sab 6 Feb 2010 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

7 febbraio 2010

Vangelo secondo Marco 2, 13-17

13 Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. 14 Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì. 15 Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. 16 Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?». 17 Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori».

  • L’uomo reale

Ci fu insegnato che Gesù sta coi buoni e diserta i cattivi. Per lo meno tutti e quanti siamo portati istintivamente a pensare così; invece Gesù stava allegramente coi peccatori. Anche biasimato da quelli che invece tenevano per i buoni, i farisei, lui continuava a far festa coi peccatori. I gabellieri erano gente di cattiva fama per i loro soprusi nel riscuotere le tasse. Gesù ne vide uno intento a contare l’incasso. Lo chiamò e questi lo seguì, senza fare gli studi del seminario che preparano a pensare, dire e fare secondo gli schemi predefiniti. Caravaggio, un altro dei “peccatori”, in San Luigi dei Francesi a Roma ci ha lasciato un quadro impareggiabile che descrive la scena del raggio di luce che parte dalla mano di Gesù e si riflette sulla fronte corrugata del gabelliere.

Va detto subito che Gesù stava altrettanto volentieri coi farisei Nicodemo o Simone, con i fanciulli che invece gli apostoli sgridavano perché chiassosi, con le donne, coi samaritani. Nel Vangelo non c’è alcun accenno di Gesù in allegra compagnia coi sacerdoti né coi politici. Credo perché questi non si si sarebbero presentati come uomini, ma come “ufficiali”. Gesù stava volentieri con l’uomo reale che comunicava con lui rimanendo nella sua realtà, ossia senza mettersi la maschera della bella figura.

Si potrebbe concludere la riflessione su questo brano di Vangelo, affermando che Gesù era così buono da stare perfino coi peccatori. Ma ciò è tradire il Vangelo. Infatti Gesù risponde che il suo stare con i peccatori è ovvio come per il medico stare coi malati. Il Vangelo non ci vuole dire che Gesù faceva il buono; fosse così, avrebbe ricalcato il fatto che si era abbassato per stare lì con quella gentaglia; invece vi stava allegramente, facendo festa. Come il fornaio fa il pane non perché è buono, ma perché è fornaio; così il calzolaio, così ogni madre e padre ha cura dei figli, così il melo fa le mele ecc. Gesù testimonia il Vangelo perché non antepone alcuno schema “buono” alla realtà. La realtà è Vangelo; dalla realtà sgorga il Vangelo. Immaginiamoci una mamma laureata in pedagogia dispiaciuta che i suoi bimbi non corrispondano alla descrizione del suo testo di pedagogia. Nei suoi bimbi vede la brutta copia delle sue idee, le sole che veramente ama. Mamma plastificata nelle sue idee!

Spesso noi intendiamo la religione come la detentrice della vera forma, mentre la realtà ne è la bozza informe. Intesa così la religione viene da noi stessi posta sulla cattedra della verità, fatta coincidere con la verità stessa. E la verità fatta coincidere con il trono su cui noi collochiamo la religione. La religione pensata così deve rivestirsi di prerogative assolute: quella del popolo dell’elezione per gli ebrei, quella rivelata sulle scritture per i protestanti, quella infallibile della chiesa per i cattolici, quella della via dell’illuminazione per i buddisti, quella definitiva perché dettata dall’ultimo profeta per i musulmani. Tutte qualifiche che tengono solo se uno mentalmente le pensa così. Di fatto, tutte queste qualifiche sono apposte dall’uomo; non significano niente in più di quanto l’uomo può trarre dalla sua esperienza. Spesso avviene che con queste qualifiche a facile prezzo – infatti basta blaterarle – si esime dallo sperimentare e dal dissodare la sua esperienza.

L’esperienza è l’uomo che si rigenera nel tempo. Il tempo – diceva Agostino – è l’anima che passeggia. Se l’anima non passeggia, tutto rimane uniforme, ripetitivo, noioso. L’uomo d’oggi non è più semplicemente quello delle esperienze passate, anche se il passato continua a scorrere dentro di lui, ma come passato. L’uomo d’oggi non corrisponde più, sic et simpliciter, all’uomo cristiano del cristianesimo di una volta o buddista del buddismo di una volta. Il Buddismo e il Cristianesimo che non si rigenerano nell’oggi, non comunicano più con l’uomo d’oggi. Sono diventati cimeli. Rigeneratori del Buddismo e del Cristianesimo al passo con il nostro tempo siamo noi. Occorre dimorare allegramente la tenda dell’uomo d’oggi e non retrocedere lasciandoci prendere dalla paura.

Il cardinal Martini in una meditazione dettata ai sacerdoti, afferma che il prete (per estensione ogni uomo) è tentato a fuggire dalla modernità. “In che cosa consiste questa fuga? Nel non voler affrontare domande cruciali del nostro tempo o accettare incertezze o problemi un po’ confusi tra cui dobbiamo muoverci: nella teologia, nella pastorale, nella politica… Da tale fuga nascono i fondamentalismi, gli integralismi, le rigidità, gli scuotimenti di testa di fronte alla ricerca del dialogo, dell’ecumenismo” (Prove e consolazioni del prete, Ancora, pag. 24). Oggi è un tempo di filtro di quanto, forse boriosamente troppo sicuri, abbiamo pensato nel passato. Qualcosa rimane purificato ed essenzializzato, qualcosa viene eliminato. E’ questo tempo fecondo di rigenerazione. Popoli che per secoli concepivano sempre con la fusione degli stessi geni, ora si coniugano con geni di altre religiosità e culture. Per eccellenza il più avventuroso connubio è quello del Buddismo e del Cristianesimo. Per eccellenza perché ambedue hanno l’autorevolezza della realtà, della verifica storica; eppure sono differenti; anzi, opposti. Infatti, oggi il percorrere lealmente l’una via, questa evoca l’altra. Non solo; ma dopo un certo cammino immette nell’altra. Per evitare questo confluire, bisogna ricadere nel fondamentalismo che fa di una religione un punto d’arrivo che esclude ogni altra proposta; occorre quindi bendarsi gli occhi e non vedere. Non vedere che cosa? Il tempo! Porto un esempio che riguarda la chiesa cristiana di cui sono prete.

L’uomo odierno è maturato in umanità al punto da percepire l’infondatezza e l’assurdità della supposizione che il genere umano abbia avuto inizio con un uomo e una donna, manufatti originari di Dio, i quali con la loro trasgressione abbiano condannato anche gli abitanti di Port au Maurice a morire sotto le macerie del terremoto. Il dogma del peccato originale, ritenuto causa di tutti i mali della storia. L’uomo, oggi, sa che il genere umano non ha avuto inizio da una sola coppia così perfetta da avere tra le mani la sorte di tutti gli uomini. Soprattutto non avverte il bisogno di un Dio prepotente come il dogma del peccato di Adamo ed Eva comporta. Anzi, lo rifiuta. L’uomo è maturato nello stesso ambito della sua comprensione di Dio. Sì, vi è maturato grazie all’ascolto più maturo della sua esperienza, in cui ha compreso di più se stesso. Perché Dio è l’ “infinito” che io sperimento come l’altro aspetto che costituisce il “finito” della mia esperienza.

L’uomo, oggi, non avverte il bisogno di un Dio compreso come l’altro da se stesso; ma come l’altro da come l’uomo superficialmente comprende se stesso, riducendo se stesso al solo suo aspetto di finitudine. Scrivendo così, sento anche un po’ il bisogno di ridermi dietro, perché ridico quanto i mistici da sempre hanno detto. “Eternità son io stesso, quando abbandono il tempo. E me in Dio e Dio in me raccolgo”, “Chiedi, mio cristiano, dove Dio abbia posto il suo trono? Qui, dov’egli te, come suo figlio, fa nascere in te” (Silesio, “Il pellegrino cherubico”). Anche Paolo, ad Atene, aveva testimoniato: “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). L’uomo d’oggi sente che parlare di un Dio onnipotente, onnisciente, sommamente buono ecc. è una fuga dalla realtà, perché la realtà non manifesta una presenza divina onnipotente, onnisciente, sommamente buona. E nemmeno, l’uomo d’oggi, la vorrebbe; anzi, è avulsa al suo più maturo grado di comprensione della realtà. Oggi l’uomo non può più riconoscere che l’essere sia piramidale, originariamente separato in superiore e inferiore. Rigetta che sopra di lui ci sia chi gli è maggiore e sotto di lui chi gli è inferiore. Liberato dal bisogno di adorare un essere superiore, l’uomo va sperimentando che ogni essere è dentro un rapporto fraterno di necessità reciproca e di libertà. Sperimenta che gli opposti, già ritenuti nemici inconciliabili, proprio grazie alla loro inconciliabilità, fecondano di vitalità l’esistenza. Così anche Dio, venerato come Dio, è la presenza che costituisce me stesso sempre più profondo e vero del me stesso che io misuro con la mia esperienza. Così, assaporando la mia esperienza, sperimento il bisogno di camminare nel tempo per maturare a dire, in modo sempre più vero e profondo, quanto non si finirà mai di sondare e dire. “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” .

Gesù era allegro quando stava con gli uomini che stavano con ciò che realmente erano: partendo da ciò che realmente si è, si peregrina più nel profondo di ciò che realmente si è. Questo più è il bivio. Se è realtà che sgorga dalla realtà, la via religiosa è vera, feconda, bella. Se invece è apposto come qualcosa di altro dalla realtà, fosse anche per abbellirla ma comunque come qualcosa di non già intimo alla realtà così com’è, la via religiosa degenera in fondamentalismo. Ogni presunto raggio di verità che non è radicato nel reale, prima o poi impazzisce e uccide. Dobbiamo quindi usare con tremore e pudore quei termini che nella storia hanno seminato tanta sofferenza, quali elezione, rivelazione, infallibilità, illuminazione o risveglio.

p. Luciano Mazzocchi

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