mer 21 Apr 2010 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

18 aprile 2010

Vangelo secondo Giovanni 8,12-19

12 Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». 13 Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14 Gesù rispose: «Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15 Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16 E anche se giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17 Nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera: 18 orbene, sono io che do testimonianza di me stesso, ma anche il Padre, che mi ha mandato, mi dà testimonianza». 19 Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».

  • il Padre, che mi ha mandato, mi dà testimonianza

Non intendo commentare questo Vangelo nei suoi particolari, ma mi soffermo su alcune parole di Gesù per un ulteriore assaggio della mistica della risurrezione. Nella precedente riflessione mi sono soffermato sul fatto che i discepoli avevano creduto in Gesù come maestro che sempre vive, ma non avevano potuto credere che “egli doveva risuscitare dai morti”. Ossia, non avevano compreso che la morte è passaggio essenziale di tutto ciò che è vero, originario, forte e salvifico. La Pasqua è il passaggio di Gesù che diviene il Cristo. Senza la morte, Gesù sarebbe rimasto, sì, maestro; ma non sarebbe mai maturato a essere Cristo. L’autore della Lettera agli Ebrei scrive: “…pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”(Eb 5,8-9). L’obbedienza alla sofferenza e alla morte rese perfetto il Figlio di Dio, perché il Dio che non sa e non vuole morire non è vero. Oppure sarebbe un Dio narcisistico, un Dio per se stesso, e non il Dio amore del Vangelo. Sarebbe un Dio che noi facciamo bene a ignorare, perché uno dei tanti che vivono per se stesso e che ci usano per se stesso. Alla verità l’uomo accede dando la vita per la verità. Non c’è verità senza saper dare la vita per la verità. E’ proprio la verità per la quale uno da la vita che lo fa risorgere. Così ciò che è vero di una persona a noi cara, non muore con la sua morte; anzi, risorge pura e perenne; e noi ne siamo i testimoni.

Quanto ho appena detto è, però, disturbato dalle cose orribili perpetrate dai terroristi kamikaze: anche loro danno la vita per ciò che reputano vero! Anche chi si toglie la vita, spesso lo compie nella convinzione che quell’atto sia vero, forse per togliere il disturbo ad altri. Ricordo un papà di Parma, profondamente credente e fedele alla vita ecclesiale, che si buttò nel vuoto col figlioletto spastico. Lasciò scritto: Perché questo figlio non debba soffrire una vita intera! E il papà volle condividere la sorte del figlio! A volte è difficile discernere il confine tra ciò che è vero e non vero. Nal Vangelo di oggi Gesù, disputando con i giudei, afferma che il suo discorso è vero perché riceve testimonianza non da se stesso, ma da Dio. Confermato da Dio, Gesù percepiva se stesso “la luce del mondo”. Un esaltato!? Afferma: “la mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove vado”. Certamente chi conosce dove viene e dove va è luminoso. Ogni luogo è casa sua, perché ogni luogo si trova tra il dove da cui viene, e il dove verso cui va. Eppure, quante persone si auto proclamano illuminate, oppure affermano di conoscere i segreti del futuro, oppure dichiarano di avere delle visioni! Persone in preda ad esaltazioni! Quale differenza passa tra l’essere realmente luce del mondo e l’auto suggestionarsi di essere la luce del mondo? Chi è veramente luminoso, non avverte il bisogno di dirlo; anzi, nel suo comportamento manifesta di sentirsi discepolo della luce che riflette. Chi invece semplicemente imita senza essere, abbonda di esclamazioni e cede all’irruenza.

Mi pongo la domanda: Io, da dove vengo? E dove vado? Non vengo certamente da un mio pensiero o progetto; ma da un pensiero eterno. E dove vado? Non certamente verso un mio pensiero o progetto; ma ritorno al pensiero eterno di Dio. Quando l’uomo si posiziona nel silenzio profondo, ode la testimonianza di Dio. Il silenzio profondo è l’obbedienza alle cose, in particolare a quelle che comportano sofferenza. L’uomo che non si lascia criticare da ciò che accade, rimane recluso nel suo se. L’uomo in profondo silenzio non manovra la vita; ma dalla vita si lascia plasmare. Si prende in faccia il vento che lo colpisce violentemente. Se Dio ci parla attraverso chi ci loda, ancor più attraverso chi ci critica. Chi ci vuole bene, per amicizia è portato a chiudere gli occhi davanti ai nostri aspetti negativi; chi invece ci fa contro, non si fa riguardi per non ferirci. Così ci arrivano addosso tante voci, critiche e spesso contrastanti fra loro; hanno lo scopo di purificarci. Ciò che in ciascuno di noi sussiste attraversando le prove, è testimonianza di origine divina. A una condizione però: di non fare la vittima. In alcuni situazioni della vita diviene necessario mollare tutto, senza astio nel cuore, anzi con una ritrovata lievità, e accettare con riconoscenza ciò che Dio, attraverso la situazione, ci restituisce. E’ esperienza di vera risurrezione, in alcuni frangenti della vita, constatare che teniamo tra le mani solo ciò che è essenziale e perenne: ciò che è eterno di noi; ciò che, morendo, per forza sua risorge. Di questa risurrezione facciamo un assaggio, quando, sudati e infangati, possiamo spogliarci e immergerci nell’acqua di un fiume limpido. La stessa corrente è il sepolcro di ciò che ci contamina, ed è la fonte che ci restituisce le energie.

Provano l’esperienza della risurrezione i coniugi che, dopo una solenne lite, si lasciano dire dalla situazione, forse dai figli piccoli, come ripartire da capo, con nuovi atteggiamenti. Due esseri umani, già separati o rivali, risorgono come uno. Così è anche di un prete, soprattutto quando viene spostato altrove: se rispetta che il suo successore riparta con la carica di novità che porta e con la preghiera lo incoraggia. Allora, il bene da lui operato risorge e splende proprio grazie a quanto di nuovo ha immesso il suo successore. Ma se è risorto, tale bene non è più né del prete precedente, né del suo successore. La risurrezione avviene all’alba, mentre nessuno sta a vedere. Se qualcuno fotografa, è segno che non non si è ancora morti. Alleluia!

Ci sono due pratiche spirituali che dispongono all’esperienza della risurrezione: lo zazen e la confessione. Lo zazen è lo stare immobili in silenzio. E’ il non fare nulla né come azione, né come parola, né come pensiero. Lo zazen ci fa assaporare il mistero salvifico della morte. Sedendo in zazen su un cuscino, può venire il mal di gambe. Se poi, constatando il mal di gambe, docilmente io lascio la forma tradizionale delle gambe incrociate e mi siedo sulla sedia senza far rumore, né esterno, né interno dispiacendomi di non aver potuto fare lo zazen nella forma tradizionale, in quel silenzio esteriore ed interiore c’è l’esperienza della risurrezione. Come quando uno va a confessarsi e non perde e non non fa perdere minuti preziosi per lamentarsi che non è ancora diventato perfetto e che ha ancora bisogno di confessare i soliti peccati, ma fa come quando ci si lava le mani cinque volte al giorno, che si lavano sapendo che poi, usandole, si devono ancora lavare ma tutto viene fatto con semplicità e, direi, con il gusto di sentire l’acqua fresca o calda scorrere sulla pelle, allora quel continuo ritornare al confessionale è risurrezione.

In questo momento in cui noi sacerdoti cattolici dobbiamo riconoscere comportamenti terribili compiuti da alcuni di noi su bambini innocenti, se non ci limitiamo a difenderci e nemmeno, al contrario, a colpevolizzare tutto ciò che è di noi preti, se possiamo lasciarci colpire da chi ci colpisce, questo momento è per noi il sabato santo della morte e vigilia della risurrezione. Tutto deve morire: il male e il bene. Se vogliamo colpire solo i cattivi, difendendo a spada tratta noi i buoni, allora non partecipiamo della morte di Gesù in cui egli risuscitò come Cristo. A volte noi vorremmo solo la morte del male, mentre vogliamo trattenere stretto tra le mani il bene. Ma così l’uomo non muore mai; muoiono solo dei suoi concetti e dei suoi atteggiamenti, ma non l’uomo. Gesù è morto: il bene e il male che si assommavano in lui, il servo di Yahvè, sono ambedue morti. Se muore solo il male, c’è il giudizio. Se muore tutto: il bene e il male. Allora c’è la redenzione, la novità di vita, la creazione nuova. Anche in una lite tra marito e moglie: se muore solo il male, la ritrovata concordia sarà una pezza rammendata. Se muore tutto, il bene e il male, c’è la creazione nuova, esperienza terrena della vita eterna. La risurrezione non è la vittoria del bene sul male; è la rigenerazione dell’amore, nell’amore.

“Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16 E anche se giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato”.

  • Avvisi e Inviti

Durante la prossima estate, nelle 4 settimane dal 11 luglio all’8 agosto, la Villa Vangelo e Zen è disposta ad organizzare alcuni corsi di spiritualità e di cultura.

  1. Spiritualità: pratica quotidiana di Vangelo e Zen mattina e sera, con momenti di studio guidati dal sottoscritto.
  2. Cultura: 4 corsi settimanali, residenziali per chi viene da lontano, da lunedì mezzogiorno a sabato mezzogiorno. I quattro corsi sono: Ikebana, Origami, Calligrafia (shodou), Cucina giapponese.
  3. Possibile organizzare anche una settimana in cui si approfondisce la lingua giapponese, facendone la lingua principale delle giornate passate assieme (a parte i momenti spirituali in cui si usa la lingua italiana).

Intendo contattare i maestri dei corsi suddetti, che l’anno scorso mi hanno dato volentieri la loro disponibilità; ma lo farò dopo che ho raccolto sufficienti richieste. Non mi va impegnare il loro tempo estivo, senza aver già fra le mani degli elementi sicuri. Un corso si può tenere soltanto se ci sono almeno 5 iscritti. Il prezzo del corso di una settimana, cibo e alloggio (non ci sono camere singole – chi desidera una camera singola per il pernottamento deve usufruire dell’albergo vicino con una variante sul costo del corso) compresi, è euro 350,00.

Chiedo quindi, a chi è interessato, di contattarmi via email entro il 9 maggio. Prego pure indicarmi in quali settimane gli/le è possibile partecipare.

Sta prendendo forma l’itinerario del pellegrinaggio in Giappone dal 15 ottobre al 1 novembre. Chi è interessato, faccia richiesta via email e gli/le sarà mandato il testo che presenta il senso e l’itinerario del pellegrinaggio. Entro il 9 maggio.

p. Luciano Mazzocchi

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