dom 9 Ott 2011 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

Vangelo secondo Luca 17, 7-10
9 Ottobre 2011

Gesù disse: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

La parabola del garzone che lavora tutto il giorno nel campo e al ritorno deve prima servire al suo padrone e poi finalmente può mangiare anche lui, a noi paladini dei diritti umani e della libertà individuale, può risuonare come di altri tempi. Oggi il lavoratore, finite le sette o otto ore pattuite, lascia la fabbrica o l’ufficio e va dove gli aggrada. Se, su richiesta del datore di lavoro, acconsente a un’ora in più, quell’ora gli deve essere rimunerata come prestazione straordinaria. Senz’altro la parabola di Gesù risente della cultura sociale della sua epoca, cultura che oggi, grazie a Dio, è superata da un maggiore senso di giustizia e di rispetto maturato attraverso le lotte sociali. Di questo maggior senso di giustizia anche Gesù ne va certamente contento, lui che ha iniziato la predicazione del Vangelo proclamando la beatitudine di coloro che hanno fame e sete di giustizia. Detto questo, l’insegnamento della parabola resta attualissimo e tocca ciascuno di noi.

“… quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare!’”.

Chi, lavorando, pensa di fare qualcosa in più di ciò che deve, cade nel vanto, quindi nella presunzione, quindi nella prepotenza. Si fa l’eterna vittima della situazione. Gli alberi ci maturano i loro frutti che colorano con molta fantasia, e non reclamano riconoscimenti, se non il rispetto della loro natura.

Il contratto di lavoro stipulato con una ditta ha un termine, quello con la vita non finisce mai. Il lavoro e il servizio, sotto le tante forme, sono parte di ciò che siamo. Mentre noi offriamo il nostro lavoro, contemporaneamente richiediamo che gli altri lavorino affinché noi possiamo offrire il nostro lavoro. La vita prima o poi richiede a ciascuno di balzare in piedi per primo la mattina e di andare a letto per ultimo la sera, come ciascuno di noi ha richiesto a quella donna che è sua madre, per anni e anni. “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu”. A volte ci pensano le qualità più belle dell’essere umano a non dar tregua dal lavoro. Per esempio sono la solidarietà e l’impegno per la giustizia che spingono a dare al volontariato il tempo che potrebbe essere usato per il riposo e il divertimento; oppure è la sete della conoscenza e della bellezza che non lascia in pace nemmeno a ottant’anni.

La frase perno di questa parabola è senz’altro quella conclusiva: “… quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare!’”. Immaginiamoci arrivati alla fine dei nostri giorni e poter dire anzitutto alla propria coscienza e poi a chi ci circonda: “Ho fatto volentieri quanto dovevo fare! Ho cordialmente obbedito alla vita!”. O, al contrario, dover riconoscere “Non ho fatto altro che i miei capricci!”. Nel primo caso attorno a noi ci saranno persone con gli occhi pieni di riconoscenza, nel secondo potrebbe essere che non ci sia nessuno, o per lo meno nessuno con gli occhi gonfi.

La parabola mi ricorda un’altra frase di Gesù: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8) e anche un’espressione di Dōgen: “Come versare tutta l’acqua di un recipiente così com’è in un altro” (Bendōwa, 1). Il Vangelo di oggi mi fa anche dire uno sproposito: E’ beato chi termina il viaggio terreno senza lasciare ai figli nessuna eredità in denaro, immobili o terreni. E sono beati quei fratelli e sorelle che dai loro genitori non ricevono alcuna eredità in denaro, immobili o terreni. Beato chi lascia come eredità il suo esempio e beati coloro la cui eredità è l’esempio dei loro genitori. (Così hanno fatto i miei genitori!).

Due giovani sono stati condannati per omicidio in primo grado e assolti in secondo grado. Nel loro discorso di esultanza per l’assoluzione non ci fu nessuna parola di compassione verso l’amica assassinata, del cui assassinio erano stati accusati. Lei, la giovane, aveva osato calunniare un giovane africano innocente, disposta a fargli infliggere decine di anni di carcere. Un alibi salvò quel giovane. Ora lei, la giovane, è festeggiata come una eroina e gli spot commerciali la ingaggiano a peso d’oro. Com’è triste e vacuo il rumore!

Il 23 ottobre il fondatore della mia congregazione missionaria, il vescovo Guido Conforti, sarà proclamato santo nella basilica di San Pietro. E’ bello apprezzare l’esempio dei santi, ma questo rumore disturba.

“… quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare!’”.

p.Luciano

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