mer 14 Nov 2012 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

12 novembre 2012

7 novembre, ore 15,00 circa. Posteggiata l’auto, scendo a prendere la metropolitana gialla nella stazione di Affori F.N., diretto al centro città. La piattaforma d’attesa è deserta, segno che il treno precedente è appena partito. Probabilmente per un mancamento di cui non conservo memoria, precipito nel vuoto della strada ferrata metropolitana e cado sul binario, urtando il fianco destro e il capo sulla rotaia. Il posto della caduta è il più pericoloso, dove inizia la piattaforma e finisce la galleria da cui arriva il treno, posto quindi letale al sopraggiungere del treno. Sconvolto, cerco di alzarmi, ma non riesco. Ma, ecco, qualcuno da dietro mi solleva e mi accosta alla parete. Lo vedo in faccia: è un giovane forse di venti anni, senz’altro sceso subito dopo di me per la stessa scala a prendere la metropolitana. Mi ha visto steso sulla rotaia e senz’altro si è buttato, non avendo la parete alcun gradino. Nel frattempo un altro giovane, l’addetto alla cabina d’ingresso, probabilmente avendo visto la scena attraverso la telecamera, corre sul posto. Uno sollevandomi e l’altro tirandomi su mi riportano sulla banchina, mi conducono in superficie e mi fanno sedere. Arrivano la polizia e altre persone. Il giovane che si era buttato al mio salvataggio, visto che non era più necessario, si allontana facendomi un cenno d’augurio con la mano. La testa mi gira e non riesco nemmeno a balbettare un GRAZIE! Al pronto soccorso del Niguarda, tutti gli esami assicurano che le ossa dal capo al bacino sono sane. Invece il lombo destro, essendosi sacrificato per proteggere il resto del corpo, è contuso e gonfio con ampio ematoma. I medici stanno facendo gli esami per verificare l’eventuale causa del mancamento. Ciò mi trattiene ancora alcuni giorni al Niguarda, dove, grazie alla generosità di tanti amici non mi manca proprio niente di niente.

“Io sono anticristo …”

Nella stessa stanza dell’ospedale, dopo di me si è ricoverato un giovane, titolare di un’impresa di giardinaggio. Al primo saluto in cui mi presentai come prete, subito senza preamboli mi disse: “Io sono del gruppo anticristo…, un ateo da capo a piedi”. Diventati amici, mi ha chiesto chi è per me Cristo. Senz’altro s’aspettava che gli parlassi di Gesù di Nazaret; invece gli ho parlato del giovane, forse ventenne, che si è buttato a salvare un anziano che non conosceva, di cui poteva ben pensare che si era buttato intenzionalmente. Soprattutto la metropolitana poteva essere in arrivo e travolgerci nello stesso destino (a quell’ora passa una metropolitana ogni 6-7 minuti). Dopo avermi condotto in superficie, quando la sua opera non risultava più necessaria, il giovane si è allontanato gesticolando un saluto d’augurio e poi si è eclissato.

Ho detto a Tommy, il giovane giardiniere anticristo, che per me il Cristo è quel giovane forse ventenne, forse credente o non, forse universitario o di lavoro precario. Perché Cristo non è un titolo, ma è un profondo modo di essere, una qualità del cuore che anima il pensare, il dire, il comportarsi. Questa qualità è la più intima in ogni esistenza, per cui la gente cerca il Cristo da sempre. Gesù era ancora un ignoto falegname a Nazaret e ascoltando Giovanni il battista la gente si domandava se non fossi il Cristo. Pietro e gli apostoli seguendo Gesù a un certo punto riconobbero in lui il Cristo. “Tu sei il Cristo”, disse Pietro. Lo riconobbero perché nel comportamento e nelle parole di quel maestro traspariva quanto l’uomo, Pietro e gli apostoli da sempre ricercano: il Cristo. Il Cristo è la qualità più intima di tutto ciò che esiste. La qualità più intima non è né il mio “io”, né il “non io”. L’”io” è egoico, accentratore degli altri per se stesso, mentre nessuno nasce da un proprio atto di volontà, né può consegnare il suo corpo al riposo dopo l’esalazione dell’ultimo respiro. Il “non io” è vacuo, indifferente, squalificante. Mentre scrivo, attraverso il finestrone di questa stanza vedo le foglie degli aceri che con i loro colori autunnali inteneriscono l’ambiente del Niguarda. Ogni foglia si libera dall’egoismo di vivere per se stessa raggiungendo la sua massima bellezza e offrendosi. Gli alberi non sono né “io”, né “non io”. Essi sono quel “se stesso” che è la loro parte nella provvidenza della vita. Sono la vita in loro.

Il Cristo è la passione che unisce un vivente all’altro,un esistente all’altro, percependo nell’altro né un semplice prolungamento di sé, né un semplice altro da sé. Un semplice prolungamento di sé resterebbe egocentrismo, un semplice altro da sé resterebbe dualismo. Cristo è la passione che urge l’uomo a non restare imprigionato né nell’”io” né nel “non io”, ma ad aprirsi alla sua più intima natura che è la comunione. Nella comunione le individualità sono i colori di un prato. Molti rincasano in questa comunione al momento della morte. Altri non la smarriscono mai.

Il cristianesimo, predicando Cristo, spesso ha parlato più di sé come istituzione, che del Cristo intimo in noi tutti. Ha parlato di Gesù come detentore unico più che di prototipo della qualità che tutti noi intimamente siamo. L’unicità di Gesù è a favore dell’unicità dell’istituzione. Così si è dilagato il cristianesimo debole e devozionale. Gesù, all’ultima cena, disse che lui è pane da spezzare e vino da versare. Nulla dice più immediatamente il Cristo che il cibo e la bevanda: quel loro “io” saporito e nutriente che è “non io”, ossia energia, allegria, perdono. In una parola, che è comunione. Quell’unicità relegata a Gesù, oggi, rende il cristianesimo incapace di animare l’uomo moderno all’ardore. La più intima qualità di tutti noi è il Cristo, oltre l”io e il “non io”.

Io ho incontrato il Cristo. Nel giovane ventenne che si butta a salvare me anziano che non conosce, mettendo in pericolo la sua vita, ho visto integra la sua anima cristica. Quel saluto con la mano mentre si allontanava in silenzio, dice che per lui quanto ha fatto è soltanto ciò che lui è. Niente più.

Grazie, giovane!
Luciano

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