mer 10 Mar 2010 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

7 marzo 2010

Vangelo secondo Giovanni 8,21-32

Di nuovo Gesù disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22. Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?». 23 E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24 Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati». 25 Gli dissero allora: «Tu chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che vi dico. 26 Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui». 27 Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28 Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. 29 Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30 A queste sue parole, molti credettero in lui. 31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

  • fedeltà, conoscenza, verità, libertà

“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Con queste poche parole Gesù ci lascia un insegnamento sempre attuale; ai nostri giorni, attualissimo! E’ la fedeltà che apre alla conoscenza, è la conoscenza che introduce nella verità, è la verità che ci rende liberi. Generalmente nel mondo si vede al contrario: anzitutto ci si proclama liberi, prima di conoscere; quindi si conosce e si ritiene verità ciò che si confà con questo proprio dirsi liberi. Facciamo quindi un breve pellegrinaggio fra queste quattro sante parole: fedeltà, conoscenza, verità, libertà.

  • fedeltà

La fedeltà è il rapporto con la vita e le cose, portato avanti in modo costante, al punto che uno giunge a conoscere della vita e delle cose, non solo il loro reale contenuto, ma anche il loro reale limite. Chi si ferma prima di conoscere delle cose anche il loro limite, tende a vaneggiare negli attaccamenti e a gonfiare illusioni. Anche la fedeltà religiosa comporta la conoscenza del limite delle religioni. Altrimenti queste divengono fanatismo e perfino terrorismo. All’ultima cena Gesù dovrà lottare contro la pretesa dei suoi discepoli di assolutizzare il loro maestro e di attaccarsi alla sua persona. Disse chiaramente: “Ora vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada…” (Gv 16,7). Il non conoscere il limite delle cose è lo stesso che il non conoscerne l’unicità e il reale valore. E’ lo stesso che il non amarle. Chi pretende di amare un’altra persona senza conoscerne i limiti, ama soltanto le sue pretese che proietta su quella persona. Oggi, l’assolutizzazione del cristianesimo è il virus che può vanificare il grande valore del cristianesimo. Così è pure di ogni religione. Infatti, chi assolutizza una religione, proprio quel disconoscerne il limite automaticamente gliela rende come una gabbia dentro cui egli si adagia al sicuro. Sovverte le parole di Gesù: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 3,27). Il sabato nel linguaggio di Gesù indica la religione.

Occorre scegliere un sentiero e percorrerlo fedelmente, attraversando i momenti del gusto e quelli del disgusto. Chi, invece, svolazza da una iniziativa a un’altra, rimanendo in tutte solo alla superficie, continuerà a dilettarsi delle propria superficialità, senza mai conoscere nulla fino in fondo. Svolazza proprio perché non vuole riconoscere il limite delle cose, per cui salta da frasca in frasca, illudendosi che è più bello così che andare fino in fondo a una cosa. Non sarà mai che chi fa un po’ il fornaio, un po’ il calzolaio, un po’ il contadino ecc. possa preparare il buon pane, o le scarpe robuste e belle, o l’abbondante raccolto dei campi. Una serie pur numerosa di tanti un po’ non procura mai una sola cosa veramente buona. Così chi fa un po’ il buddista, un po’ il cristiano, un po’ l’ateo ecc. non sarà mai un vero cristiano, un vero buddista, un vero ateo. Meglio, non sarà mai un vero uomo. Il dialogo non è mai un po’ di questo e un po’ di quello; ma è tutto questo, tutto quello, sciolti nell’unica propria esperienza. Ciascuno deve camminare il sentiero o i sentieri che può, ma lo/li deve camminare fino in fondo. Altrimenti non conoscerà mai; o, peggio, prenderà l’aspetto superficiale per il fondo delle cose. Fondo e limite sono sinonimi.

  • conoscenza

Nulla ostacola la verità, quindi la libertà, quanto l’ignoranza e il sotterfugio per rimanere o trattenere nell’ignoranza, comprese le pie bugie dette a fin di bene. Forse, il non aver paura della verità e, quindi, il non sentire il bisogno di occultare alcunché, è la vera fede in Dio, quella più pura . Dio è quello sfondo infinito dentro cui tutte le cose finite stanno bene senza aver vergogna del loro essere finite; anzi, gustando di essere così, facendo spazio alle altre cose. In Dio tutto è palese. “ Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi” (Lettera agli Ebrei 4,13). Davanti agli uomini l’avvocato che abilmente riesce a scagionare dalla condanna il suo assistito e farlo passare come innocente, mentre sa che è colpevole, è ritenuto avvocato di grande valore. Invece, davanti a Dio, è meschino, traditore, venduto al guadagno. Infatti, l’unica via di liberazione e di pace per chi ha commesso un delitto, è il riconoscere l’errore compiuto, farne ammenda e, con la coscienza sgravata, ripartire in un rinnovato slancio. Dev’essere triste la morte di chi ha tenuto nascosto il suo errore; invece dev’essere serena la morte di chi nel pentimento ha riconosciuto e ha potuto rinascere a una nuova vita, limpida e corretta. La conoscenza sgorga dalla fedeltà; e sgorga senza far rumore, come si dischiude una gemma dallo stelo. Dalla fatica della vita ordinaria distilla quel conoscere che non fa rumore, perché non è qualcosa di aggiunto, ma è i nostri stessi piedi, le nostre stesse mani, il nostro stesso intestino, il nostro stesso corpo, corroborati nella palestra della fedeltà quotidiana. La via fedele che introduce nella vera conoscenza di Cristo, è proprio il vivere il Vangelo come ordinarietà, senza dar adito a esaltazioni cristiane. Senza mistificarlo. Le esaltazioni disperdono la verità. La fermentazione del mosto in buon vino esige che il tino non abbia dispersioni. Esige il limite.

  • verità

Oggi nella chiesa cristiana, in tutte le sue confessioni, c’è troppo gonfiarsi di ciò che realmente non si è. E’ di questi giorni il rimbalzare della penosissima notizia di abusi sessuali da parte di ecclesiastici, con tanta sofferenza di vittime innocenti. Quel celibato, reso nei secoli condizione necessaria per divenire prete, è reale? Quel raggiungimento del benessere fisico e psichico così propagandato nelle pratiche religiose cosiddette orientali, è reale? C’è un atto di onestà che apre alle religioni la possibilità di ritornare vere: fare memoria del loro limite. Si dicono rivelate? Si dicono illuminate? Ebbene, queste prerogative sono reali per quanto reali sono nella vita di chi le pratica. Perché la verità non abita l’irreale. Gesù diceva: “Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt 7,16). Quelle parole, che risuonano così cariche di peso, pronunciate senza l’esperienza reale, restano vuote e false.

E’ la fatica della ricerca quotidiana che matura alla conoscenza della verità. In noi la conoscenza più vera della verità si attua quando noi, conoscendo, nemmeno ci accorgiamo di conoscere perché ciò che abbiamo conosciuto è diventato noi stessi. Le giornate più belle della vita sono quelle vissute così appieno che nemmeno ci accorgiamo che le stiamo vivendo. E’ vero ciò che non ci necessita di dimostrare che è vero. A volte sentiamo più vera una speranza da attuarsi nel futuro, che la realtà circostante che possiamo toccare con la mano. A rendere vero ciò che ancora non è, è il vigore del suo seme che sta mettendo radici in noi. E’ vero ciò che ancora non è frutto; ma è già il suo reale seme. E’ vera la profezia di ciò che ancora non è, quando la religione che dice quella profezia si riconosce pellegrina di ciò che profetizza: china il capo, si toglie i calzari e a piedi nudi si incammina.

  • libertà

L’uccello che nella crescita ha temprato il suo corpo al volo, che ha conosciuto le leggi del vento e il movimento delle sue ali attraverso i tanti tentativi, quell’uccello che così si vibra nell’atmosfera, è libero. Così libero che, volando liberamente, scopre nuovi spazi per volare sempre più libero. Ugualmente i rami dell’albero crescono assumendo le più svariate forme. A noi sembrano tutte a caso; invece ogni rettilineo come ogni curva di un ramo altro non è che l’effetto dell’istintivo rapporto dell’albero, pregno di linfa viva, con le vicende atmosferiche. L’adesione intima e vivace a ogni passo della vita è l’ambiente in cui noi sperimentiamo di essere liberi; liberi perfino dai nostri modi di voler essere liberi. La tendenza a ridurre la libertà ai nostri modi ci ributta nell’ignoranza dell’armonia cosmica e nella menzogna dell’egoismo. Allora è proprio bene sedersi in Zazen. “Apprendere se stesso è dimenticare se stesso. Dimenticare se stesso è essere inverato da tutte le cose. Essere inverato da tutte le cose è libertà nell’abbandonare corpo e spirito di se stesso e corpo e spirito altrui. E’ risveglio che riposa da ogni traccia di se stesso, è risveglio che perpetua il non lasciare traccia di se stesso” (Dogen, Genjokoan 6).

p. Luciano Mazzocchi

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