ven 24 Giu 2011 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

19-26 giugno 2011

Vangelo secondo Giovanni 16,12-15/6,51-58

Nel periodo in cui la primavera e l’estate confluiscono, quando nei campi il frumento biondeggia e aspetta la mietitura, il calendario liturgico della chiesa mette in fila tre domeniche chiamate “solennità”, perché evocano eventi fondamentali del cammino cristiano: la solennità di Pentecoste (tema dell’ultima lettera), la solennità della Trinità (domenica 19), la solennità del Corpo del Signore (giovedì 23, oppure domenica 26). Subito possiamo notare come la prima solennità esalti lo spirito e l’ultima invece il corpo. In mezzo sta la suggestiva solennità della Trinità. Su questo intreccio voglio esprimere alcune considerazioni che, mi auguro, siano un raggio di luce sulle vicende quotidiane di ciascuno di noi. Infatti, la grande differenza tra chi crede e chi non crede sta proprio qui: il primo quando parla di Dio sa che sta parlando di se stesso, il secondo invece parla come di un altro.

Ne deduco, quindi, che qualcuno mi chieda di parlare della Trinità parlando di me stesso, di ogni uomo, di ogni cosa. Esordisco la mia risposta dicendo che anzitutto dobbiamo buttare via l’inveterata consuetudine di pensare Dio come fosse una sola persona alla quale noi ci rivolgiamo dandogli del “tu”. Se resta così, resta pur sempre un altro, un irriducibile “non me”. Del resto, qualora mi rivolgessi a Dio come fosse un “tu” che mi sta sopra, o davanti o dentro, ma pur sempre un “tu”, sarei fuori dalla fede cattolica che in Dio riconosce la pluralità delle persone: Padre, Figlio e Spirito. Nella fede cattolica, la fede che sento mia fino al midollo, Dio è “uno” soltanto come natura e non come persona, ossia come polo di attività. La natura divina in-sta e sotto-sta tutto l’esistente, per cui tutto è interrelato, reciprocamente creante, reciprocamente funzionale, reciprocamente armonico. Dio è uno soltanto come abbraccio e fermento universale; ma poi la sua attività si esplica come un vortice dinamico attivato da tre poli o aspetti personali. Giovanni della Croce testimonia la sua esperienza di Dio nell’immagine dell’acqua, che è una sola natura ma che agisce come fonte che origina, come fiume che scorre e come pioggia o rugiada che permea. Questa testimonianza di Dio, uno come abbraccio, che opera diramandosi in forme personali diverse costò la vita a Gesù. Fu condannato a morte perché aveva affermato che Dio non è solo l’origine, ma anche ciò che è originato e che scorre nelle vene del divenire storico. Aveva testimoniato che Dio è anche “figlio di Dio”. “Il sommo sacerdote lo interrogò dicendo: ‘Sei tu il Cristo, il figlio di Dio… ?’… Gesù rispose: ‘Io lo sono… ‘ Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: ‘… Avete sentito la bestemmia?… ‘. Tutti sentenziarono che era reo di morte” (Mc 14,62-64).

L’uomo si ostina nella convinzione che Dio sia un ente assoluto, un altro perfettissimo, un altrove paradisiaco da questo mondo. Quell’altrove gli semplifica di molto la vita: per stare tranquillo gli basta rimandare a un altro tempo e a un altro luogo che chiama Dio. Declassa Dio a immaginazione e fuga, come un albero che non ha le radici nel suo terreno. Ma quando l’uomo crede senza fuggire altrove, quando attinge Dio dal pozzo della sua esperienza nel presente, percepisce il poliedrico comunicare con lui di Dio. Lo percepisce origine, quando ha necessità esistenziale di comunicare con l’origine; lo percepisce figlio originato quando ha l’esigenza esistenziale di comunicare con Dio nella corrente del divenire storico; lo percepisce come pioggia o rugiada quando sente il bisogno esistenziale di essere irrorato nell’intimo.

La fede nella Trinità scaturì dall’esperienza di Gesù che Dio non è un ente a sé; ma è presenza, è amore. Dio è relazione! Non delle persone che si relazionano, ma delle persone che sono originate dalla relazione. La relazione è l’uno della natura divina. Dio è ciò che assolutamente non è nulla per sé; è il tutto “Deus ad” come diceva Tommaso d’Aquino. E’ il santissimo NULLA, dicevano i mistici. La fede di Gesù, quella fede che testimoniò con la morte, ha infranto la pertinace fede anticotestamentaria del Dio automa assoluto. In questi giorni sto leggendo un libro – per il numero di pagine è un libretto, per il contenuto è un librone – dal titolo: “Colligite fragmenta – La questione del nulla”. Me lo ha mandato l’autore, Giancarlo Vianello, un giovane studioso dei filosofi del nulla di Kyoto, amico di p. Tiziano Tosolini che alcuni di voi hanno incontrato in Giappone o a Milano. Editore è “Rubettino Università”. E’, questo, un libro che dà fastidio a chi legge con la pretesa di capire subito e scappare avanti. Io me ne leggo qualche pagina al giorno, perché prima sento il bisogno di rileggere quanto avevo letto ieri. Quanto Vianello va dicendo attorno al “nulla” ha fecondato la mia meditazione sulla Trinità. Riporto una considerazione che l’autore trae dal pensiero di Heidegger: “Alla ricerca di ciò che sta al di là di quanto si è dissoluto, ci si apre al sacro, al radicalmente altro. Pensare e poetare assumano accenti mistici. Convergono entrambi a quel nulla che è il limite estremo della finitudine” (pag. 43).

Sento profondamente vera l’espressione: “a quel nulla che è il limite estremo della finitudine”. Tuttavia anche qui si può pensare nella fede o senza la fede. Senza la fede l’uomo continua a ristrutturarsi questo nulla che è oltre la finitudine con concetti e immagini che appartengono al prima del limite estremo della finitudine. Nella fede, invece ,l’uomo assapora il suo essere come l’oltre l’estremo limite della finitudine, senza il bisogno di ritirare questo al di qua del limite estremo della finitudine. Crede! Sperimenta il proprio mistero. La trinità divina sta là, a ricordarmi di non fossilizzarmi in un solo rapporto con Dio: nella sola adorazione del Padre, nella sola compagnia del Figlio, nella sola ebbrezza dello Spirito. Perché? Perché il veramente Padre mi genera, veramente il Figlio mi condivide la fratellanza dell’essere generato con lui, lo Spirito veramente mi inala l’esperienza della libertà. Tutto è vero, se ogni aspetto è relazione che nasce da relazione. Perché in Dio sono; e ciò che è Dio, è me. “In Dio noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). Oltre la finitudine dei concetti, c’è l’esperienza che inabissa.

Termino evocando un versetto del Vangelo della solennità del Corpo del Signore. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò all’ultimo giorno” (Gv 6,54). La carne e il sangue, per contrasto, dicono molto bene l’oltre l’estremo limite della finitudine. Ricordo il corpo esanime di mia madre, una donna dal fisico debole ed esile che allevò in silenzio 7 figli e due orfani, stesa sul letto della morte. Allora io, prete, capii il senso vero delle parole di Gesù che ripeto nella messa: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. Aveva allevato anche due fratelli orfani di guerra, solo per la solidarietà oltre il limite della finitudine dei pensieri umani, senza alcun provento dallo stato. Gesù afferma: “Lo risusciterò all’ultimo giorno”. Quel corpo di mia madre, questo mio corpo, il corpo di ogni vivente deve prima marcire e fecondare la terra. Deve contribuire al maturare di nuove spighe di frumento e al dolcificarsi di nuovi grappoli d’uva. Si deve continuare a celebrare l’Eucaristia: “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”. All’ultimo giorno, assieme risorgeremo! Il paradiso è questo comporsi e sciogliersi in Dio, secondo la legge della sua carità che è il cuore della sua natura e la fonte della sua poliedrica relazione.

p.Luciano

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