gio 10 Mar 2011 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Milena Pavan, traduttrice del grande teologo, ne racconta la straordinaria vita, mentre sta per uscire l’Opera Omnia
ALESSANDRA IADICICCO – da La Stampa del 7-3-2011

S’incontrarono ventuno anni fa ad Assisi, dove lei visitava per la prima volta la più spirituale delle città e si aspettava, dice oggi, «di trovarvi, chissà, ancora un San Francesco». Si sono lasciati la scorsa estate sulle rive del Gange dove lui, sacerdote cattolico dotato dell’aura di un maestro orientale, ha toccato l’ultima tappa del suo cammino sulla terra e, con la benedizione di una santa induista e il viatico di un bramano buddhista, ha intrapreso il viaggio nell’aldilà già vissuto come una resurrezione nel corso della sua esistenza. Lui era – è – Raimon Panikkar, il grande teologo ispano-indiano, teorico del dialogo interreligioso, ministro della chiesa cattolica disposto al più radicale confronto con le altre fedi. È scomparso lo scorso 26 agosto all’età di 91 anni a Tavertet, nella terra catalana della madre, e pochi giorni dopo restituiva le proprie ceneri al Gange secondo i riti del credo induista del padre. Lei è Milena Carrara Pavan, la più stretta collaboratrice del maestro, compagna di un lungo tratto del suo cammino, traduttrice dei suoi scritti in italiano, responsabile della sua Opera Omnia. È lei a curare il grandioso progetto di raccogliere l’intero corpus della produzione di Panikkar in un’unica edizione italiana per la Jaca Book da tradurre poi nelle altre lingue.

Milena mi mostra il secondo di quelli che in tutto saranno una ventina di volumi. S’intitola Religione e religioni (Jaca Book, 486 pp., 58 €) e uscirà in libreria mercoledì. E di Panikkar è considerato «il libro dei libri», perché contiene il nocciolo del suo pensiero: l’idea singolare, universale, unica di una religiosità intesa come confronto col mistero e la pluralità delle vie tracciate dalle diverse tradizioni per condurre l’uomo all’incontro col divino. «È un’idea così semplice nella sua purezza ed essenzialità» afferma Milena, che l’ha colta ogni volta riformulata in tutte le pagine di Panikkar. «È come scorgere con rinnovata sorpresa la cima del monte sacro mentre si compie la pradakshina, la rituale camminata ai suoi piedi. “Miralo!”, esclamava Raimon con il suo leggendario stupore quando nel ’94 ci recammo insieme in pellegrinaggio alle pendici del Kailash, in Tibet. “Guardalo!” diceva ogni volta che le nubi si aprivano e, scorgendo la vetta, intravedeva “il tutto” o “il nulla” o “il vuoto” o “l’armonia”, come via via chiamava quell’arcano nei diari di cui alla fine dell’opera completa pubblicherò alcuni frammenti. Ciò che vedeva si doveva anche chiamare con il nome che la sua religione gli insegnava: era il Cristo di cui predicava i Vangeli, osservando con scrupolo estremo la liturgia, e riuscendo ogni volta a trascinare e sconvolgere chi assisteva alle sue funzioni. Ma era anche il Cristo sconosciuto dell’Induismo che ritrovò in età adulta dopo il ritorno nella terra del padre e cui dedicò uno dei suoi libri più noti. O il Buddha, di cui abbracciò il pensiero per approfondire e ribadire la propria identità cristiana».

La luminosità di quell’intuizione dovette insomma rifrangersi per Panikkar attraverso le diverse sfaccettature dei volti del divino. La vide schiudersi e farsi sempre più chiara attraverso un lungo percorso di studi e di meditazione, un’intensa esperienza spirituale e un grande lavoro intellettuale, un’impegnativa ricerca di conoscenza. A testimoniarne la grandezza concorrono insieme la vita e l’opera del grande pensatore religioso. E non è un caso che, alla fine della sua vita, Panikkar si sia deciso a riprendere in mano tutta la propria opera per restituirla al mondo con l’integrità di un testamento spirituale. «A questo abbiamo lavorato negli ultimi anni», racconta Milena Pavan. «All’inizio Raimon era titubante: lui che insisteva a sottolineare “io non vivo per scrivere, scrivo per vivere”. Ma poi lo ha convinto il progetto editoriale di Sante Bagnoli, direttore di Jaca Book: far ricomporre il corpus di un autore allo stesso autore ancora vivente. Con estrema vitalità, lucido fino all’ultimo, Raimon si è dedicato all’impresa fino alla fine». Come? Dove? «Trincerati dietro colonne di volumi nella sua casa di Tavertet, li abbiamo divisi per argomenti: la mistica e la laicità sacra, il confronto tra le religioni e il dialogo interculturale, i Veda, il Buddha e la religione del Cristo che attraverso ogni confronto con l’altro Panikkar riconosceva sempre come il suo “Sat-Guru”, l’unica guida. Questi temi sono tutti intrecciati tra loro. E Raimon non cessava di rimaneggiare gli scritti, aggiungere note, articoli pubblicati in seguito, lettere, testi di lezioni universitarie…».

Scriveva per vivere ed è vissuto completando i suoi scritti fino a un attimo prima di morire. «Ancora a luglio – ricorda Milena – come da anni facevamo ogni estate, abbiamo trascorso due settimane insieme nella mia casa sul mare della Costa Brava. Lui non poteva rinunciarvi e, contravvenendo al divieto del medico preoccupato per il suo cuore fragile, è rimasto con me lavorando sodo per quindici giorni. Poi è tornato in Catalogna, e verso Ferragosto Jorge, il boliviano che l’assisteva, mi avvertì che Raimon era ormai sempre più debole: stava per spegnersi. Andai a trovarlo per un fine settimana: gli ultimi tre giorni in cui fu cosciente. Leggemmo insieme il Vangelo tutte le mattine. E la domenica, dopo la recita dell’Angelus, mi posò le mani sulla testa per darmi la sua benedizione. Poi ci guardammo, e seppi che non l’avrei più rivisto. “Adesso vai”, gli dissi sorridendo. “Sì, adesso sono pronto”, sapeva. Nei giorni successivi perse conoscenza, e in breve ci lasciò. Per dargli il mio saluto raggiunsi, come gli avevo promesso, la sponda del Gange. Anni prima, navigando sul fiume sacro, aveva chiesto di essere cremato secondo il rito hindu. Così ho avuto io stessa l’onore di officiare le sue esequie. Ho fatto benedire le sue ceneri da Amma, la famosa santa indiana degli abbracci, e dal lama Monlam al cospetto di centinaia di monaci buddhisti. Poi le ho disperse sulle acque, certa di consegnarlo al suo ultimo viaggio verso la Sorgente».

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