ven 11 Apr 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

il pastore delle pecore, quello bello

«In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

* Il Pensiero Divino si fa Carne: la Forte Mitezza la Mite Fortezza

La più antica raffigurazione di Cristo conservata nelle catacombe è quella del buon pastore. Era stata la mitezza e la misericordia di Gesù ad attirare nella nuova fede quei cittadini dell’impero romano che divennero la prima chiesa cristiana. Affascinati dalla mitezza del loro maestro, seppero a loro volta lottare e anche morire per la nuova fede, senza maledire il persecutore, anzi pregando per lui. Meditare il Cristo buon pastore altro non è che far rivivere in ognuno di noi la sua mitezza forte e la sua fortezza mite.

Noi apprezziamo l’acqua fresca della fonte, perché ci disseta; ma forse dimentichiamo il lungo cammino sotterraneo che l’acqua ha percorso per purificarsi e quindi scaturire là dove noi ci troviamo. Il buon pastore è la porta della misericordia; e contemporaneamente è colui che entra attraverso la porta, è la via. La porta che introduce nella casa dona sollievo, calore, pace; la lunga via che conduce verso la porta comporta fatica, austerità, croce. Mitezza che richiama la fortezza e fortezza che conduce alla mitezza: è il Vangelo del buon pastore! «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore… Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo».

La porta è la soglia dove comincia e dove finisce la casa; dove cominciano e dove finiscono l’io o il noi, il tu o il voi. La porta è il limite dove l’interno comunica con l’esterno, dove ciò che è individualità comunica con ciò che è globalità, e l’uno con il tutto. La porta aperta lascia libero il passaggio. Ma quando la porta si apre, è allora che si ritira in disparte, è allora che diventa vuota. Quando è chiusa, è allora che è piena, e fa da continuazione del muro o del recinto, mettendo in bella mostra se stessa. La porta è viva immagine di ciò che è la vita, sia fisica che spirituale: è infatti un entrare e un uscire, un dire io, noi e un dire tu, voi. Esprime la consistenza e la relazione, la staticità e la dinamicità. Esprime quindi l’ambivalenza della realtà: è la porta che si apre e dice fiducia, è la porta che si chiude e dice paura. Eppure è proprio quando la porta è chiusa e il cuore tace, che noi interiorizziamo e maturiamo, come fa il mosto che, rinchiuso nella botte, fermenta in buon vino. Porta che rimanendo aperta può invece essere dissipazione, incapacità di maturare un proprio pensiero. La porta è il limite dove tutto può divenire vero e autentico, profondo e saldo; ma anche dove tutto può essere disperso e vanificato. La porta è la sfida della vita.

«In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore». Il buon pastore è colui che entra dalla porta: quindi colui che conosce e assume senza discriminazione la realtà e le situazioni. Il buon pastore non ricerca alcun suo interesse nelle pecore, ma semplicemente serve al loro reale bisogno. Se una si smarrisce, lascia le novantanove al sicuro e la cerca; come la trova, la mette sulle spalle e la porta a casa. Poi chiama gli amici per fare festa. Il buon pastore non riversa sulla pecorella smarrita alcun rancore o vendetta per la sua caparbietà che gli ha causato tanto disturbo. Come il medico non rimprovera il paziente perché è malato, ma semplicemente cerca di conoscerne la situazione e diagnosticare la cura efficace per il suo bene. Il buon pastore non ha altro scopo, nell’accudire al gregge, che il bene del gregge stesso, di ogni pecorella, una a una.

«In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore». Il buon pastore, colui che entra dalla porta; contemporaneamente è la porta stessa. Il Cristo è colui che ha assunto come sua carne la soglia dove si dibattono le sfide dell’uomo. È inoltre colui che entra: ossia non ostruisce la porta, ma la tiene aperta valicandola per primo. Preceduti da Cristo, entriamo attraversando la porta che è Cristo e così andiamo oltre Cristo. Chi si blocca alla porta ostruisce e impedisce alla porta di esercitare il servizio di porta. Chi va oltre Cristo è veramente cristiano, perché andare oltre Cristo è diventare noi stessi Cristo. Noi siamo Cristo: diventiamo porta che si apre agli altri, porta che gli altri attraversano e vanno oltre noi, nella strada della loro libertà.

p.Luciano

* Porta senza porta

C’è nello Zen un’espressione famosissima Mumonkan che di solito è tradotta: Porta senza porta. È questo anche il titolo di un testo fra i più studiati il Mumonkan, appunto, che è una raccolta di quarantotto koan compilata e commentata dal grande maestro zen Ekai Mumon, vissuto in Cina dal 1183 al 1260. Forse la traduzione Porta senza porta non rende tutta la profondità del messaggio: Mu è la negazione, significa non – assenza – nulla. L’ideogramma rappresenta una catasta di legna con il fuoco acceso sotto. Mon significa cancello – porta – entrata; Kan a sua volta indica entrata – ingresso. Guardiamo più da vicino questo ultimo termine, Kan. Il vocabolario buddista lo definisce così: “Ha il significato di cancello attraverso cui si deve passare e anche di luogo impervio. È il luogo attraverso il quale è inevitabile passare, ma per cui non si può passare incondizionatamente”. Comincia a dischiudersi la ricchezza del significato di Mumonkan: l’ingresso impervio attraverso cui si deve passare è senza porta. C’è un ingresso che non è di facile accesso attraverso il quale è necessario passare per avere adito alla via. Non è di facile accesso perché non si può passare incondizionatamente: il prezzo da pagare è enorme: né più né meno che tutto se stesso. Però non c’è una porta di ingresso come noi siamo abituati a intenderla, nel senso che non esiste un criterio generale prefissato, come sarebbe un ingresso in cui si paga un biglietto stabilito. Il prezzo è diverso per ognuno, così come ognuno è diverso. Per uno un soldo è il prezzo intero, per un altro un miliardo è ancora poco. La difficoltà iniziale è proprio qui: che noi, sapendo che l’ingresso è arduo e non è incondizionato, vorremmo subito stabilire il prezzo, prendere le misure della porta. Ma il prezzo è tutto, e questo tutto è diverso per ciascuno di noi. Se sapessimo cos’è il tutto che dobbiamo pagare avremmo già varcato la soglia. Per questo c’è l’insegnamento e la pratica, per imparare qual è il prezzo per ciascuno di noi. Possiamo solo dire che la porta è stretta. Stretta vuol dire che è esattamente della mia misura: non si può portare con sé null’altro che se stessi. Nulla da aggiungere e nulla da togliere. Ecco allora che Mumonkan significa l’ingresso senza porta, nel senso che la porta sono io stesso, quando sono spoglio di tutto ciò che non è veramente me stesso: quando io sono il mio sé. Qui ci aiuta la pratica dello zazen, di cui già si è detto, che Doghen chiama la porta reale della pace e della gioia [1]. Quando abbandono corpo e spirito alla forma dell’essere soltanto seduto, la forma che il mio corpo e spirito assume è la porta, è l’ingresso, è la via. Non c’è frattura, né separazione, né aggiunta, né manomissione. Allora Mumonkan vuol dire l’ingresso che è la porta del nulla, nel senso che nulla viene aggiunto o alterato passando per quella porta, ma anzi ogni cosa diventa se stessa, ciò che davvero è. Questo nulla, che tanto spaventa, è il bagno della fede: è ogni cosa come è quando nulla le è tolto o aggiunto, quando passa attraverso il null’altro e diviene se stessa. Così è per me: tutto ciò che posso perdere non ero io, tutto ciò che io sono non lo posso perdere perché non lo possiedo, lo sono.

Io sono la porta. Abbiamo letto fin qui l’espressione Mumonkan come un’espressione viva, i cui significati si modificano e si chiariscono modellandosi insieme a noi con il nostro modo di viverli. Non possiamo fare lo stesso con la parola di Gesù? Io sono la porta non vuol forse anche dire la porta sono io, dove io non è un oggetto-persona altro da me, ma io quando divento il mio sé? Non è forse così che divento il fratello di Cristo?

Jiso

[1] Eihei Doghen, Fukanzazenghi – La forma dello zazen che è invito universale in La realtà della vita, EDB 1998, p.137

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