sab 18 Set 2010 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

19 settembre 2010

Vangelo secondo Giovanni 5, 25-36

Nel Vangelo di questa domenica Gesù dice queste parole: “… Io giudico secondo quello che ascolto ed il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”.

Gesù era sostenuto da una potente convinzione che lo animava. Dalla profonda convinzione gli scaturiva un’altrettanto profonda consapevolezza che la sua testimonianza era giusta, per cui non tentennò davanti alle difficoltà e ai fallimenti. Quella potente convinzione e consapevolezza nasceva, come afferma nel Vangelo di oggi, 1) dall’ascoltare e osservare molto la realtà; 2) dal non rinchiudersi nella propria volontà individuale, ma dal lasciarsi interpellare dalla volontà eterna di Dio. In pratica, non faceva dell’impulso del momento la sua volontà, ma riconosceva come sua volontà quanto il disegno universale ed eterno del Regno di Dio chiedeva a lui di essere in quel momento. In quell’adesione percepiva l’unità profonda della libertà e dell’obbedienza, come un albero cresce libero e bello proprio perché obbedisce all’influsso del cielo che lo avvolge e della terra che lo nutre. Come scrive Simon Weil, la libertà è veramente genuina quando è l’adesione cordiale alla necessità. Del resto, chi di noi non ha sperimentato la debolezza di quel dirci: “Io sono libero e faccio quel che voglio!”, ignorando la realtà, anzi calpestandola appositamente? Come un albero che volesse sviluppare un ramo andando contro la legge della luce, oppure un uccello che volesse volare nel vuoto, anziché confrontarsi con l’aria nella quale esiste? Il fraintendimento tra libertà e capriccio ci provoca tante e tante delusioni. Essere liberi sì, ma nella realtà e non nell’illusione, è l’uno della libertà e della necessità di cui Simon Weil ci parla e che Gesù ha testimoniato fino alla morte. Dall’esperienza di quell’uno, scaturisce una signorile compostezza e la capacità di condire con benevola ironia gli avvenimenti, in particolari quelli in cui, chi ha frainteso la libertà col proprio capriccio, cade invece miseramente nella depressione.

Oggi conservo in me il ricordo vivido di una carissima persona che, in pura libertà, ha vissuto la necessità della vita. E’ Patrizia Grossi, di cui ieri – 17 settembre – abbiamo celebrato il rito funebre nella sua chiesa parrocchiale in Parma. Aveva 58 anni. Patrizia fu la fondatrice del gruppo Vangelo e Zen di Parma: un piccolo gruppo che lei tenne unito con attentissima cura. 28 giungo di quest’anno: Patrizia partecipò al breve ritiro Vangelo e Zen tenutosi presso i Missionari Saveriani di Parma e alla fine esclamò: Sento molta felicità e pace! Di fatto, il suo corpo era invece aggredito da un tumore che le aveva ormai deformato il fegato. Lei accusava soltanto un senso di oppressione sullo stomaco; ma non ne faceva un dramma, conscia che i disturbi sono parte integrale dell’esistenza. Lei non era mai vittima di ciò che le accadeva, perché non non si tirava fuori da ciò che accadeva. Patrizia svolgeva egregiamente la funzione di avvocato; tuttavia faceva un uso sobrio e misurato delle parole, spesso condito con qualche frase benevolmente ironica. Patrizia teneva dentro di sé le impressioni della vita, finché queste le spuntavano fuori come parole. Mi ricorda il muratore che pone un mattone alla volta, lo livella, lo calcifica e così edifica il muro. Patrizia faceva un simile uso delle parole, proferendole lentamente, quasi chiedendo il permesso prima di dirle. Così con le parole edificava gradualmente il pensiero. Testimonianza preziosa in questa nostra epoca in cui della parola si fa così spesso un uso capriccioso e vacuo, che diventa violentemente di parte, come un rimbombo assordante. Nella politica, nella religione, nei rapporti di lavoro. E’, la nostra, un’epoca di miseria della parola. Miseria: quindi di vacua sovrabbondanza, come di una moneta svalutata che ne occorre un montagna per comperare una patata.

Patrizia passò l’ultimo mese della sua esistenza terrena ricoverata nell’ospedale di Parma. Non poteva più assumere il cibo dalla bocca, tuttavia volle l’eucaristia. La ricevette seduta sul letto, stette ferma una decina di minuti e poi esclamò: “L’ho digerita!” Ho ricordato le mie comunioni abitudinarie e anche i tanti cristiani che preferiscono non farla la comunione, così non devono pulire la coscienza col pentimento. Fu la sua ultima comunione, comunione nella carità cristica che pervade l’universo. Per lei, in quel momento, fare la comunione con la carità cristica che pervade l’universo diventava regalare, a chi le faceva visita, un po’ di consolazione, con un sorriso e qualche parola che tiene su. Di statura piuttosto bassa, il capo alquanto inclinato e i capelli ondeggianti, Patrizia mi evocava la spiga del riso. Le dedico il proverbio spesso udito in Giappone: “Quando le spighe di riso chinano il capo per il peso dei chicchi maturi, quelle spighe che invece restano diritte e si fanno vedere sulle altre, sono le spighe vuote”. Grazie, Patrizia, per la tua umanità, piena e umile.

Patrizia cantava nella Corale Verdi del Teatro Regio di Parma. Al termine della messa funebre la Corale Verdi le cantò: “Va pensiero sull’ali dorate” di Verdi.

p.Luciano

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