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Riconosco che in questi anni mi sono sentito più “religioso” che sacerdote. Ho sempre avvertito questa consacrazione, non tanto come un porto sicuro (casa religiosa, convento, parrocchia), ma come l’invito che Gesù rivolge a Pietro di “prendere il largo” (Lc 5, 4), come una porta che si apre sulla strada. “Prendere il largo”, ma per fare che cosa di preciso? Pietro lo fece sperando di pescare dei pesci prima, poi per trasformarsi in “pescatore di uomini”. Mi domando per me oggi, dopo 50 anni cosa significa l’invito a “prendere il largo”? Penso a diversi miei compagni di noviziato e di teologia (missionari Saveriani) che stanno in Giappone, Cina, Asia, Africa, America Latina, Europa, loro fisicamente hanno preso il largo, per annunciare la parola del Regno e vivere la propria vocazione. Credo sia fondamentale per tutti, poter vivere questo “prendere il largo” per localizzare Dio. Una missione che può essere vissuta in ogni spazio, negli agglomerati urbani, nei villaggi sperduti, lungo le strade, nelle metro cittadine, come nelle case, nei campi Sinti e Rom, nei monasteri di clausura, nei luoghi sacri di ogni fede, nelle periferie, come negli accampamenti dei migranti…sui barconi carichi di volti e storie che solcano i nostri mari, appunto quasi ogni giorno “prendono il largo”, anche loro, inviati a noi.
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