ven 24 Set 2004 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

(di Stefano Zezza)

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Il viaggio in Giappone, insieme alle letture che lo hanno affiancato mi hanno permesso di afferrare meglio il senso del dialogo in cui sono coinvolto ormai da anni, e che fino a ora avevo trovato affascinante quanto, in fondo, oscuro. La profondità delle differenze dei due mondi e delle due culture che dentro di me si confrontano va molto al di là di quello che, alla luce del mio modo di vedere da occidentale, potessi immaginare. Si tratta infatti di due mondi più che alternativi l’uno all’altro, che si muovono in sfere diverse.

Uno è il mondo del pieno, della dialettica, del superamento delle successive istanze, che insegue modelli sempre più complessi, più articolati, che tutto deve cercare di risolvere, soprattutto in base al raziocinio e anche alla forza, alla competizione, all’aggressività; dove tutto deve essere soggetto al pensiero, dove quanto più si acquisisce, in tutti i sensi, tanto più si è realizzati; l’altro è il mondo del vuoto che sempre si riempie e sempre si vuota, dell’accostamento, della non esclusione, dove tutto viene accolto, metabolizzato non tanto per essere superato quanto per essere fatto proprio insieme a quello che già c’è e lascia sempre spazio per quello che ci può essere. Quello che li accomuna è la profondità delle radici, per cui non c’è nessuna soggezione, in fondo, dell’uno nei confronti dell’altro. Uno è il mondo del superamento continuo, del continuo progresso, l’altro è in mondo dell’armonizzazione, dell’inclusione.

In questa ottica nel corso del pellegrinaggio sono rimasto colpito dalla scarsa definizione dei confini tra una religione e l’altra, tra Buddismo e Shintoismo soprattutto, e di come l’adesione dei singoli all’una e all’altra in occasione delle varie tappe della vita possa essere sì, un particolare amore per la forma che quella religione può dare a quella tappa, ma anche il fatto che l’una certo non escluda l’altra. Anche per i cristiani incontrati è sembrato che il loro cristianesimo sia comunque intriso di religiosità autoctona, e che la religione abbracciata integri quella di nascita fornendo risposte a nuove domande, a esigenze diverse.

La mia sensazione è che il ricorso alle diverse forme nelle varie fasi della vita, lo shintoismo alla nascita, il cristianesimo al matrimonio e il buddismo per la morte, risponda a qualcosa di più che non semplicemente a un fatto cerimoniale e folcloristico, ma colga in qualche modo le migliori risposte che le religioni danno nelle singole fasi della vita.

Il viaggio è stato preceduto e seguito dalla lettura del libro di Padre Luciano “Delle onde e del mare”, e mi riesce difficile commentare il viaggio senza fare riferimento a questa lettura, che compendia anche le sue istruzioni. Le prime volte che lo avevo sentito parlare Padre Luciano a Roma, ricordo che mi meravigliavo di quanto le sue istruzioni mi sembrassero intrise di Zen, e, come peraltro esplicitamente riconoscesse al suo cattolicesimo e allo Zen pari dignità. Ora invece mi sembra di capire che ha tratto dalla sua esperienza giapponese la capacità di accostare senza escludere, di come, prima di avere fatto propria una religione, sia stato conquistato da una mentalità che è diventata veramente parte di lui.

Il suo libro è questo, per me, è la storia di come, dai fatti della vita in Giappone e dagli insegnamenti ricavati dall’atmosfera e dall’ambiente, che si sono manifestati in comportamenti e in piccole affermazioni della gente semplice con cui si è trovato a confrontarsi, più che con i testi della dottrina o del pensiero buddista, sia stato, direi quasi, costretto ad accostare alla fortissima fede delle sue origini la religiosità intrinseca al popolo che lo ha accolto.

Perché parlo più del libro che non del viaggio in sé? Perché il viaggio stesso, per me, questa funzione ha avuto soprattutto, di dare concretezza, corpo a quanto ho sentito e appreso in anni di insegnamento in Italia. E questo, per molti aspetti, è raccolto nel libro di P. Luciano.

Che direbbe un giapponese se venendo in Italia visitasse da un lato San Pietro, Santa Maria in Fiore, la cattedrale di Trani, e dall’altro girasse per i monasteri benedettini sparsi o per i luoghi di meditazione che si trovano in Italia? E sarebbe questa un’immagine che rispecchia la realtà italiana? Vedrebbe certamente un solo aspetto, e non il peggiore, di questa realtà. Lo stesso credo che possiamo dire noi di quello che abbiamo visto e vissuto. E’ questo il motivo per cui queste riflessioni si riferiscono a quello che abbiamo/ho cercato e non hanno nessuna pretesa di generalizzazione.

Accostare e non scegliere. Questo è quello che ho ricavato soprattutto dal viaggio e dalle letture fatte contestualmente. La scelta non è obbligatoria. Mi viene in mente come, anni fa, mi sentii liberato quando se mi si chiedeva un parere su qualsiasi argomento, decisi che potevo non averne; non sapere se trovavo un quadro bello o meno, e non per non voler decidere, ma perché la scelta non è obbligatoria, forse maturerà da sola, con il tempo. Apprendere che questo non solo è lecito, in un mondo diverso dal nostro, ma è addirittura normale, mi ha fatto, da questo punto di vista capire perché non lo sento come un mondo distante o estraneo, ma come un mondo che mi svela una parte che è profondamente mia.

Una delle più importanti lezioni che ho tratto da questi anni di frequentazioni con La Stella del Mattino è stata quella della “religione per l’uomo” e non viceversa, e anche questo mi è sembrato di cogliere da questa breve, ma intensa, esperienza di viaggio.

Stefano Zezza

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