dom 30 Ago 2009 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

Vangelo secondo Giovanni 3,25 – 36

30 agosto 2009

La Chiesa di Milano segue il suo rito, chiamato ambrosiano perché fatto risalire a Sant’Ambrogio, fine secolo quarto. I vangeli che si leggono nelle messe domenicali differiscono da quelli letti nelle altre chiese e ciò può suscitare un certo malumore in chi riceve queste lettere che fanno riferimento a un vangelo che non è quello della messa domenicale della proprio parrocchia. Comunque è anche un vantaggio, nel senso che chi ha a cuore il vangelo della domenica, in questa lettera trova un ulteriore messaggio; inoltre il Vangelo è interessante anche se letto e meditato a spicchi, senza preoccuparsi di una sequenza logica, un po’ come ogni nostro oggi che non è mai il monotono risultato aritmetico di ciò che noi chiamiamo ieri.

Questa domenica il Vangelo ci proietta davanti agli occhi la figura di un uomo austero, di circa quarant’anni, cresciuto nel deserto probabilmente in una comunità di Esseni. Il suo nome è Giovanni. Da alcuni anni aveva lasciato le pratiche austere degli Esseni, gruppo fondamentali stico ebraico, e aveva fatto ritorno nella società. Aveva posto la sua tenda lungo la strada che costeggia il fiume Giordano, e ai passanti per lo più diretti a Gerusalemme, lanciava senza mezzi termini l’invito alla conversione. Per Giovanni la conversione consisteva in cambiamenti concreti e radicali nei comportamenti di vita. Reclamava fortemente la giustizia: “ Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha” (Lc 3,11) e smascherava l’ipocrisia dei farisei e sadducei che si fingevano convertiti attraverso cerimonie che non toccavano minimamente il loro stile di vita “Razza di vipere… Fate dunque frutti di conversione” (Gv 3,7). La figura di Giovanni aveva molto impressionato il popolo ebraico e Giuseppe Flavio, storico ebreo del I secolo, in Antichità Ebraiche scrisse molto di Giovanni, mentre su Gesù un solo accenno, per di più messo in dubbio da molti come inserito in seguito dai cristiani.

Giovanni aveva creduto nell’uomo etico, austero, capace di dare la vita per custodire i principi in cui credeva. Infatti, Giovanni morì così, vittima della sua integrità. Aveva criticato i comportamenti ingiusti e immorali del re Archelao, figlio del re Erode che fece massacrare gli innocenti. Quella critica gli costò la vita. Inoltre, quando era stato incarcerato, molti dei suoi discepoli lo avevano lasciato per seguire Gesù. Fra questi l’evangelista Giovanni. Giovanni era rimasto solo, con il sostegno delle sue convinzioni e della sua integrità. I pochi rimasti con lui erano invidiosi che invece la fama di Gesù andasse crescendo: “Maestro, colui (Gesù)… al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui”. Giovanni rispose: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo… Egli (Gesù) deve crescere e io diminuire”. Giovanni si paragonò all’amico dello sposo che fa festa e gioisce quando lo sposo incontra la sposa: “Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce della sposa. Ora questa mia gioia è compiuta”. Sono le ultime parole di Giovanni a noi pervenute. Poco dopo sarà fatto decapitare dal re Archelao perché aveva criticato la sua condotta ingiusta.

Gli esseni, nel cui ambiente Giovanni era si era formato, erano misogeni e non si sposavano. Il ricorso a questo delicata immagine dell’ “amico dello sposo” dice bene come Giovanni non fosse rimasto schiavo delle idee dell’ambiente, ma avesse superato gli schemi religiosi.

Giovanni gioiva nel vedere la fama di Gesù crescere, mentre la sua invece si spegneva nel silenzio. E ne gioiva. Anche gli alberi, dopo il grande lavorio per maturare i frutti, si ritirano nel letargo con dignità e bellezza. Le foglie autunnali, cadendo dai rami giù in quella terra in cui marciranno, danzano variopinte nell’aria. Chi sa invecchiare con gioia ha vissuto bene! Chi ha vissuto bene sa invecchiare con dignità e gioire che altri prendano il suo posto. “Egli deve crescere e io diminuire”.

P. Luciano

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