sab 21 Giu 2008 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Non temete gli uomini poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato.
Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

* Senza alcun privilegio

Rimane nascosta in noi una subdola presunzione: quella che in un modo o in un altro, grazie alle devozioni religiose, si possa cor­rompere Dio, affinché per privilegio ci conceda di essere ciò che non siamo di fatto. Presunzione amica dell’astuzia e dell’indolenza! Spesso chi tiene molto a proclamare la sua religione come quella vera, di fatto intende affermare che lui, grazie a tale appartenenza, davanti a Dio gode di privilegi che non sono concessi all’altro che appartiene a una religione diversa. Tante volte la difesa ingaggiata a favore della propria religione, affermando che è quella perfetta, un modo subdolo per difendere il presunto privilegio di essere mi­gliori degli altri. Se la religione fosse qualcosa che ci permette di ap­parire davanti a Dio quello che di fatto non siamo, allora non esiste­rebbe più nulla dove la verità è la verità senza aggiunta di sorta. La verità non esisterebbe affatto, perché anche il punto di riferimento ultimo e più oggettivo, Dio, sarebbe condizionabile.

Il Vangelo di oggi va a colpire proprio questa tentazione subdola che si ricopre di larvate ragioni religiose. Davanti a Dio quello che vale non è l’uomo con la sua religione, come se la religione aumentas­se magicamente i punti di merito; ma l’uomo tolta la sua religione, quello che resta e che è il suo volto reale. «Non temete gli uomini, poi­ché non vì e nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato». Queste parole mi fanno sentire sperduto e mi incutono timore. Ho talmente giocato alla perfezione perché non apparissero in pubblico i miei peccati: certi peccati di pensiero, certe vendette misere misere, certi gesti che se fossero ri­saputi offenderebbero il mio buon nome! Che non ci sia alcuna ma­niera, una qualche indulgenza, una qualche preghiera, una qualche devozione che mi possa evitare la brutta figura dei miei peccati sve­lati? Questa è la paura pagana che si annida nella mia umanità.

Eppure è un bene per me che i miei peccati siano svelati! Perché purifica, toglie ogni sotterfugio e rende trasparente come è trasparente Dio. Ascoltiamo il Vangelo senza timore, ma con grande fiducia. Il giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato indica che è possibile giungere alla semplicità originaria in cui non c’è nulla da camuffare di se stesso per accogliere l’altro o per essere accolto dall’altro Allora sia l’avere i propri peccati svelati, sia l’ascoltare i peccati svelati dei fratelli non susciterà in noi che la profonda riconoscenza di essere realmente fratelli perdonati dall’amore del Padre.

«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non han­no potere di uccidere l’anima». Comprendendo queste parole in modo ­errato uno potrebbe pensare che il corpo non abbia valore, mentre l’anima sì. L’anima è il principio vitale del corpo. E così forte che, anche se il corpo fosse ucciso, l’anima può risuscitarlo. In altre muore la parte esteriore del corpo, ma non il suo principio vi­tale che chiamiamo anima. Anzi, quando la parte esteriore di un vegetale ­è ridondante viene potata e il principio vitale si irrobustisce ri­creando l’albero più maestoso di prima. Il Vangelo ci ha annunciato che tutta la creazione partecipa della morte di Cristo e quindi della risurrezione. A uccidere il corpo sono a volte gli assassini; ma è anche lo stress della vita, e più semplicemente è il tempo che passa. Cristo ci insegna a non temere tutto questo, ma ad affidare il feno­meno della improvvisa o graduale morte del corpo alla grande legge della risurrezione. Non capiti che la paura di perdere il corpo finisca per farci perdere il principio vitale, l’anima. Tutto questo con molta serenità e fiducia. «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà in terra senza che il Padre vostro lo voglia». O tutto è nella provvidenza del Padre, oppure nulla lo è. Se tutto lo è, perché avere paura?

«Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo rico­noscerò davanti al Padre mio che è nei cieli». E’ qui che ci conduce il vangelo: a un rapporto schietto, senza sotterfugi, con Cristo e in con il Padre. Ci sprona a convertirci a essere persone autentche­, completamente disinquinate da ogni bigottismo, diplomazia devozionale, favoritismo. L’ateo che si dice ateo proprio perché secondo la sua coscienza è ateo, è più evangelico della persona religiosa ­che si trastulla fra devozioni di copertura. Il peccatore che confessa i suoi grossi peccati con sincerità di cuore non è meno san­to del sacerdote che gli conferisce il sacramento del perdono. Riconoscere ­Cristo non significa proteggerlo; egli non ha bisogno delle nostre difese. E’ invece essere convinti che nulla lo può eliminare, perché la sua dimora è il cuore della realtà. Tutto e stato fatto per mezzo di lui» (Gv 1,3).

p.Luciano

* Passeri

NKōdō Sawaki rōshi diceva: «Il mondo in cui le persone danno e ricevono le cose senza dire “Dammelo!” è il vero bel mondo. E’ differente ­dal mondo in cui ci si affanna e ci si azzuffa per le cose. E’ un mondo vasto e senza confini».

Scrive Kōshō Uchiyama rōshi, suo discepolo e maestro Zen contemporaneo:

«Nel Vangelo è scritto: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia”. Il 99,99% delle cose che ci sono necessarie giun­gono come dono dalla terra e dal cielo, dalle diecimila cose, dall’u­niverso; ma lo 0,01% delle cose di cui abbiamo bisogno può dive­nire oggetto di avidità. L’aria, la luce, la temperatura, l’acqua… tutte queste cose che abbiamo ricevuto fin dalla nascita non sono soltanto indispensabili alla vita umana, sono benedizioni. Solo quando ci rendiamo conto che pur senza aver mai reso alcun servi­zio all’universo abbiamo cionondimeno ricevuto incommensurabi­li benedizioni senza le quali non potremmo neppure sopravvivere, solo quando diminuiamo la nostra avidità verso quello 0,01% delle nostre necessità e viviamo la nostra vita con l’intenzione sincera di fare tutto ciò che possiamo per chiunque e per qualsiasi cosa, solo allora si spalanca la vasta, calma via di fronte a noi».

Ancora Sawaki:

«Servi le Dieci Direzioni con l’atteggiamento “Non desidero niente con avidità!” Questa e la grande offerta».

Uchiyama:

«Prima di diventare monaco, osservavo il mondo dell’affannarsi e dell’azzuffarsi per il denaro e mi sentivo soffocare. Per fortuna ho incontrato Sawaki rōshi, che era un esempio vivente di “Non desidero ­nulla con avidità” e sono arrivato a comprendere che anche io potevo vivere senza agognare alle cose e senza azzuffarmi con gli altri per il denaro. Sono profondamente grato del fatto che egli mi abbia insegnato un modo di vivere libero da pressioni, il modo di respirare profondamente, come se fossi un pesce che è tornato nel­l’acqua; ho cercato di vivere la mia vita con la speranza di essere a mia volta un esempio vivente di “Non desidero nulla con avidità”, e di poter veramente servire le Dieci Direzioni». [1]

Non dobbiamo andare lontano, oggigiorno, per trovare colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo. Desiderare la roba è l’imperativo che regola la vita sociale quasi dovunque nel mondo. E’ il desiderio della roba che uccide l’anima, perché facendo della roba l’oggetto del desiderio, noi trasferiamo l’anima nella roba. Da quando è morta la santa vacca magra, come la chiamava Pasolini, af­foghiamo nel grasso: la fame uccide il corpo, il grasso soffoca l’ani­ma. Non è la nostalgia di una povertà che io, personalmente, non ho mai provato: sarebbe ipocrita oltre chè velleitario. E’ il richiamo di una sobrietà, di una libertà dall’oppressione del desiderio, che inve­ce ho visto e conosco. La stessa libertà dei passeri, che certo deside­rano con tutto se stessi l’aria e il volo e la vita, e con tutto se stessi ne godono senza restrizioni. Non so se davvero valiamo più di molti passeri: certo spesso viviamo molto peggio di loro, più a lungo, forse, più al caldo, più al grasso, ma schiacciati a terra dal peso che ci imponiamo da soli.

Jiso

[1] Yadonashi Kōdō no hōkkusan ― The Zen teaching of Homeless Kōdō cura di Shohaku Okumura, Tokyo 1992.

* Vittime e persecutori

Quando il rapporto fra le persone non è paritario, chi è più auto­revole per via del ruolo che esercita, o del prestigio che gli è ricono­sciuto, o della verità di cui ritiene di essere il depositario, è tentato di giudicare, forse di condannare o addirittura perseguitare chi si trova in una condizione di inferiorità. Ma un rapporto così struttura­to può interessare anche persone che all’apparenza si trovano su un piano di parità: colleghi di lavoro, fratelli, parenti, ecc. Anche in questo caso, pelrò, a ben vedere, chi giudica si pone su un piano di superiorità, quanto meno perché ritiene di vedere con maggior chia­rezza dell’altro o perché si sente in diritto di aggredirlo.

Si potrebbe obiettare: «L’intervenire correggendo l’altro, quan­do ci si rende conto che corre un pericolo, o sta prendendo una stra­da sbagliata, è un dovere». E’ vero; ma a mio avviso, anche in questo caso occorre, prima che io intervenga, che l’altro mi abbia segnalato che è disposto ad accogliere il mio intervento. Immaginiamo di tro­varci di fronte una persona che sta mettendo in atto il proposito di suicidarsi. Sicuramente interverremo e cercheremo di dissuaderla e forse la salveremo; ma se in quella persona non è in atto un processo di cambiamento; se in lei non sta prendendo forma una nuova visio­ne della vita, il nostro intervento avrà una ben scarsa efficacia e alla prima occasione la stessa persona tenterà ancora di togliersi la vita e forse riuscirà nell’intento.

Quando l’intervento diventa prevaricazione o addirittura, nei casi estremi, persecuzione? Qual’è il limite oltre il quale non si deve andare? E’ molto difficile tracciare questa linea di confine. Parlando della mia esperienza di insegnante devo dire che non sempre è facile capire qual è il punto oltre il quale non devo andare. Un insegnante, volendo fare un esempio, ha il dovere di correggere laddove c’è l’er­rore, ma alle volte capita che un ragazzo intervenga in modo talmen­te inopportuno o con una domanda così fuori luogo da suscitare le risa dei compagni e in questi casi capita che l’insegnante stesso non riesca a stare serio. Il ragazzo allora può sentirsi umiliato; e se oltre­tutto non gode in famiglia della considerazione dei genitori finirà per considerare l’atteggiamento ironico dell’insegnante come una vera e propria violenza. Il persecutore in questo caso a semplice­mente un insegnante che forse dimostra poca sensibilità, e il perse­guitato in realtà non è una vera vittima perché è lui stesso in buona parte responsabile dell’accaduto.

Si è in presenza di una vera persecuzione quando in chi a aggre­dito non c’è errore, non c’è colpa; quando le motivazioni che giusti­ficano l’aggressione sono infondate. E’ molto importante avere pre­sente questo perché noi possiamo, in circostanze diverse, essere per­secutori senza averne consapevolezza, oppure sentirci vittime quan­do in realtà non lo siamo.

Se ci confrontiamo con la parola del Vangelo senza avere ben presente questo, rischiamo valutazioni errate: potremmo conside­rarci a torto nella verità e nella luce e, senza accorgerci di sbagliare, potremmo sentirci, come novelli apostoli, ingiustamente perseguita­ti. Oppure potremmo sentirci maestri illuminati quando in realtà stiamo semplicemente manipolando l’altro volendo esercitare su di lui ii nostro potere.

La strada per metterci al riparo dagli errori, sia quando abbiamo nei confronti dell’altro un ruolo attivo, sia quando ne subiamo l’ini­ziativa, a quella di entrare in noi stessi scoprendo, nei recessi del no­stro cuore, quali sono le motivazioni vere del nostro agire ed essen­do disposti fino in fondo a metterci in discussione.

Annamaria Tallarico

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