mar 26 Gen 2010 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

31 gennaio 2010

Vangelo secondo Matteo 2, 19-23

Il brevissimo Vangelo di oggi ci narra delle difficoltà di una famigliola profuga in Egitto, Giuseppe, Maria e Gesù; e del loro tribolato rientro al loro paese. Niente di speciale: la famiglia di Nazaret si comportò come tutte le famiglie che devono migrare da un paese all’altro, in cerca di pace. “”Morto Erode…, (Giuseppe) prese il bambino e sua madre e rientrò al suo paese”: prima o poi i prepotenti muoiono, per la libertà degli oppressi. Un antico proverbio dice: al soffio del vento il bambù china la testa fino a terra. Il vento passa e il bambù si rialza”. Gesù disse: “Beati i miti, erediteranno la terra!”(Mt 5,5).

Il messaggio della mitezza mi offre l’occasione per soffermarmi davanti alle considerazioni e domande espresse da alcuni amici alla lettura della mia lettera di fine-inizio anno sulla precarietà. Per queste considerazioni clickare:
http://www.lastelladelmattino.org/buddista/index.php/3779#comments

La domanda che mi appare particolarmente interessante è quella sul rapporto cultura e religione. Quel rapporto mal compreso e soprattutto malvissuto ha prodotto molta sofferenza. Nel 1648 cattolici, luterani e riformati posero fine alla guerra dei 30 anni, firmando la pace di Westfalia. L’unica intesa raggiunta dai seguaci di Gesù, colui che aveva proclamato beati i miti, fu che ciascuno emigrasse nel territorio governato da un principe della sua stessa religione. L’identificazione della religione col territorio, con la sua cultura e politica, avrebbe garantito la pace. Per questa ragione i distretti del Nord Est della Germania tuttora sono rilevantemente protestanti e quelli Ovest Sud cattolici. Alcuni anni prima, nel 1633 Galileo Galilei era stato costretto ad abiurare la tesi eliocentrica, contro cui cattolici e protestanti, pur nemici fra loro, avevano combattuto di comune intesa. Anche il dialogo rispettoso e incisivo con la tradizione confuciana già avviato in Cina all’inizio del secolo da parte del gesuita italiano Matteo Ricci, alla fine dello stesso secolo venne sconfessato e interdetto dall’autorità papale. Secolo buio, quel settecento, iniziato con il rogo di Giordano Bruno! Anche oggi siamo continuamente turbati dalla violenza che erompe nell’uomo quando questi non rispetta la distinzione fra religione, cultura ed etnia. Tale connubio è una morsa letale, non lascia scampo. E’ proprio della religione il rapporto verso la verità universale: la verità universale così ben espressa dal cielo che tutto e tutti avvolge; è proprio della cultura il rapporto per l’armonia particolare della vita di un popolo in un dato momento storico e geografico: la cultura così ben espressa dal territorio; è proprio dell’etnia il legame del sangue. Chi non rispetta la distinzione vitale fra religione e cultura, mistifica la cultura particolare in verità universale, o al contrario codifica i messaggi universali della religione nei modi concreti della propria cultura. Secolo buio il settecento! Eppure la Santa Sede, prima di condannare la via del dialogo con i riti confuciani in Cina per opera di padre Ricci, in un momento di luce a quel riguardo aveva raccomandato ai missionari: “Cosa potrebbe essere più assurdo che trasferire in Cina la civiltà e gli usi della Francia, della Spagna, dell’Italia o di un’altra parte d’Europa? Non importate tutto questo, ma la fede che non respinge e non lede gli usi e le tradizioni di nessun popolo, purché non siano immorali” (1649). Il non rispetto del vuoto che separa religione e cultura soffoca, stupra la bellezza della vita. L’alveo di quel vuoto è la coscienza di ciascuno.

La verità è ovunque, intrinseca nella realtà. Ogni religione, senz’altro anche grazie allo stimolo della cultura, coglie un raggio della verità eterna, lo custodisce con cura, lo intensifica come agisce il laser, e lo riversa sull’universo. La religione è solo un’ancella della verità, che ne svolge una mansione. Ma la verità è presente ovunque! Il Vangelo cristiano coglie il raggio di luce che si chiama perdono. Endo Shusaku, uno dei più stimati e amati romanzieri giapponesi del secolo scorso, cattolico, addita come chiave che dischiude al messaggio proprio del Vangelo cristiano, il versetto: “Colui al quale si perdona poco ama poco” (Lc 7,47). Gesù disse queste parole al fariseo Simone che si era scandalizzato perché Gesù si era lasciato lavare i piedi da una donna peccatrice. “Questa donna ha peccato molto, ma ha amato molto e le è perdonato molto”. Così i 99 giusti che non necessitano di alcuna penitenza non portano gioia in cielo, mentre il peccatore che si converte ne porta molta, annuncia Gesù (Lc 15, 7). Nel Vangelo è l’esperienza esistenziale della vita, con la gamma dei suoi sentimenti che vanno dalla benevolenza all’odio, l’ambiente dove il raggio di luce cristiano guida l’uomo alla reggia della verità. Chiamiamo carisma un aspetto particolare del tutto, così intensamente curato da introdurre alla verità tutta intera. Come se uno curi con tanta passione il suo orto, al punto che quella cura gli diventa la palestra esperienziale dove tutta la sua condotta di vita si purifica e si fa vera. Il carisma non è la verità tutta intera, ma un aspetto vissuto così intensamente che si fa profumato, saporito, colorito e, così, invoglia a camminare verso la verità tutta intera. Ripeto: il Vangelo è il carisma di amare talmente la storia al punto che questa diventi la via maestra verso la verità tutta intera. Ma quando l’uomo comunica con la verità tutta intera, la via maestra come ogni altro sentiero è diventata inutile; anzi di ostacolo, qualora uno vi si fosse attaccato. Gesù disse di sé: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). La via conduce verso la verità e questa infine si riversa nella vita. Una verità a se stante, che non sia al servizio della vita, è falsa. Falsi pervertimenti sono tutti i dogmi che hanno condannato a morte gli eretici, in tutte le religioni.

Il buddismo è un carisma verso la verità tutta intera differente dal Vangelo. “Quando nel momento in cui si fa zazen, unendo le mani, incrociando le gambe, in silenzio …, in questo zazen si manifesta senza veli il vero modo di essere di tutto l’universo … In questo modo, … tutto, sia le cose che gli esseri umani, vivendo nelle forma che gli è veramente propria, … momento per momento fanno sbocciare l’assoluto modo in cui essere.” (E. Dogen, Bendowa, IV). Nell’esperienza dello zazen l’uomo comunica con “l’assoluto modo di essere”.

Carismi differenti che sono veri messaggi religiosi in quanto guidano e accompagnano il praticante a comunicare con la verità. Quando ciò avviene, le religioni si ritirano, avendo svolto il loro ruolo. L’uomo religioso è vero e libero se, guidato dalle religioni, procede oltre le religioni. Allo scopo il dialogare seriamente almeno con un’altra tradizione religiosa diversa da quella in cui uno è cresciuto, si rende molto proficuo. Favorisce lo svezzamento dalla religione di appartenenza. Senza quello svezzamento, le religioni restano un impedimento, come è un maestro che, forse per troppo zelo educativo, non lascia partire i discepoli verso la loro autonomia.

La religione è un carisma della verità; la cultura è l’armonizzazione della vita, dei rapporti sociali e quelli con la natura; armonizzazione messa in atto da un popolo che abita lo stesso territorio. E’ bello amare un appezzamento di terra dedicandosi alla sua cultura; mentre, guardando il cielo, ci si dischiude alla verità che avvolge e nutre pudicamente tutte le culture. La verità è grande, senza limiti. A me è dato di amarne un raggio e di testimoniarlo anche agli altri, mentre gli altri mi testimoniano il raggio a loro dato.

Stamattina (26 gennaio) il TG 1 trasmise una breve documentazione sulla diffusione del Buddismo in occidente. In questo reportage il Dalai Lama affermava pressappoco così: Comprendo bene e ammiro le parole del Dalai Lama, così libere da voglie di proselitismo. Tuttavia, oggi, l’uomo di una appartenenza religiosa si trova a vivere a fianco di un altro di altra appartenenza, e ciò suscita e stimola l’interesse verso il suo modo differente di vivere il rapporto con l’assoluto. Ciò al punto che l’uomo scopre di avere dentro di sé, forse tenuta assopita dalla sua tradizione che privilegia un altro aspetto, la stessa sensibilità religiosa dell’altro. Quindi percepisce come suo il modo differente in cui l’altro comunica con la verità. A questo punto, l’uomo banale sempre disturbato dalla fregola del nuovo e del sensazionale, trova piacevole buttare via l’appartenenza precedente e tuffarsi nelle delizie della novità. Ma l’uomo che riflette, pur con la fatica di ogni impresa seria, penetra maggiormente dentro di sé, finché giunge al livello profondo dove scopre che le due appartenenze religiose sono una. Ossia, percepisce di appartenere a una per lo stesso motivo profondo per cui appartiene all’altra. E se ciò è vero, procede a capo chino e mani giunte in quell’oltre dove ambedue le appartenenze non sono più necessarie. Meglio, dove le due appartenenze, rispettosamente si ritirano perché il loro assistito è guarito.

Testimonio che, oggi, il Vangelo e lo Zen mi sono divenuti inseparabili. Anzi, l’uno dà vita all’altro. Con la preghiera che non confonda mai le appartenenze religiose con la verità.

p. Luciano Mazzocchi

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categorie: lettere, Riflessioni

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