lun 6 Mar 2006 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

L’ORIENTE E LA GUERRA
Pretesto religioso e conflitti armati

* INTRODUZIONE
Una goccia nell’oceano – ( – scarica in PDF)

Non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni.
Non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni.
Non c’è dialogo tra le religioni senza una ricerca sui fondamenti delle religioni

HANS KÜNG

Il quaderno che l’Università Popolare di Mestre ci presenta vuol essere il primo di una serie che raccoglie i lavori condotti nei miei cicli sulle religioni in dialogo con problemi e ricerche d’interesse attuale. Quest’apertura al pubblico si pone anche come un momento di collegamento tra lo studio delle tradizioni religiose proposto nei corsi interni e il contributo di specialisti esterni, invitati per approfondire alcuni temi fondamentali strettamente legati al mondo in cui viviamo.

Il rapporto tra religioni e conflitti armati è tornato tragicamente attuale dopo gli attentati terroristici negli Stati Uniti e quelli, tuttora in corso, in territorio israelo-palestinese, ma anche per il risvolto nazionalista islamico che la resistenza in Iraq ha pericolosamente assunto.

La rivelazione di Dio può legittimare la guerra o piuttosto offrire un pretesto per giustificarla? E se fosse così, a qual fine? Crediamo sia necessario ritornare a interrogarci su questi temi per cercare di capire la reale portata etica dei messaggi religiosi e l’eventuale rischio di strumentalizzazione e di intolleranza che si nasconde in essi.

Dopo il primo seminario dedicato ai tre monoteismi, Dio e la guerra (tenutosi nel 2002), abbiamo pensato fosse interessante approfondire l’argomento con questo secondo ciclo (nel 2004) rivolto all’Oriente e alle sue grandi tradizioni religiose.

La lezione introduttiva di Giuseppe Goisis e Mario Nordio ha analizzato il rapporto Oriente-Occidente per rintracciare la radice di quel conflitto radicale che divide l’Islam fondamentalista dal resto del mondo globalizzato. Si è riparlato quindi di monoteismo e di “guerra santa”, di giustificazione divina e di pretesto umano, argomenti trattati anche nei singoli interventi del ciclo iniziale. Le tre lezioni monografiche hanno poi introdotto le tradizioni millenarie dell’India, della Cina e del Giappone, rispettivamente con Antonio Rigopoulos, Maurizio Scarpari e Massimo Raveri, per condurci in una storia, lontana e al tempo stesso tragicamente vicina, in cui guerra e pace si sono alternate durante i secoli sempre sostenute da ragioni di profondo interesse religioso.

La domanda conclusiva è diventata allora quella sulla natura stessa della religione: è possibile una religiosità senza conflitti? È possibile una convivenza tra religioni senza scontri etnici o nazionalistici? E soprattutto: sino ad oggi è mai esistita una religione istituzionale assolutamente pacifista e disarmata?

Naturalmente le difficoltà redazionali per raccogliere i presenti contributi non sono state poche e la realizzazione del quaderno ha richiesto tutta la buona volontà, e direi anche l’irriducibile determinazione, dei curatori Mirto Andrighetti e Anives Ferro che hanno creduto nelle mie scelte ed hanno lavorato generosamente affinché il valore di queste ricerche non andasse perduto con la fine del ciclo. A loro il mio sincero ringraziamento, anche per l’incoraggiamento a proseguire il progetto.

Di fronte alla revisione del testo trascritto, la maggior parte dei relatori ha preferito ricorrere ad un altro saggio, pubblicato in forma più completa e articolata in occasione di un convegno internazionale1 la cui raccolta degli atti è stata curata da Massimo Raveri2, a cui va tutta la nostra gratitudine per la concessione alla pubblicazione. Una scelta di questo tipo comporta però uno scarto, maggiore o minore, rispetto a quanto è stato realmente detto in sede seminariale, ma se lo spirito con cui ci rivolgiamo al lettore è quello della ricerca di approfondimento sul tema trattato, allora i contributi diventano qualcosa in più che va ad aggiungersi, quantitativamente e qualitativamente, alle relazioni ascoltate. Così si presenta molto dilatato sul versante filosofico e dei diritti umani l’intervento di Giuseppe Goisis e in parte ristretto alla figura di Gandhi quello di Antonio Rigopoulos, mentre Maurizio Scarpari non ripercorre l’analisi sulla situazione contemporanea per la quale era stato coadiuvato da Amina Crisma, ricercatrice dell’Università di Padova.

Un caso a parte è invece costituito dai saggi di Mario Nordio e Massimo Raveri perché si presentano perfettamente aderenti all’esposizione. Il primo affrontando sin dal titolo lo stesso argomento (saggio contenuto in una diversa raccolta curata da Pier Giovanni Donini3) e il secondo essendo l’unico ad aver condotto direttamente la revisione e l’ampliamento del testo trascritto dalla sua lezione. Inoltre Giuseppe Goisis ha integrato le differenze con l’aggiunta di un piccolo contributo sul dialogo interreligioso che ripercorre anche il cammino della Chiesa cattolica nel mutato contesto mondiale, cercando di intravedere quali sviluppi potranno sorgere da una situazione in continua evoluzione, sia storica che culturale, ma soprattutto spirituale.

Tutti gli interventi raccolti costituiscono un ampliamento del quadro iniziale e danno ragione alla volontà redazionale di proporre un ulteriore momento di riflessione. Le premesse e le conclusioni di ogni specialista lasciano uno spazio considerevole alla speranza in una nuova consapevolezza del pericolo nascosto nelle interpretazioni strumentali e fondamentaliste del sacro e della religione. Eppure non posso dimenticare che proprio durante lo svolgimento di questo ciclo è arrivata la notizia del terribile attentato di Madrid, ulteriore tragica dimostrazione di violenza legata ad un pretesto religioso. Ancora una volta ci siamo interrogati sull’opportunità di continuare le ricerche nonostante l’irriducibilità del problema, ma ancora una volta siamo giunti alla convinzione che un lavoro teorico sia l’unica goccia rimasta da versare per tentare di placare le acque agitate del nostro oceano.

Il nucleo essenziale di questa speranza è già tutto contenuto nelle parole di Hans Küng che ho posto in epigrafe: fare ricerca sui fondamenti delle religioni. Quindi dalla ricerca si giunge al dialogo, dal dialogo alla pace tra le religioni e a quella tra le nazioni. La ricerca sui fondamenti trova il suo punto di forza nell’analisi dei testi sacri che si pongono come legittimazione di ogni iniziativa conflittuale o armata. Il testo deve diventare oggetto di studio per circoscrivere la sua portata distruttiva ad un fenomeno storico e culturale attraverso un processo di contestualizzazione e decontestualizzazione che il metodo critico permette. Contestualizzare significa riportare il testo al contesto in cui si è formato, cioè tempo, luogo e cultura. Decontestualizzare vuol dire individuare il messaggio etico-religioso selezionando i diversi livelli della scrittura. Il processo si conclude poi con una ricontestualizzazione, o attualizzazione, per inserire il messaggio nella nostra realtà contemporanea rendendolo appunto attuale. Questi sono gli unici veri antidoti conosciuti contro il veleno dell’applicazione letterale di testi antichi come quelli considerati sacri dalle tradizioni religiose: l’analisi storico-critica e l’interpretazione.

Può sembrare poco, ma è la porta che conduce alla via della delegittimazione di ogni forma di violenza perpetrata in nome di Dio. Tra la rivelazione e una tradizione si contrappone sempre la mediazione umana che molte volte ha preso il sopravvento sulla parola di Dio riducendola a parola di uomo. Così, nella loro manifestazione più vile, le religioni hanno prodotto un Dio troppo umano, chiamato in campo non per difendere un diritto universale, ma un interesse individuale. Riportare Dio a Dio appare la sola possibilità di restituire l’uomo all’uomo secondo il messaggio spirituale più alto contenuto in tutte le religioni.

Infine vorrei ricordare che i due seminari sulle religioni e la guerra sono stati dedicati ad Alfio Bisotto (1913-2002) e al suo lavoro di ricerca, ripresi anche in una memoria di Giuseppe Goisis, suo relatore di laurea.

Dopo una vita di lavoro imprenditoriale, svolto nella piccola azienda metalmeccanica da lui creata, Alfio Bisotto decise a quasi ottant’anni di ritornare alla passione giovanile per la filosofia. Cominciò i suoi studi e li portò a termine con la bellissima tesi su La guerra e la pace: un difficile dilemma che ripercorre i maggiori orientamenti filosofici sul tema per concentrarsi, in conclusione, sulle grandi religioni e in particolare sull’Islam, il cui rapporto con la guerra era per lui oggetto di un interesse specifico.

Con vivo entusiasmo partecipava ai miei corsi sulle religioni organizzati per il Club Unesco e con instancabile sollecitazione mi poneva i suoi interrogativi sul futuro del mondo. Molte delle sue previsioni sul terrorismo di matrice islamica si sono tragicamente avverate e la sua attenzione per le motivazioni della guerra e le implicazioni religiose è diventata purtroppo attuale.

Così desidero ricordarlo: uno spirito attento e profondo, sempre pronto a capire e a indagare, cercando risposte valide per tutti, quelle stesse risposte che anche noi tentiamo di trovare con le nostre ricerche e con questo piccolo contributo dell’Università Popolare.

DANIELE SPERO
(Coordinatore dei Seminari)

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