dom 16 Set 2012 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Lungo la strada che abitualmente percorro tornando a Desio da Milano, ci sono due postazioni piuttosto libere da case e alberi, da cui di sfuggita in questi giorni ho potuto ammirare le Alpi, dal Resegone al Monte Rosa e perfino in lontananza la sagoma del Monte Bianco. L’aria è fresca e la stagione veramente gradevole. Le campanelle rampicanti che abbiamo seminato in una ampio vaso collocato davanti all’ingresso della nostra casa, sono esplose in un tripudio di fiori variopinti.

Le variopinte campanelle, che fanno così bella figura fiorite assieme, mi richiamano una parola del Vangelo di domenica 13 scorso. Eccola: “Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5,44).

I fiori ricevono da un’unica fonte, il sole, l’unica luce che si rifrange nell’iride dei vari colori, perché ogni foglia e ogni petalo reagisce agli stessi raggi in modo differente, ciascuno secondo la sua natura. Quanta armonia nella varietà, quando le differenze scaturiscono da un’unica fonte e ad essa conducono! Quanta armonia nell’unità, quando questa si rinfrange in forme differenti, dialogando con la natura delle cose! Sono differenze sorelle. Allora ogni unicità è contemporaneamente una ricchezza per le altre. Allora le differenze si fanno corona l’una l’altra. La natura pare voler indicare come può essere la vera democrazia fra noi umani: tutte le differenze sono belle e utili quando dialogano con un’unica fonte o con un’unica meta. Spesso l’uomo difende la sua differenza, partendo e ritornando sempre e solamente alla sua differenza, di cui rimane prigioniero e acerrimo difensore. Dove l’uomo assolutizza la sua ideologia o la sua costumanza o la sua religione, lì si crea un clima di violenza e di adulazione. L’altro, o lo si ferisce con la forza, oppure lo si soggioga con il corteggiamento. Certamente, né lo si stima né lo si ama.

Immaginiamoci la scena dei farisei che Gesù descrive con le seguenti parole: “…voi che prendete gloria gli uni dagli altri…”. Eccoli, i farisei, a scambiarsi inchini su inchini, e a dirsi l’un l’altro “Prego, per carità si accomodi prima lei… !”; oppure: “Chiedo scusa della mia incapacità…!”; oppure: “Lei è una persona umile, ma questo successo è tutto merito suo. Noi siamo tutti debitori verso di lei…!”, ecc. Possiamo immaginarceli anche mentre studiano i favori da scambiarsi, per consolidare con il clientelismo la loro posizione di potere. Ma dietro quegli inchini e favori, quante invidie!

Dev’essere proprio brutto andare avanti nella vita sostenendosi l’un l’altro tramite il clientelismo. Dev’essere brutto non poter attingere i propri comportamenti da dentro di sé, ma doverli sempre condizionare all’umore degli altri. Conducendo una vita fatta di scialbi clientelismi, col tempo si spengono anche i sentimenti, con la conseguenza che il linguaggio si fa misero, ripetitivo, violento. La posa e la finta divengono il comportamento usuale. Questo avviene anche in ambiti della chiesa, e come! Lo stupendo gesto del battesimo che Gesù ha compiuto e trasmesso come immersione di tutto il corpo nell’acqua viva della corrente, questo gesto suggestivo l’istituzione ecclesiale lo ha ridotto al versamento di alcune gocce d’acqua sul capo. L’altrettanto meraviglioso gesto della frazione del pane, sacramento della carità cristica offerta a tutti i commensali della fede, è stato sminuito, sostituendolo con l’uso di alcune sfoglie dette ostie, preparate per lo più industrialmente. In cambio di questo immiserimento dei gesti originali, i ministri della chiesa, ai quali Gesù ha tanto raccomandato la sobrietà, si sono dotati di titoli spropositati: “Eccellenza! Eminenza! Padre! Reverendo! Sua Sanità! Monsignore!…”. Grazie a Dio, ogni tanto da qualche fessura trapela la loro natura umana con la sua innata fragilità. Sotto quei titoli il prete rimane pur sempre un essere umano che ha bisogno di genuina amicizia e di calda correzione fraterna. E’ d’obbligo per me, prete, parlare anzitutto di casa mia; tuttavia i rapporti fra colleghi di lavoro possono essere molto simili. Così è certamente del mondo politico. Le campanelle fiorite si fanno reciprocamente più belle grazie la varietà dei loro colori; noi esseri umani possiamo abbruttire il mondo abusando delle nostre differenze gonfiate o sgonfiate a seconda che vogliamo fare i prepotenti o le vittime.

“Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” . Il Vangelo non ci dà pace là dove noi diplomaticamente vorremmo stare in pace con le nostre diplomatiche astuzie. La fede è quella meravigliosa libertà, grazie a cui ciascuno di noi non ha bisogno di titoli aggiunti per sentirsi se stesso. La fede è la beatitudine di essere poveri. Dev’essere proprio fastidioso e goffo sentirsi chiamare “Sua santità” da parte di Joseph Ratzinger, perché ogni uomo, anche se rivestito di paludamenti e attorniato di gente che ripete inchini, quando è a tu per tu con la sua fragilità umana sente il disgusto delle coperture che soltanto pesano senza riuscire a coprire. L’uomo: quella bella fragilità che Dio prende nelle sue mani e in cui alita il suo spirito, lasciandola pur sempre fragile, quasi umile terriccio per la fioritura dello spirito.

Carissimo Joseph, pensando alla tua carne fragile come quella di tutti noi, che trema davanti agli episodi di terrore, ti ringrazio per l’atto di fortezza che hai fatto andando a incoraggiare i cristiani del Libano in questi giorni di grande agitazione nel mondo musulmano. Gesù ti ha chiesto: “Conferma i tuoi fratelli” e tu lo hai fatto. La tua visita è stata l’occasione affinché anche noi potessimo vedere e ammirare la dignità dei cristiani libanesi e dei loro concittadini musulmani: hanno custodito l’armonia delle differenze. Esempio validissimo in questa nostra epoca. Tu hai ereditato il compito di confermare i tuoi fratelli nella fede, che Gesù aveva affidato a Pietro. Ti ringrazio per la tua coraggiosa visita al popolo libanese. Ti ammiro, anche se il titolo “Sua Santità” lo riservo a Dio solo e, come riverbero, alla sua creazione tutta insieme, dove – egli disse – il più piccolo è il più grande anche di Giovanni il Battista, il più grande fra i nati da donna.
Luciano

Desio – Vangelo e Zen – settembre 2012

se volete ridere:

anche dell’ingegnosità: a chi troppo, a chi troppo poco

9 settembre, domenica – mi sto vestendo per celebrare la messa giapponese.
un italiano mai visto: “Reverendo, mi può dire una preghiera per mio cugino Antonio, defunto?”
il sottoscritto. “Ben volentieri!”
lui: “Ma voglio anche fare un’offerta. Ho solo un biglietto di 100,00 Euro, mi può dare il resto di 90,00?”
il sottoscritto: “Purtroppo ho solo 55,00 Euro”
lui: “Beh, allora se è così lascio in offerta tutto anche quello che non può darmi”
il sottoscritto: “Ti fermerai per la messa!”
lui: “No, devo scappare subito perché devo andare a lavorare”
il sottoscritto: “Ma lavori anche di domenica? Che fai?”
lui: “il gelataio”
Non senza un certo compiacimento perché il mancato resto m’aveva fatto guadagnare una bella offerta comincio la messa.

Portato in banca: il biglietto era falso!

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