Testo di Padre Luciano di introduzione alla convivenza
Convivenza Vangelo e Zen 2026
Eremo San Salvatore, 29 agosto
Il silenzio sorgivo
Sé stesso
la presenza – la fede
Con l’espressione “Il silenzio sorgivo” intendo il silenzio che nell’intimo umano genera la domanda: “Io, chi sono? Perché ci sono?” E’ una domanda silenziosa, che alle risposte date si fa ancor più silenziosa, in un silenzio ancor più sorgivo di domande radicali. La domanda che scaturisce dal silenzio sorgivo non s’acquieta in risposte per sentito dire. Invece interroga lo stesso soggetto che la pone e lo chiama a prendere coscienza che alla sua domanda deve dare lui stesso la sua risposta. Nasce così la presa di coscienza del proprio Sé. Qualora qualcosa lo abbatte, sa che qualcosa l’ha abbattuto. Dal sapere di essere abbattuto sa dar inizio al rialzarsi. Ogni qui e ora del Sé è suo punto d’arrivo e contemporaneamente suo punto di partenza. Il qui e ora è la tenda dove il Sé pone la domanda e ricerca la risposta.
Evocando l’immagine della sorgente e del ruscello, viene spontaneo applicare l’espressione “Il silenzio sorgivo” al flusso d’acqua che, sgorgato limpido dalla roccia montana, è sceso a valle e lì si trova a dover fluire nella fogna del mondo. Che “Il silenzio sorgivo” sia come il rimpianto di una limpidezza originaria perduta? No! Il silenzio sorgivo è sorgivo in ogni qui e ora che sorge, reso sorgivo dal prendere coscienza che la sorgente è il qui e ora. Silenzio sorgivo dell’acqua nel qui e ora del suo sgorgare dalla roccia; silenzio sorgivo dell’acqua che scesa a valle scioglie il luridume del mondo.
“Il silenzio sorgivo” è il mio essere qui e ora. E’ il puntare i piedi nel silenzio del proprio qui e ora ed ascoltarne la sorgività.
“Chi sono”, “Perché sono”. La tentazione di consegnarsi ad una qualche entità che dispensa risposte precostituite è forte. Il cedimento rompe il silenzio e il silenzio rotto interrompe la sorgività.
L’acqua che sgorga dalla roccia montana da se stessa apre a se stessa l’alveo ove scorrere. Dal silenzio sorgivo sgorga il flusso della fede; fede attiva, e non passiva. E’ la fede che crede in sé stesso che crede.
La fede è convincimento che lì, in quel momento, ci sono proprio io, in piedi di fronte alle domande che mi trasudano dai pori come gocce di sudore. Non mi giunge alcuna risposta che mi tenga in piedi al posto di essere proprio io che sto in piedi. Assaporando la forza della propria nudità, percepisco la eco di un unicum che vibra nel silenzio. Ascolto e non rompo il silenzio con risposte convenzionali. Quell’unicum è il proprio Sé nudo al suo presente.
Quell’unicum è la potenzialità ingenita nel/del silenzio sorgivo che è il proprio Sé qui e ora di fronte alla sfida della domanda esistenziale. E’ l’unicum dell’onestà personale del Sé che, inoltrandosi in una ricerca importante, si impegna a chiarire a se stesso verso dove vuole andare e in quella direzione pone il primo passo. Aperto ai necessari cambiamenti che lo sviluppo richiederà, il primo passo sgorga “personale” dal silenzio sorgivo del proprio Sé. E’ vigore del primo passo. Molte ricerche non sgorgano dal silenzio sorgivo, ma dal silenzio abbattuto, sconfitto, rassegnato, essiccato. Ricerche depressive.
Abitando il silenzio sorgivo del mio essere qui – ora mi apro alla complessità e contradditorietà del mondo. Vedo il conflitto tra il bene e il male, e lo battezzo nel silenzio sorgivo del mio Sé. La presa di coscienza del primo passo mi tiene in piedi davanti a difficoltà che sembrano travolgermi e mi guida a cogliere quell’unicum che è la parte che io, e solo io, posso compiere. E’ la mia parte! La volontà si erge e ne comanda l’attuazione. La volontà che vibra dal silenzio sorgivo del Sé ha la stessa potenza dell’acqua che fende la roccia e scava il suo alveo centimetro per centimetro. La volontà forte e coscienziosa che vibra nel silenzio sorgivo pone in atto il qui e ora delle cose, centimetro per centimetro. La volontà infusa nel silenzio sorgivo vuole ed attua, senza forzatura. Non è volontà che forza, ma volontà che crea.
Il silenzio sorgivo
L’altro
la relazione – la speranza
Il Sé è presa di coscienza che il proprio qui e ora è osservatorio primigenio della/sulla realtà che si distende dentro e attorno come tempo, spazio, forma. Senza il risveglio primigenio del proprio Sé che osserva e coglie, tutto rimane a-spaziale, a-temporale, a-formale. Tutto si fa generico, impersonale. Prodotti industriali.
E’ l’opposto di “Cogito ergo sum”; è “Sum ergo cogito”.
La vena acquifera fende il terreno e l’acqua zampilla al sole. Il terreno in cui, silenziosa. scorre la vena acquifera dell’esperienza vitale è la carne. Nel/dal pregnante silenzio sorgivo della carne si dischiude e si sviluppa l’apertura del Sé all’Altro. Il silenzio sorgivo impregna la carne di risonanze che vibrano nel tempo e nello spazio, una melodia di risonanze da carne a carne. Zampillano le sensazioni e i sentimenti. I cinque sensi.
Che cosa gravida la propria carne a fendersi e riverberare nell’altrove, nell’altrimenti, nell’allora (altra ora)? E’ nel/dal silenzio sorgivo dell’attenta presenza del Sé al proprio qui e ora. La ferma presenza a se stesso vibra e la vibrazione si diffonde. Lambisce la carne dell’Altro, e la vibrazione della carne dell’altro lambisce la propria carne. E’ grazie all’attento tocco del violinista che il violino emette la sua melodia.
Come il terreno è il grembo del prato variopinto, la carne è il grembo di una incalcolabile gamma di sensazioni e di sentimenti che animano l’esperienza vitale. Non solo; la carne educa alla misura delle cose e delle attività. Ne rivela il potenziale e contemporaneamente ne insegna il limite. La carne educa a vivere nel tempo e nello spazio percependoli come il grembo che gestisce lo sviluppo del proprio qui e ora; contemporaneamente percependo il proprio qui e ora come il germe vivo che rende vivi il tempo e lo spazio.
“Nomade, transitoria, sempre perfettibile, l’etica della carne è tempo audace, tempo della revisione e della fluidità, tempo dell’essere attraverso piuttosto che dell’essere in. E’, nondimeno, tempo dell’indugio,… quella sottile forma di resistenza che si invera nella resa: il dare tempo al tempo, per assecondarlo e vincerlo, e insieme ritrovare quel “presente” che altrimenti sfuggirebbe o si dissolverebbe nella “presenza” del passato o del futuro… indugiare significa allora dar tempo, “consentire le condizioni perché il finito pervenga a se stesso… La carne è lo spazio della libertà, perché è il sito del tempo di Dio”
(G. Mazza, “Incarnazione e umanità di Dio” p. 209, edizione San Paolo.
La tensione verso un ipotetico progresso a cui si demandano le risposte alle domande che essudano dai pori dell’esistenzialità umana rompe il silenzio sorgivo della natura umana. Lo travolge, lo squilibra, lo dismisura. Il qui e ora degrada nel tutto subito: un tutto e subito senza carne. Dal qui e ora vivo è il palpito della speranza.
Dio, per redimere, ha preso carne.
Dal silenzio sorgivo della carne umana vibra la parola. Ogni qui e ora intona la sua parola e mai una parola fu ripetuta identica, perché mai un qui e ora si è ripetuto identico. La parola accompagna i passi del pellegrino della speranza affermando, negando, cantando, lamentando, esclamando, ammonendo. lodando, condannando…
“Nelle sorgiva fecondità liminale, la parola vive sempre come energia processuale, mai veramente sostantivabile; il suo dire è continuamente aperto alla creatività generativa di una relazione tensionale; ne sono poli il soggettivo e l’oggettivo, l’Altro e lo Stesso… Si può quindi dire che il connubio tra l’accadere della parola e l’esprimersi della carne generi spontaneamente una zona franca in cui le polarità si riconoscono e si appartengono… diventano communio e communicatio,.. essere e nulla, voce e silenzio, Dio e mondo”.
(ibidem, pag. 198)
La parola rimane afona se nessun Sé l’ascolta nel silenzio sorgivo. L’orecchio che ascolta vivifica la parola come la bocca che la pronuncia. La parola è relazione. Nella lingua giapponese il vocabolo parola è scritto 言葉 (kotoba), ossia le foglie(葉) del fiato che esce dalla bocca (言). Le foglie di un albero vivo, quando la calura soffoca come è stato in questo mese, si rinchiudono restituendo la linfa alla radice affinché non secchi. Alla prima pioggia la radice restituisce verdezza alle foglie che gli hanno restituito la linfa. Le foglie di plastica non cambiano mai. Molta cosiddetta religiosità è di plastica. Il valore di ogni parola attribuita a Dio nasce dal silenzio sorgivo di chi l’ascolta e la riconosce quale parola di Dio sorgiva dal suo pellegrinare.
La verità fluisce nella relazione e dalla relazione, come infiniti qui e ora che si legano e si slegano scavando l’alveo ove la verità possa scorrere tra le sponde che, restando opposte, ne custodiscono il fluire.
Scorrendo lungo il suo frastagliato alveo l’acqua del ruscello gorgheggia la sua freschezza. La carne è il terreno su cui le verità eteree della mente si posano condensandosi in goccioline di rugiada. Il terreno inumidito verdeggia. La speranza.
Il silenzio sorgivo
Dio
l’uno – l’amore
Nel/dal silenzio sorgivo che impregna la domanda “Chi sono?”, “Perché ci sono?”, il Sé spunta e prende coscienza di sé stesso.
Nel/dal silenzio sorgivo che impregna la presa di coscienza del Sé a sé stesso, il Sé si sperimenta sussistente nel tempo, nello spazio, nella forma. Si sperimenta nella relazione con l’Altro: il Sé pone l’Altro, l’Altro pone il Sé.
Nella reciprocità il proprio Sé e l’Altro si sperimentano aventi ciascuno il proprio limite come tempo, come spazio, come forma. Il limite che delimita rende concreto e reale il qui e ora. La perdita del limite induce a cadere nel vago, nell’indifferenziato, nel generico, nell’inconsistente. Ogni qui e ora autentico è il suo limite. Ogni Sé autentico è il suo limite. L’Altro autentico è il suo limite. Il nome proprio canta il limite proprio delle cose.
La nascita e la morte contengono il limite della vita. Il limite nascita – morte non sperimentato concretamente nel proprio quotidiano ingenera la visione surreale della vita stessa che, solo vissuta concretamente nel suo limite, spremere il suo potenziale interiore e lo porta a maturazione. Il frutto matura nella buccia o nel guscio che lo contiene. Le drupe dell’olivo spremono l’olio, gli acini dell’uva spremono il vino. La vita umana, vissuta intensamente nel suo limite nascita – morte, dal suo interiore spreme la propria magnificenza che, come il profumo e il sapore del frutto, si espande nel vuoto. Raccolto nella tenda del proprio limite vissuto appieno, il Sé sente nelle fibre tese del suo limite vibrare la eco di una presenza che non può contenere, ma che si espande nel vuoto. Se ciò lo impaura, il Sé si rinchiude dentro il suo limite. Se vi apre il cuore, il Sé fa del suo limite il belvedere da cui contemplare l’incontenibile, eppure realmente palpabile, illimitato che lo avvolge. Contemplando l’illimitato che lo avvolge l’uomo prende coscienza che a muoverlo a contemplare ciò che non ha limite è qualcosa di illimitato che giace sul fondo della sua umana esistenzialità. Scopre che il proprio Sé è il bordo dove il limite e l’illimitato si incontrano e dialogano. Il limite e l’illimitato dialogando nella concretezza della vita di ciascuno si liberano della crisalide concettuale che li separa e sempre più agiscono come l’inspirazione e l’espirazione del respiro. Distinti, sono UNO.
L’uomo conosce Dio conoscendo il fondo della propria anima.
C’è l’uno morto. E’ quello che massifica tutto in una sola polarità: “tutto è materiale!”, “tutto è spirituale”.
Dio non è un ente, nemmeno l’ente supremo. Dio è vuoto di ogni tempo che abbia un limite e contiene e vivifica ogni tempo; è vuoto di ogni spazio che abbia un limite e contiene e vivifica ogni spazio; è vuoto di ogni forma che abbia un limite e contiene e vivifica ogni forma. Dio è il vuoto vivo che contiene e vivifica ogni qui e ora del tempo, dello spazio, della forma. Abbracciando in UNO ABBRACCIO tutti i qui e ora che hanno il loro limite, in un rapporto segreto e personalissimo, li conduce a maturare il proprio limite personale in dono. Nel/al vuoto il frutto maturo offre il profumo, il sapore e il colorito.
L’illimitatezza di Dio e i qui e ora che sussistono nel limite del tempo, dello spazio e della forma, incrociandosi, maturano il frutto dell’essere. Il Cristo, l’uomo – Dio
L’annuncio del Vangelo: il Sé intimo di Dio non è Dio. Il Sé intimo dell’uomo non è l’uomo. Il Sé intimo di ogni cosa non è quella cosa. Il Sé intimo dell’essere è l’amore.
“Dio è amore!” (1 Gv 4,8).
Il silenzio sorgivo dell’amore non è “c’è l’amore dato e c’è l’amore ricevuto”. Il silenzio sorgivo dell’amore è la gratuità pura. Il dare e il ricevere il suo respiro.
Registrazioni degli interventi alla convivenza di Padre Luciano
Padre Luciano sabato 29 agosto mattina
Riflessioni sabato 29 agosto in tardo mattino
Padre Luciano sabato 29 agosto pomeriggio
Padre Luciano domenica 30 agosto mattina-ricerca luogo valli piacentine
Omelia P.Luciano alla messa di domenica 30 mattina
Trascrizioni degli interventi alla convivenza
Intervento Giuliano 28/8
Introduzione e ringraziamenti
L’incontro inizia con un ringraziamento per la presenza dei partecipanti e un richiamo al valore di queste giornate annuali come occasione rara per coltivare interessi condivisi.
Si sottolinea l’importanza dell’ascolto e della disponibilità reciproca, elementi essenziali per dare senso al ruolo di chi parla.
Il tema centrale: lo scandalo delle tradizioni religiose
Il titolo scelto è “Lo scandalo delle fedi religiose, lo scandalo del Vangelo e lo scandalo della via dello Zen”, con sottotitolo “Seguire una medesima inquietudine”.
Si richiama la Lettera di Pietro sul “rendere ragione della fede”, sottolineando l’ambizione della fede cristiana di essere una fede razionale nonostante il paradosso intrinseco.
Si menziona la ricorrenza della memoria di Sant’Agostino e il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, ricordando il ruolo di Agostino nel collegare filosofia neoplatonica e teologia cristiana.
Si fa riferimento alla formazione di Agostino, dal manicheismo alla conversione cristiana grazie ai testi di Platone e Plotino.
Il testo evangelico di Matteo 16, 21-26
Si legge il brano in cui Gesù annuncia la passione e Pietro lo rimprovera; Gesù risponde: “Tu mi sei di scandalo”.
Si spiega l’etimologia di “scandalo” (scandalon), originariamente un legnetto usato nelle trappole per uccelli, quindi un inciampo o ostacolo.
Si evidenzia che Pietro rappresenta una visione umana, non divina, del Messia e che Gesù invita a “rinnegare se stesso” per seguirlo.
Si pone la domanda se anche una tradizione religiosa possa diventare uno scandalo, un impedimento all’incontro autentico con le parole del Vangelo.
Il tema del “rinnegare se stesso” e il confronto con Dogen
Si collega il passo evangelico al pensiero di Dogen: “Inverare le cose mettendo avanti se stesso, questo è l’illusione” e “Apprendere se stesso è dimenticare se stesso”.
Si richiama il motto agostiniano “Rientra in te stesso” (in interiore homine habitat veritas).
Si sottolinea che il “rinnegare se stesso” non è autoannullamento, ma un compito di vita: distinguere tra maschere sociali e fondo originario di sé.
Si menziona la domanda zen sul “volto prima della nascita” come invito a interrogarsi sulla propria identità autentica.
Il Vangelo come libro di risveglio, non solo di etica
Si chiarisce che il Vangelo non è primariamente un codice morale, ma un testo di liberazione e risveglio di sé.
Si ricorda che Gesù viveva prioritariamente tra le persone, aiutando chi soffriva, e solo secondariamente nei luoghi di culto.
Si confronta la prima Nobile Verità del Buddha (“esiste il dolore”) con la sensibilità evangelica verso il disagio umano.
Si cita Giovanni 10,10: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”, precisando che si tratta della vita presente, non solo ultraterrena.
L'”ottimismo tragico” e la questione del male
Si propone la formula “ottimismo tragico” per descrivere la via cristiana: non un ottimismo superficiale né un pessimismo totale.
Si discute il problema del male, notando che la tradizione agostiniana ha attribuito al solo uomo la responsabilità del male, ma che questa visione è insostenibile.
Si afferma che il disequilibrio del mondo è presente fin dall’origine e che questo chiama in causa la nostra idea di Dio.
Il brano di Luca 5, 20-26 e il paradosso
Si legge l’episodio del paralitico: Gesù perdona i peccati e lo guarisce, suscitando stupore.
Si sottolinea che il termine greco usato è “paradoxa” (cose paradossali), non semplicemente “meravigliose”.
Si ricorda che nel Vangelo sinottico Gesù è il “Figlio dell’uomo”, non ancora il Figlio di Dio preesistente come in Giovanni.
Si evidenzia che il Figlio dell’uomo, cresciuto dal fondo di sé all’altezza del divino, ha l’autorità di perdonare i peccati.
Lo scandalo come occasione di risveglio
Si chiarisce l’ambivalenza dello scandalo: è un inciampo da evitare, ma può anche arrestare un cammino superficiale e aprire alla vita.
Si cita l’aneddoto zen di colui che, inciampando nel bambù del proprio giardino, si risveglia.
Si conclude che lo scandalo può essere un’occasione per “cadere” e aprirsi a una comprensione più profonda.
Organizzazione della giornata
Si propone di dedicare la mattinata al silenzio, eventualmente divisa in un’ora solitaria seguita da un momento di condivisione libera.
Si stabilisce un appuntamento per le 11:30 per chi desidera confrontarsi.
Si accenna alla richiesta di ascoltare anche l’intervento preparato da un altro partecipante nel pomeriggio.
Intervento pomeriggio 28/8 Vangelo e Zen
Passaggio del Vangelo di Luca
Dopo la guarigione, la folla è presa da stupore e glorifica Dio
Il termine “cose incredibili” viene tradotto come “cose paradossali”
I miracoli di Gesù non violano le leggi di natura ma rappresentano un potere di guarigione
La guarigione è legata alla fede della persona e non è un’autoguarigione assoluta
Esiste sempre un elemento di interrelazione e solidarietà nella guarigione
Riferimento a Paul Ricoeur
Il paradosso è presente ovunque nella realtà e nel pensiero
L’universo è un divenire paradossale
Ogni verità, quando meglio conosciuta, apre nuove possibilità
Il paradosso nel senso migliore è oggettività
Il Vangelo apre a un’esperienza più autentica della vita attraverso il paradosso
Introduzione a Dogen e lo Zen
Dogen è una figura centrale nello Zen giapponese
I suoi testi sono stati tradotti da Padre Luciano e Giuseppe Forzani negli anni di Belgagliano
I testi zen sono considerati universali e adatti alla trasmissione fuori dalla cultura orientale
Il “Fukanzazengi” è il primo testo scritto da Dogen dopo il ritorno dalla Cina nel 1227
Contenuto del Fukanzazengi
La via è intrinseca ovunque in modo perfetto
Il veicolo della verità è incondizionato e presente
Se si dà origine al minimo scarto, cielo e terra si fanno incomparabilmente lontani
L’orgoglio della comprensione porta vicino alla soglia del nirvana ma ignora il sentiero della libertà
I santi antichi praticavano con il corpo e lo spirito abbandonati
Natura autentica e Buddha
La natura autentica non è né grande né piccola, né bassa né angusta
Chi desidera vedere la natura autentica deve togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io
La natura autentica non muore e non nasce
Il testo affronta il passaggio dal buddismo Hinayana al Mahayana
Approccio generale
Non si tratta di una lezione cattedratica ma di una condivisione personale
L’incontro con queste tradizioni è avvenuto attraverso Padre Luciano e Giorgio Forzani
Si riconosce la difficoltà di accennare temi complessi in tempo limitato
Non vengono fornite risposte definitive ma poste domande
Si rimanda ad approfondimenti futuri per chi interessato
Intervento Padre Luciano 29/8
Definizione del Silenzio Sorgivo
Il silenzio sorgivo è il silenzio che nell’intimo umano genera la domanda “io chi sono? perché ci sono?”
Non si acquieta in risposte per sentito dire ma interroga il soggetto stesso che la pone
Non nasce dalla Bibbia, dai testi di Dogen o da altri scritti, ma da dentro di sé; solo dopo si riconoscono le testimonianze già codificate
Il principio è presente ovunque, come l’ideogramma giapponese/cinese che indica il principio: una lastra tenuta su che riceve, un altare
Lo Scandalo nelle Religioni
Lo scandalo è sempre presente, come Enarkè e Doglen
Esempi storici: l’Inquisizione nella Chiesa cattolica e i monaci zen con la spada sotto la tunica
L’oratore inchina il capo a tutte le religioni, in particolare alla Chiesa Cattolica, alle altre chiese cristiane e allo Zen
Il Sé e la Presenza
Il sé è la presa di coscienza che il proprio qui e ora è osservatorio primigenio e arche della realtà
Senza il risveglio del proprio sé che osserva e coglie, tutto rimane aspaziale, atemporale, aformale
Il qui e ora è la tenda dove il sé pone la domanda e ricerca la risposta
Il momento sorgivo non è il rimpianto di un tempo passato ma il momento presente
Il sé non fa la vittima; dal sapere di essere abbattuto sa dare inizio a rialzarsi
La Fede Attiva
Dal silenzio sorgivo sgorga il flusso della fede attiva e non passiva
La fede non crede in un testo o in una rivelazione ma crede in se stessa che crede
La via della conoscenza solida è la fede, non le nozioni
La fede è convincimento che in quel momento ci sono proprio io in piedi di fronte alle domande
La fede troppo ragionata incappa in un inganno perché sostituisce il primo passo personale con un accumulo di risposte
La Carne e la Relazione
La carne è il terreno in cui silenziosa scorre la vena acquifera dell’esperienza vitale
La carne educa alla misura delle cose e delle attività, ne rivela il potenziale e contemporaneamente ne insegna il limite
La carne educa a vivere nel tempo e nello spazio, percependoli come il grembo che gestisce lo sviluppo del proprio qui e ora
La carne educa all’indugio e alla compassione
La carne è preziosissima nel cammino; senza di essa si avrebbero solo cammini angelici
Critica al Progresso Industriale
La tensione verso un ipotetico progresso rompe il silenzio sorgivo della natura umana
Non si crede in un progresso che dispensa le mani dal lavare la propria biancheria o dal preparare il cibo
Il vero progresso è lo sviluppo: quando il seme è cresciuto nell’intimo di chi cammina
Il progresso che spegne il silenzio sorgivo non è accettabile
La Speranza e la Parola
Dal qui e ora vivo è il palpito della speranza
Ogni qui e ora intona la sua parola e mai una parola fu ripetuta identica
La parola è relazione; nella lingua giapponese è scritta con l’ideogramma del fiato che esce dalla bocca e le foglie di un albero vivo
Le foglie di un albero vivo, quando la calura soffoca, si richiudono restituendo la linfa alla radice affinché non secchi
La parola rimane afona se nessun sé l’ascolta nel silenzio sorgivo
Il Silenzio Sorgivo e Dio
L’oratore crede in se stesso che crede in Dio, ma non dispone delle parole per rendere conto del perché
La fede è ancora un germe vivo e potente dentro di lui
Quando l’uomo giunge a toccare il limite temporale della vita, ossia la morte, la parola Dio si sente vera
Dio non è un ente, nemmeno l’ente supremo
Dio è vuoto di ogni tempo, contiene e vivifica ogni tempo; vuoto di ogni spazio, contiene e vivifica ogni spazio; vuoto di ogni forma, contiene e vivifica ogni forma
L’Uno e l’Amore
L’uno è l’amore: l’uno che apre, non che chiude
Il limite che delimita rende concreto e reale il qui e ora
La perdita del limite induce a cadere nel vago, nell’indifferenziato, nel generico, nell’inconsistente
La vita umana vissuta intensamente nel suo limite nascita-morte esprime la propria magnificenza che si espande nel vuoto
Nel vuoto si forgia il nome Dio
L’annuncio del Vangelo: il sé intimo di Dio non è Dio; Dio non è Dio per l’essere Dio
Nel vuoto vige un rapporto personale di tutti gli elementi, di tutto ciò che vive, tutto ciò che è
Conclusione
L’oratore è prete della religione cristiana perché nel vuoto c’è un rapporto personale
Dio è la vita di questo vuoto; è questo vuoto vivo ed è creante il nostro esserci
L’oratore non vuole andare in paradiso se coloro che sono nati in condizioni per cui non hanno potuto che fare del male dovessero andare all’inferno
Non riesce a credere che possa esserci un inferno eterno
L’intervento termina con l’invito a dialogare ciascuno con sé e a gustare il fresco, ricordando che in Calabria ci sono 45 gradi.
Intervento Padre Luciano 29/8 pomeriggio
Il silenzio sorgivo e l’offerta
Il silenzio sorgivo non cade mai nella monotonia ma continua ad essere autentico in ogni momento della vita
Due pratiche religiose universali custodi di questo vivere:
La pratica del silenzio e della meditazione silenziosa
L’offerta continua della vita che scorre nel suo intimo
In natura l’acqua che sorge dalla sorgente, scorre e si offre illustra questa visione
La morte viene presentata come offerta radicale che non spegne la vita
Esempi di silenzio e meditazione
Edith Stein: filosofa ebrea convertita al cristianesimo, suora carmelitana, si offrì con il suo popolo ebreo e fu uccisa ad Auschwitz
I genitori contadini dell’oratore vissero il silenzio fino all’ultimo senza mai lamentarsi
Padre Sighetto Sida: domenicano giapponese, praticò lo Zazen prima di diventare cristiano, lo propose ai missionari saveriani
Monaci zen giapponesi accolti in Italia e monaci italiani ordinati in Giappone, tra cui Gisso Forzani
La pratica dello Zazen
Lo Zazen è diventato parte della vita quotidiana dell’oratore perché sentito come proprio, non come prestito
Citazione di Dogen dal Bendowa: nel momento in cui si fa Zazen si manifesta il vero modo di essere dell’universo
Indicazioni pratiche:
Unire le mani, incrociare le gambe, lingua aderente al palato
Lasciare che il movimento della coscienza si manifesti così com’è
Non forzare la forma tradizionale in Occidente: possibile usare sgabello o sedia
Non combattere con i pensieri: lasciarli passare senza chiamarli cattivi
La pratica permette di sentirsi al proprio posto nell’universo senza disturbare nessuno
La natura autentica secondo Dogen
Dogen afferma di essere profano e di peccare per preservare la ricerca umile
La verità non è qualcosa da portare già definita ma vive e germoglia spontaneamente
La verità canta senza che si aggiunga nulla quando ci si pone in comunione con il tutto
L’Eucaristia e il Cristo
Il messaggio cristiano viene compreso principalmente dall’Eucaristia e dalla crocifissione
La Pasqua ebraica come passaggio dall’Egitto alla Palestina, celebrata con pane azzimo e vino
Durante l’Ultima Cena:
Gesù prende il pane azzimo, ringrazia, lo spezza e lo dà dicendo “Questo è il mio corpo dato”
Prende il calice e dice “Questo è il mio sangue versato per la remissione dei peccati”
Stabilisce la nuova alleanza tra finito e infinito, umano e divino
Gesù risorto è Gesù che attende il compimento del passaggio nel regno di Dio
Rosmini: Gesù risorto in Eucaristia come cibo dato e vino versato
Il paradiso è essere cristico: non vivere né morire per se stessi ma per il regno di Dio.
Precetti e testimonianze 29/8 pomeriggio
Il contesto storico e la vita a Gagliagnano
Il percorso risale a circa 25-30 anni fa, nel periodo in cui padre Luciano e Giuseppe Forzani vivevano insieme a Gagliagnano.
La vita condivisa comprendeva tutti gli aspetti quotidiani: studio, pratica, pasti, pulizie e lavoro.
Chi si avvicinava poteva restare per il tempo desiderato, in un’accoglienza aperta e continua.
Alcuni dei presenti hanno riconosciuto in quella testimonianza una rispondenza forte con la propria ricerca interiore.
In quegli anni padre Luciano e Giuseppe Forzani traducevano testi zen, che diventavano anche oggetto di studio per chi si avvicinava.
Il voto e i precetti
Su sollecitazione di padre Luciano e Giuseppe Forzani, alcuni hanno espresso un’adesione esplicita a questa vita, che unisce la sponda del Vangelo e dell’Eucaristia con quella dello zazen.
L’adesione ha preso forma nella formulazione del voto e dei precetti, che coprono vari ambiti della vita.
Si precisa che non tutti hanno formalizzato pubblicamente questa adesione: rimane innanzitutto un’adesione personale.
La forma è considerata utile per gli altri, per rendere visibile e condivisibile un’esperienza che altrimenti resterebbe privata.
Testimonianze dei partecipanti
Maurizio racconta il proprio percorso: dal lavoro come progettista elettronico, alla malattia del 2010 che ha cambiato il ritmo della vita, fino all’insegnamento ai ragazzi svantaggiati.
Descrive come lo zazen e i precetti lo abbiano aiutato a distaccarsi da una visione ipnotica della vita, favorendo relazioni più sincere e il perdono.
Condivide il precetto sul rapporto con il piacere e il dolore, citando Simone Weil sulla sofferenza come porta da attraversare.
Riferisce versi dei precetti: pratica fedele (zazen, Vangelo, preghiera, Eucaristia), studio costante, lavoro assiduo e rispetto del riposo, rispetto della natura, benevolenza verso chi è debole.
Martino (amico di lunga data di padre Luciano) testimonia l’incontro avvenuto nel 1994 e il percorso condiviso.
Racconta come lo zazen lo abbia liberato dalle pressioni sociali e da obiettivi imposti, permettendogli di vivere senza la necessità di diventare “qualcosa”.
Sottolinea che la pratica non richiede tempo o bravura, ma è un’esperienza intima e solitaria che diventa parte della vita.
Jürgen racconta un momento in cui, uscendo da un ritiro, ha sentito la pioggia su di sé come esperienza unitaria, non come qualcosa di esterno.
Evidenzia come la pratica renda la vita più naturale e immediata.
Un altro partecipante condivide la propria ricerca di silenzio e profondità, mancati nella vita quotidiana.
Descrive come l’arrivo al ritiro abbia permesso un silenzio interiore profondo e la consapevolezza della necessità di concretezza, accettando l’imperfezione.
Giovanna racconta il proprio percorso: iniziato con lo yoga, poi con le arti marziali, quindi l’incontro con Giuseppe Forzani e padre Luciano.
Descrive la pratica quotidiana a Monza (tre mattine alla settimana di zazen e studio) e come la meditazione l’abbia sostenuta nei momenti difficili di salute.
Sottolinea il valore personale dell’esperienza, che va vissuta interiormente più che descritta a parole.
Giulia racconta di aver conosciuto padre Luciano a Gagliagnano 25 anni fa e di aver usato i precetti come punti di riferimento, poi diventati stile di vita.
Condivide la scelta recente di prendere i voti per concretizzare la propria ricerca spirituale, tagliando via ciò che non è essenziale e lasciando il “fiore di Vangelo e Zen”.
Conclusione e proposta per il seguito
Padre Luciano propone di rimandare al mattino successivo (ore 9, mezz’ora) la condivisione delle proprie riflessioni, per lasciare spazio al silenzio e non appesantire ulteriormente il momento.
Don Mario invita i presenti a visitare i propri parroci e sacerdoti, per aiutarli ad aprirsi e per valorizzare la presenza di sacerdoti in Italia.
Padre Luciano aggiunge che molti sacerdoti soffrono per il calo di partecipazione alla messa domenicale (ridotta all’11%) e che è importante tendere la mano loro, come loro tendono la mano agli altri.
L’incontro si chiude con la decisione di riservare il tempo per il vespro (Magnificat e Padre Nostro) e di riprendere le riflessioni il mattino seguente.
Interventi 30/8
L’incontro con padre Luciano
Il primo incontro con padre Luciano è descritto come emblematico: Luciano afferma che “la nostra vita è appoggiata sul nulla”.
Riccardo si interroga sul perché non sia fuggito di fronte a questa affermazione e attribuisce la permanenza a un desiderio più profondo della paura.
Il tema centrale: il desiderio
Il desiderio viene presentato come la parola chiave emersa dal percorso con Zen e Vangelo.
Viene distinto il desiderio intrinseco (che nasce da dentro) dalle aspettative e pressioni esterne.
Citazioni chiave:
Padre Luciano: “Non è volontà che forza, ma volontà che crea”.
Dogen: “Chi desidera vedere la natura autentica anzitutto deve togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io”.
Matteo 16,24: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso”.
Sette punti sintetici sul desiderio
1. Il desiderio di cui si parla è la sorgente, il silenzio sorgivo, ciò che viene da dentro e non da fuori.
2. Il desiderio non è in antitesi con il silenzio e il vuoto: il vuoto è lo spazio del desiderio.
3. Il desiderio da cui liberarsi è quello imposto dall’ego o dall’esterno; la sorgente va preservata.
4. Il desiderio è indispensabile: è la vita, la volontà di crescere, la “volontà che crea”.
5. Il desiderio è l’antidoto più grande alla depressione; “pensionare la nostra umanità” significa lasciare morire il desiderio.
6. Lo zazen quotidiano, anche breve, permette di riconoscere la propria natura autentica e far sgorgare il desiderio.
7. Seguire il desiderio sorgivo rende perfetti nella propria imperfezione; il melo che fa mele non sbaglia.
Metafora dell’albero
Ognuno deve riconoscere la propria natura (melo o ciliegio) e realizzare al massimo quella natura.
Il desiderio è la linfa dell’albero, non le ciliegie richieste dagli altri.
La perfezione non è lo standard imposto dall’esterno, ma la concretezza di seguire la propria natura.
Eredità e testimonianza
Nessuno impara a desiderare da solo: si impara vedendo qualcuno farlo.
Citazione di Recalcati su Telemaco e la mancanza di testimoni nella nostra epoca.
Citazione di Luigi Zoja: “Il padre è chi solleva verso il futuro”; la misura di una vita è l’intensità, non la lunghezza.
La parola “desiderio” in disgrazia
Il mercato svuota la parola desiderio vendendo bisogni travestiti.
La catechesi ha tradotto “non bramare la roba altrui” in un sospetto generale sul desiderio.
La traduzione occidentale del buddhismo ha fatto credere che il Buddha abbia detto che il desiderio è la radice del dolore, mentre il desiderio è ciò che distingue l’uomo dalle macchine (citazione di Faggin).
Applicazioni pratiche
Il percorso è necessario per:
Giovani che devono dare forma alla propria vita senza testimoni.
Chi deve tirarsi fuori da una difficoltà.
Chi è stato spinto dalla paura a spegnere il desiderio.
Chi fa tutto bene ma non sente più nulla.
Chi accompagna altri e non può trasmettere ciò che in sé non è più acceso.
Sparkwood
L’iniziativa Sparkwood (scintilla = desiderio, wood = albero) è il tentativo concreto di mettere in pratica quanto detto.
L’intelligenza artificiale è solo il motore; il desiderio è ciò che le macchine non possono fare.
Domande conclusive
Le due domande fondamentali restano: “Io chi sono e perché ci sono?” e “Voi che cosa cercate?”.
Conclusione ringraziando e chiedendo se qualcuno ha trovato il suo cellulare smarrito.
Intervento Padre Luciano 30/8
Pratica personale quotidiana come primo passo
Il primo passo per chi intende vivere il cammino incontrato è la pratica personale quotidiana nella propria casa.
La base consiste nel procurarsi il Vangelo e un cuscino (o sedia/sgabello per chi ha difficoltà fisiche), senza assolutizzare la forma.
Ciascuno deve trovare il proprio tempo: 10 minuti per chi può fare solo quello, mezz’ora al mattino e mezz’ora alla sera per chi può dedicare di più.
Tutti gli altri incontri organizzati (settimanali, mensili) rappresentano passi successivi (secondo, terzo, quarto, quinto).
Realtà dei piccoli gruppi
Nei fogli distribuiti erano indicate realtà di piccoli gruppi a Milano, Padova, Monza e altri luoghi che si aggregano con difficoltà ma possono offrire occasioni di ritrovo comune.
La pratica personale rimane la base, ma per chi è interessato a continuare e sperimentare, esistono possibilità di aggregarsi in base alla vicinanza geografica.
Le notizie sui gruppi sono disponibili sul sito; chi già partecipa conosce il funzionamento.
Ogni gruppo fa periodicamente il punto della situazione: fine estate o inizio ripresa (settembre/fine settembre), verificando dinamiche, tempi, luoghi di ritrovo e prospettive per il periodo successivo.
Trasferimento della sede e di Padre Luciano
La sede in via Palermo per Padre Luciano e l’associazione è in fase di spostamento.
La nuova sede non sarà più a Milano ma sull’Appennino piacentino, per motivazioni maturate negli ultimi anni.
Il trasferimento comporta sconcerto per chi abita in città e dintorni, poiché raggiungere Milano era più agevole rispetto all’Appennino.
Il cambio riguarda in primo luogo Padre Luciano ma coinvolge anche tutti i partecipanti.
Intervento di Padre Luciano: la vocazione e il significato dell’ambiente
Padre Luciano presenta il trasferimento come una trasformazione naturale, paragonandola al ciclo del fiore che diventa mela.
Ringrazia per il ministero delle confessioni svolto per 21 anni a Milano, accogliendo persone che parlano altre lingue.
Descrive il proprio cammino vocazionale: da un anelito iniziale a un rigagnolo, poi a un ruscello, ora maturo in una volontà di vivere in un ambiente naturale.
L’ambiente non è solo la persona umana ma tutto ciò che la avvolge e la tiene in vita: aria, acqua, frutti, ortaggi.
Il seme che cade e marcisce, poi viene trasportato altrove, simboleggia la vita nuova che conserva memoria del seme precedente.
L’ambiente è il “regno di Dio” inteso come giustizia, pace e gioia nello spirito, dove lo spirito è ambiente (vento, fuoco).
L’eremo attuale ha evocato il richiamo al silenzio durante i pasti, nonostante l’eco prodotta dalle pareti in pietra.
L’ambiente ha un’importanza fondamentale: Madre Teresa nel Parlamento giapponese ha trasmesso meno rispetto a quanto avrebbe potuto in India con i suoi amici.
Il matrimonio è esempio di ambiente: due persone che dormono, lavorano, mangiano insieme e generano vita.
Il trasferimento non è causato da deficienze dell’ambiente attuale, che si ringrazia; la persona che lo mette a disposizione gratuitamente continuerà a farlo finché vive.
Il nuovo ambiente dovrà avere natura presente con magnificenza e severità, non addolcita come un giardino all’italiana.
Chi vivrà lì arriverà sentendosi attratto, non costretto; il tempo trascorso lì potrà concludersi con un arrivederci se la vocazione porta altrove.
La domenica e il giorno precedente saranno aperti a chi vuole trascorrere qualche ora o una giornata.
Martedì con alcuni presenti si visiteranno alcuni posti indicati; se uno risulterà l’ambiente giusto, fino a fine anno si continuerà come ora, poi da inizio anno a Pasqua si provvederà al trasloco, e con la Pasqua inizierà la nuova fase.
Presentazione dei possibili luoghi
I luoghi da visitare sono: Montezzago, Eremo di San Espedito, Santa Maria del Monte.
Santa Maria del Monte si trova a 600 metri, su una collina nobile visibile da Milano; è un santuario con canonica grande che necessita restauro.
L’Eremo di San Espedito è a 250 metri, tutto in sasso, consegnato al FAI, con varie stanze per accogliere persone; più a monte a 600 metri c’è un eremo isolato per 2-3 persone.
A Montezzago potrebbero essere utilizzati entrambi gli eremi: uno per la vita quotidiana e il lavoro, l’altro per il fine settimana.
L’uscita autostradale più vicina è Fiorenzuola; si raggiunge facilmente anche da Piacenza.
Padre Luciano precisa che il mantenersi fa parte del cammino spirituale; riceve 600-700 euro mensili di assistenza dallo Stato, che lascerà alla congregazione per prendere come base personale.
Si intende coltivare un frutteto; quando arrivano persone la domenica si utilizzerebbero anche i prodotti dell’orto.
Non esiste vegetariano perché gli uccelli mangiano insetti per far maturare i frutti; ringraziare l’animale sacrificato e non buttare nulla è importante.
A Milano Padre Luciano non compra carne, quando gli viene offerta la mangia ringraziando; mangia polpette con spinaci e riso bianco il venerdì.
Necessità pratiche per il trasferimento
Enrico Bergamo segnala che una volta individuata la casa ci saranno lavori da fare e necessità di arredi.
Ha contatti con un’impresa che lavora con la Puglia e una richiesta a Piacenza per muratori a giornata.
Potrebbero servire sostegno logistico, materiale ed eventualmente economico da parte dei partecipanti.
Una volta trovato il luogo si farà un capitolato per capire le necessità.
Continuità delle attività a Milano
Fino a Pasqua l’apparato normale della sede orientativamente continua; le attività della stagione precedente possono proseguire.
A Milano, dove arriva più gente, si chiede disponibilità a continuare ritiri mensili e ritrovi settimanali.
Il gruppo del mercoledì sera e lo studio del sabato una volta al mese possono continuare; a settembre si creerà un nuovo programma.
Il sabato con la messa era ben frequentato e apprezzato; si organizzerà insieme il ritmo mensile del ritrovo generale fino a pranzo.
Il gruppo del giovedì pomeriggio guidato da Maria va avanti; la pratica quotidiana alle 7 del mattino e alle 9 di sera rimane aperta.
Valerio, giapponese, frequenta saltuariamente la pratica del mattino; ha inviato una notifica di arrivo quando il citofono non funzionava.
Giordano, sorella carissima, è arrivata con il marito pugliese che non può rimanere solo fisicamente.
Federico è aperto a partecipare e domani andrà con Padre Luciano a vedere i posti.
Simone, partito ieri, ha chiesto giorni ogni mese per vivere lì; è artista del suono e tecnico degli organi dell’opera, chiamato per l’opera del treno.
Messa 30/8
Prima lettura: Geremia
Il profeta, giovane e valente, vive un periodo di stanca in Israele.
La religione e il lavoro si svolgono in forma monotona; i sacerdoti sfruttano questa stanchezza per offrire grazie sostitutive.
Geremia viene sedotto da Dio contro il suo ideale iniziale e si oppone ai sacerdoti.
Proclama per la prima volta il termine “Cristo” riferito a Ciro, re persiano che distruggerà il tempio.
I sacerdoti lo arrestano e lo gettano in una fossa; Geremia accusa Dio ma rimane fermo.
Dopo la distruzione di Gerusalemme, Ciro ordina di trattare bene Geremia e di portarlo a Babilonia, ma il profeta rifiuta e resta sui ruderi della città distrutta.
Vangelo e messaggio centrale
Pietro, come i sacerdoti del tempio, vorrebbe che Gesù accettasse la situazione senza disturbare.
Gesù risponde: “Va’ dietro a me, Satana”, sottolineando che la seduzione di Dio va contro le sicurezze umane.
Il celebrante collega il brano al rischio di divenire scandalo (inciampo) per gli altri.
Distingue tra lo scandalo della croce, che fa riflettere, e lo scandalo di chi mette sgambetti.
La domanda posta è se si cammini nella via del Signore o si ostacolino gli altri.
La croce è l’unica pietra di scandalo accettabile: ricorda la distanza dalla perfezione e invita a proseguire il cammino.
Professione di fede
Recitata la formula del Credo apostolico risalente al II secolo.
Include le verità su Dio Padre creatore, Gesù Cristo, Spirito Santo, Chiesa, remissione dei peccati, risurrezione e vita eterna.
Liturgia eucaristica
Presentazione del pane e del vino con le formule classiche.
Preghiera eucaristica che ricorda la Passione, morte e risurrezione.
Intercessioni per la Chiesa, il Papa Leone, il vescovo Mario, i defunti e tutti i fedeli.
Recita del Padre Nostro e del rito della pace.
Distribuzione della comunione con le parole “Il corpo e il sangue di Cristo”.
Conclusione e invito finale
Silenzio post-comunione interpretato come “zazen eucaristico”: il cibo diventa energia.
Benedizione finale e invito a continuare l’Eucaristia nel pranzo senza rifare il segno della croce.
L’assemblea è esortata a vivere la continuità tra celebrazione e vita quotidiana.



