Gio 10 Mar 2011 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

27 febbraio 2011

Vangelo secondo Giovanni 8, 1-11

Il Vangelo di domenica 27 febbraio, secondo il rito ambrosiano, ci ha narrato l’episodio dell’adultera colta in flagrante. I farisei l’avevano accerchiata, già con le pietre in mano per lapidarla, obbedendo alla prescrizione della legge. Gesù disse: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. Questi accusatori, cominciando dai più anziani, uno dopo l’altro lasciarono cadere le pietre e si allontanarono. “Allora Gesù, alzatosi, le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. Gesù le disse. “Nemmeno io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

Salii in metropolitana e continuavo a riflettere sul Vangelo dell’adultera perdonata, su cui avevo intessuto la predica nella messa celebrata appena prima. Mi domandavo: “Come mai Gesù non ha prima detto parole di condanna verso il comportamento dell’adultera e poi parole di perdono? Si può perdonare il male senza averlo prima condannato?” Mi stavo facendo queste domande quando sentii confabulare in lingua giapponese. Mi guardai attorno e vidi tre giovani giapponesi dal volto sconvolto. Uno di loro s’era appena accorto di non avere più il portafoglio in cui custodiva i documenti e la somma di Euro 900. Era il suo primo viaggio all’estero e subito, ecco, la fredda esperienza che a fidarsi ci si perde. Il Consolato giapponese e dal Giappone i suoi genitori lo hanno rifornito di documenti e denaro; così i tre giovani hanno potuto continuare il viaggio. Yara invece no! La mano, che aveva creduta amica, si avventò assassina sul suo tenero petto.

Si può perdonare senza condannare?

“Nemmeno io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. La non condanna di Gesù verso l’adultera è assorbita in quel “… va’ e d’ora in poi non peccare più”. Per Gesù, se lo scalpore suscitato da un disordine si esaurisce solo in una sentenza di condanna e nella conseguente punizione, non è avvenuto nulla che abbia senso e valore. Questi, il senso e il valore, si distillano soltanto dal pentimento e dalla novità di vita a cui il pentimento introduce. La donna adultera ripara il suo peccato facendo ritorno al suo sposo e ai sui figli. Per Gesù la liberazione dal male è la redenzione al bene. Gesù si preoccupa prima di risanare l’anima malata e l’anima risanata ripara il male arrecato. Non si ripara alcun male rimanendo nel male. Le mani sporche non possono pulire.

Oggi nella nostra Italia si parla continuamente di giustizia; precisamente si parla di procuratori che accusano e di avvocati che difendono. Cercando che cosa? Chi accusa può esaurire il senso del suo accusare nel mostrare di essere bravo nell’accusare e chi difende può esaurire il suo difendere nel far mostra della sua bravura come avvocato. Si può fare dei due ambiti due professioni o anche solo due mestieri. Al punto che l’avvocato che con astuzia sa raggirare la colpevolezza del suo assistito e farlo passare per innocente risulta un avvocato di grido. Può perfino festeggiare la vittoria, mentre forse un innocente viene imprigionato al posto del suo difeso. Ne deriva che per chi ha peccato e viene accusato, l’unica preoccupazione che gli spetta è quella di difendersi, e non quella di correggersi. Per cui gli avvocati possono diventare funzionari del cavillo che possa esimere il colpevole dalla condanna, forse trovando una virgola fuori posto, oppure adducendo il decorrere della prescrizione. La redenzione del colpevole esula dalla loro professione.

Il colpevole bravamente difeso e quindi non condannato non conoscerà più la pace del cuore e ignorerà la purezza della sua natura originaria. Sarà per sempre cupo a se stesso, un volto cupo che diffonde cupezza. L’unica via alla pace per chi ha commesso il peccato è il pentimento e l’unica coscienziosità dell’avvocato che lo assiste è quella di condurlo a riconoscere e, attraverso il pentimento, a rinascere nuovo. Il colpevole che riconosce la sua colpa, per Gesù è già uomo rinato nuovo, perché l’umiltà è l’humus in cui la vita si rinnova. La bellezza della religione sta qui: non puoi imbrogliare Dio, quindi non puoi imbrogliare te stesso.

In una società dove l’interesse delle parti è assoluto, per cui chi accusa deve solo accusare e chi difende solo difendere, senza il valore superiore della verità e della giustizia da tutti riverito e ricercato e soprattutto in cui tutti si sentono ritornati a casa, in una tale società la prima vittima è la fiducia. L’assenza di fiducia spegne il pathos. L’assenza del pathos spegne il gusto di crescere. I giovani senza pathos né gusto di vivere non sono giovani.

Lunedì 7 febbraio. Un giovane di 25 anni si uccide gettandosi giù dalla terrazza del duomo a Milano. Aveva comperato il biglietto per salire sul duomo alcuni giorni prima e lo aveva tenuto in tasca alcuni giorni riflettendo sul gesto di togliersi la vita. Un giornale rievoca l’episodio così: “La folla immane si è fermata a guardare il suo corpo straziato da 40 metri di volo, gli ha dedicato un macabro e irrispettoso scatto fotografico con il cellulare, non ostante le suppliche dei poliziotti di non farlo. Solo un giovane ha comprato una peonia finta e l’ha sistemata sulla segatura gettata per coprire il sangue. Un unico gesto di pietà per questo giovane sconosciuto vestito con una giacca a vento verde scuro, un paio di jeans e scarpe da tennis che ha deciso di dire addio alla vita dal tetto del duomo, da cui si ammira tutta Milano….” (Leggo, mercoledì 9 febbraio).

Le contrapposizioni assolutizzate ci rendono masse suddite e amorfe. Si spegne perfino il palpito della compassione davanti al corpo di un giovane che si sfracella sul lastrico di Piazza Duomo. La chiesa può contribuire molto al recupero del pathos della vita, se la sua anima rimanga limpida e libera dagli interessi.

Domenica 6 marzo la liturgia ambrosiana ci farà ascoltare un altro brano del Vangelo (Luca 15, 11-32), in cui il padre abbraccia il figlio prodigo ancor prima che questi chieda perdono.

P.Luciano

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