dom 15 Nov 2009 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

15 Novembre

Vangelo secondo Luca 21,5-28

Con questa domenica nelle chiese ambrosiane (Milano) inizia il nuovo anno liturgico, due settimane prima che nelle altre chiese del mondo. Essendo la prima domenica, viene spontaneo pensare che il Vangelo letto nella messa riguardi comunque l’inizio di qualcosa. Invece è il Vangelo che annuncia la fine. Nel Vangelo, l’inizio di qualcosa di nuovo si attua con la fine di qualcosa di vecchio. Grande insegnamento per noi tentati di pretendere il nuovo senza mollare il vecchio! Come certe mamme che pretendono di fare la suocera senza mollare di fare la mamma, o come noi preti che pretendiamo che i laici facciano i laici maturi mentre non molliamo di vederli immaturi. La fine che Gesù predice è cruda, come cruda è la realtà.

“Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze … Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti …” . Gesù, benché fosse cresciuto in un villaggio dove la vita si svolgeva piana e serena, previde con una precisione scientifica le catastrofi che sarebbero avvenute nella storia. Sorge la domanda come potesse conoscere così nei particolari il devastante fenomeno del terremoto e soprattutto del maremoto, descritto con impressionante vivacità, mentre nulla di simile accadde in Palestina nell’arco della sua vita. Alcuni studiosi suppongono che tali notizie fossero giunte alle orecchie di Luca, redattore del Vangelo, dalla Pompei distrutta dal Vesuvio. Luca avrebbe usato queste immagini per attualizzare la profezia di Gesù: “Verranno giorni in cui di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra”. Sta per fare la sua comparsa nelle sale cinematografiche un film che prefigura la fine dei tempi e una delle prime scene è il crollo della basilica di San Pietro con la cupola michelangiolesca, tradizionale vanto della potenza della Chiesa cattolica. Sembra un film blasfemo; invece è evangelico.

Ascoltando la profezia di Gesù sulla fine della storia può prevalere un senso di sgomento, alla constatazione che Gesù non manifesti alcun rancore verso la furia demolitrice che nulla risparmia. Nemmeno si sofferma ad analizzare le cause che hanno indotto la demolizione di strutture così venerate. Per lui la storia dell’esistenza è così, con dentro il germe che porta alla fine ciò che era stato cominciato e fatto crescere. Gli alberi maturano i loro frutti e, senza lamenti, li consegnano alla consumazione: se nessun essere vivente ne usufruisce, li restituiscono alla decomposizione operata dalla madre terra. Gesù non si sofferma nemmeno sull’analizzare la responsabilità delle guerre perpetrate dagli uomini. Un Gesù fatalista? Un Gesù senza la speranza di un futuro migliore? La religione oppio dei popoli?

Non nascondo la fatica che io faccio nell’ascolto di questo Vangelo, senza fuggire altrove, ossia in altre pagine evangeliche che vanno più d’accordo con ciò che ordinariamente penso. Constato anzitutto che la storia si è svolta nei secoli proprio come Gesù l’ha profetizzata: un susseguirsi di crolli! E gli rendo grazie per non avermi illuso con allettanti miraggi di benessere. Colgo che nel mio consueto modo di pensare c’è un virus che altera l’occhio della mia mente. Io parto da un presupposto che la storia dimostra infondato: presumo che le cose devono essere perfette secondo il gradimento della mia mente. Faccio del mio gradimento il criterio della natura originaria delle cose. La morte, i cataclismi e le guerre non corrispondono al mio gradimento: quindi non ci devono essere. Se ci sono, da qualche parte c’è un colpevole che è, quindi, il mio nemico. La Bibbia chiama questo complesso il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Praticamente, faccio del mio pensiero il vertice della verità e scendo giù discriminando le cose in buone e cattive. Anche la teologia non si è data pace e ha inteso risolvere questo dilemma inventando il peccato originale: ossia, all’inizio era tutto perfetto come io penso, ma poi la sventurata mela della disobbedienza di Eva e Adamo ha rovinato tutto. Questa visione teologica, formulata o inventata da Agostino, ha dominato, ma non ha mai soggiogato del tutto la riflessione cristiana. I mistici, soprattutto quelli che hanno condiviso l’anima di Francesco d’Assisi, hanno testimoniato che quella colpa fu “Felix culpa”, perché la luce è bella solo se la si scorge dalle tenebre. Ossia, il peccato come l’altra faccia della grazia, senza cui nemmeno c’è la grazia. Eppure, tanto cristianesimo è nato già lamentoso fin dall’inizio, perché, nascendo, si piange addosso che le cose non sono secondo il proprio gradimento. Come se uno, aprendo gli occhi durante la notte, rimpiangesse che non sia già giorno, anziché attendere con stupore maggiore l’alba della luce. Caso mai gustandosi la fiammella di una lampada! La lampada: simbolo di questa storia.

Solo nascendo all’avventura dell’esistenza senza rimpiangere la quiete dell’essere immutabile, solo prendendo forma senza rimpiangere l’essere senza forma, è possibile esistere con nobiltà. Sì, perché altrimenti si può perdere la pace nel piangere che non c’è la pace, o perdere la gioia nel piangere che non c’è la gioia, senza accorgersi che la pace e la gioia sono semplicemente il frutto del seno che ne è fecondo. Chi non pretende che la scalata alla vetta sia facile e comoda come il viale alberato della propria città, si gusta esistenzialmente la dura scalata della roccia tagliente. Oggi, il rimpianto è la cultura dominante. Tutti sono vittima di qualcosa d’altro: la chiesa è la vittima del laicismo, la maggioranza politica è vittima della minoranza e viceversa. Io sono vittima degli altri! Possiamo trascorrere anche 80 o 90 anni rimpiangendo. Mentre gli ulivi, feriti dall’uragano o dal gelo, si autorigenerano altri rami e maturano altri frutti.

“Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.
“Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.

  • ritiro di fine – inizio anno

Come negli anni passati, la Villa Vangelo e Zen è aperta ad accogliere chi intende trascorrere alcuni giorni meditando, ascoltando, pregando, fraternizzando, studiando ecc.

  • Periodo: 30 dicembre (mercoledì) – 3 gennaio (giovedì).
  • Il giorno 30: ritiro in silenzio e digiuno (zazen, ascolto, eucaristia, a mezzanotte cena)

Questo l’invito a chiunque, potendo, vuole trascorrere una fine e un inizio d’anno lasciandosi purificare dal silenzio e dalla preghiera.

p.Luciano
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