augurio a tutti di istaurare un bel rapporto col freddo, in modo che ce ne resti un bel ricordo. Eccovi la lettera settimanale. Presto vi farò conoscere il programma dei giorni di ritiro e di convivenza nel dopo Natale qui a Desio. Oltre la lettera, in allegato la foto della cappella nell’eremo di padre Oshida scattata da Alessio nel recente pellegrinaggio in Giappone. p. Luciano

lettera

Vangelo e Zen

5 dicembre 2010

Vangelo secondo Matteo capitolo 21,1-9

1 Gesù e i discepoli stavano avvicinandosi a Gerusalemme. Quando arrivarono al villaggio di Bètfage, vicino al monte degli Ulivi, Gesù mandò avanti due discepoli.
2 Disse loro: «Andate nel villaggio che è qui di fronte a voi, e subito troverete un’asina e il suo puledro, legati. Slegateli e portateli a me.
3 E se qualcuno vi domanda qualcosa, dite così: È il Signore che ne ha bisogno, ma poi li rimanda indietro subito».
4 E così si realizzò quel che Dio aveva detto per mezzo del profeta:
5 Dite a Gerusalemme: guarda, il tuo re viene a te. Egli è umile, e viene seduto su un asino un asinello, puledro d’asina.
6 I due discepoli partirono e fecero come Gesù aveva comandato.
7 Portarono l’asina e il puledro, gli misero addosso i mantelli e Gesù vi montò sopra.
8 La folla era grandissima. Alcuni stendevano sulla strada i loro mantelli, altri invece stendevano ramoscelli tagliati dagli alberi e facevano come un tappeto.
9 La gente che camminava davanti a Gesù e quella che veniva dietro gridava: «Osanna! Gloria al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Gloria a Dio nell’alto dei cieli!».

Alessandro Magno aveva appena conquistato le terre del Medio oriente, la Palestina compresa. I popoli si inchinavano al condottiero macedone, e le sue gesta erano osannate ovunque. Ma in Israele una voce profetica dissentì e profetizzò la venuta di un altro condottiero, senza armi in mano, seduto su un puledro di asina: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. . . L’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, e il suo dominio sarà da mare a mare, e dal fiume ai confini della terra”. (9,9-10). L’evangelista Matteo riprese questa immagine del profeta Zaccaria e la applicò a Gesù. “ Guarda, il tuo re viene a te. Egli è umile, e viene seduto su un asino, un asinello, puledro d’asina”. Il contesto in cui l’evangelista applica a Gesù l’immagine del profeta è l’ingresso di Gesù in Gerusalemme la domenica precedente la sua passione, che noi ogni anno evochiamo con la liturgia delle palme e dei rami d’ulivo. Il testo, quindi, si riferisce a Gesù, giunto al termine della sua missione.

Gesù, ebreo, aveva un temperamento da ebreo: forte, risoluto, caparbio. Non fosse stato così, non avrebbe avuto l’ardore di porre mano alla testimonianza del Vangelo. Viveva radicato nella sua convinzione interiore, restio a lasciarsi condizionare da ciò che gli altri dicevano. “Maestro, noi sappiamo che tu non guardi in faccia a nessuno”, gli dissero un giorno i giudei. A volte, la veemenza del suo carattere gli fece usare delle espressioni che ai nostri orecchi suonano violente. Ed erano, di fatto, violente. Per esempio, quando, trovandosi nel territorio di Canaan corrispondente all’attuale Libano, una donna non ebrea gli chiese insistentemente di fare qualcosa per la sua figliola malata. Gesù, da ebreo puro sangue, rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”. Ovviamente, agli occhi di Gesù ebreo i cagnolini erano i bambini palestinesi non ebrei. La donna gli rispose: “E’ vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (Mt 15,21-28). Le parole della donna ferirono la caparbietà ebrea di Gesù, cambiandogli il cuore. L’ebreo Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini” (Lc 2,52), scrive due volte l’evangelista Luca. E’ la nostra idea fissa che l’essere già tutto completo fin dall’inizio e, di conseguenza, il non mancare di nulla sia cosa più perfetta che il crescere lungo il cammino della storia “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” che ci fa svigorire la fisionomia umana di Gesù, come di uno che sapeva tutto, poteva tutto fin dalla sua infanzia. Ci conduce a disumanizzare Dio.

Gesù nacque in un’umile capanna; ma furono le vicende della vita a crescerlo all’umiltà. La domenica prima della sua passione era umanamente maturato alla qualità del Cristo. Un frutto squisito di questa maturazione fu ed è l’eucaristia, in cui il suo corpo diviene pane nutriente e il suo sangue vino dolce che ricrea la convivialità tra gli uomini cancellando le discordie e i peccati. L’altro grande frutto maturo fu ed è la passione e la morte in croce, perorando il perdono universale. Pregò: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Ed emise lo spirito, chinando il capo.

La vera umiltà è il profumo della maturazione umana. Noi spesso la pensiamo l’umiltà come una virtù che si raggiunge accettando le umiliazioni. Ne scaturisce una cosiddetta umiltà viscida, finta, contorta, di chi sta davanti allo specchio per constatare quale grado di umiltà abbia raggiunto. Quindi, diventare umile è la stessa cosa che diventare superbo, in forma contorta. Anche l’allenatore di una squadra di calcio raccomanda a sé e ai giocatori l’umiltà, per raggiungere la vittoria e confermare i loro stipendi stellari. Umiltà di finzione! L’umiltà, quella vera, germoglia sul fondo dell’anima coltivata e concimata dalla vita, dalla storia, dai fatti che accadono, dalla croce dei rapporti umani e soprattutto dalla persistente domanda sul senso dell’esistenza. L’umiltà non è una virtù che si raggiunge coi propri meriti, ma piuttosto è un regalo esistenziale dei propri demeriti. Quando l’uomo guarda i demeriti con gli occhi della fede.

L’umiltà è la qualità cristica. E’ quell’esperire che esistere è “aver ricevuto” e che continuare a esistere è “restituire”. E’ esperire che il mio io è la pasqua, il passaggio del ricevere e del restituire. “Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo dato per voi… Questo è il mio sangue versato per voi…”.

Spesso abbiamo pensato che l’umiltà sia la virtù che ci permette di diventare forti, vittoriosi; quasi un’anticamera verso il successo. Il Vangelo di oggi ci invita a vedere dall’altra parte: è lo fortezza, la resistenza e la costanza lungo il percorso della vita che, frantumandoci, ci guida a scoprirci come siamo veramente. Chi vede ci riconosce umili. Noi semplicemente ringraziamo per avere meno pesi addosso e per il vento fresco che ci lambisce.

“Guarda, il tuo re viene a te. Egli è umile, e viene seduto su un asino, un asinello, puledro d’asina”

p.Luciano

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