mer 12 Dic 2012 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

All’avvicinarsi del Natale e della fine dell’anno ci prende inesorabilmente una certa irrequietezza per le tante cose e i tanti acquisti da fare. Così corriamo e corriamo, ma potremmo aver dimenticato perché corriamo. Fermarci e ascoltare è cosa utile sempre, ma soprattutto in questi giorni; altrimenti al Natale eccoci avvolti in vestiti nuovi e sulla tavola cibi squisiti, ma nel cuore non è nato nulla, nessuna novità. Anzi, il cuore se ne sta assopito sotto i vestiti e appesantito dai cibi.

Per chi lo gradisce, racconto in sunto la meravigliosa storia di Francesco Saverio, il primo missionario e anche il primo europeo che ha conosciuto e amato il Giappone e sognato la Cina. Visse circa 450 anni fa e la mia congregazione missionaria lo ha scelto come esempio e protettore, prendendo da lui il nome: Missionari Saveriani. Il 3 dicembre scorso, festa di San Francesco Saverio, ho ripreso in mano la sua biografia e ho riletto alcuni episodi commoventi. Ascoltando la storia di Francesco Saverio, nel cuore si avverte la nostalgia di un altro Natale, in cui si gusta la beata povertà che ci lascia liberi di percorrere le strade senza pesi addosso, incontrando con il cuore il cuore della gente. Francesco trascorse i suoi Natali in Oriente in una profonda solitudine e assoluta povertà. Morì l’alba del 3 dicembre,su un isolotto disabitato di fronte a Canton, Cina, assistito solo da un amico cinese. L’amico cinese ci ha lasciato scritto che prima di morire Francesco Saverio sorrise alla luce dell’alba. Natale!

Francesco si convertì al Vangelo a 26 anni, grazie all’incontro con Ignazio di Loyola mentre ambedue frequentavano La Sorbona a Parigi. Con Ignazio fondò la Compagnia di Gesù. Aveva 36 anni quando il papa lo inviò in Oriente come guida della missione cattolica in quelle terre appena raggiunte dai navigatori portoghesi. Spagnolo, di carattere sanguigno, lasciava l’Europa lacerata dalla prepotenza e dalla violenza, soprattutto per i contrasti religiosi. I papi bruciavano gli eretici, Lutero incoraggiava i principi luterani a soffocare la rivolta dei contadini, Calvino aveva teorizzato un Dio violento che predestina a priori alcuni per il paradiso e altri per l’inferno. Gli ideali rinascimentali di armonia e soavità erano stati accantonati, ben presto. Figlio di quell’Europa, Francesco Saverio, nominato dal papa suo suo vicario per guidare l’attività missionaria cattolica in Oriente, arrivò a Goa, India, nel 1542. Da allora al 3 dicembre 1552 dieci anni di vita missionaria pellegrinando l’India, l’Indonesia, la Malesia, il Giappone e la Cina. Quel pellegrinare fu il suo Natale: ossia il suo rinascere sempre a comprensioni nuove sia della natura, sia dell’uomo, sia di Dio. Peregrinando, la realtà nasceva nuova nella sua esperienza e nella sua coscienza. Un giorno a Goa, India meridionale, i coloni portoghesi spararono sul villaggio dei pescatori per costringerli a cedere le perle pescate nel mare. Francesco si posizionò sul molo fra i portoghesi e il villaggio, allargando le braccia in forma di croce. I portoghesi non ebbero il coraggio di uccidere l’inviato del papa e i pescatori poterono conservare il loro raccolto. Dieci anni dopo questi pescatori raggiungeranno con le loro esili barche l’isola indonesiana Celebs dove era stata trasportata la salma di Francesco e la porteranno con sé a Goa, dove tuttora è custodita e venerata.

1546: un samurai giapponese di nome Anjiro era arrivato a Malacca, Malesia, caposaldo della navigazione portoghese in Estremo Oriente. Era fuggito dalla sua terra perché aveva ucciso e temeva la vendetta. Da tempo non trovava più pace. A Malacca incontrò Francesco Saverio e questi lo guidò a chiedere e a dare il perdono: lo guidò al Natale a vita nuova attraverso il perdono: il Natale di Cristo. Anjiro fu il primo giapponese a chiedere il battesimo. Saverio gli diede il nome di Paolo, perché come Paolo aveva incontrato Cristo nel perdono della sua violenza. Attraverso il battesimo ottenne quanto la cultura giapponese, così fine, non conosceva e non poteva dare: la rigenerazione in novità di vita attraverso il perdono. Per ogni giapponese l’errore è fallimento. Nella via di Cristo il peccato è il punto di partenza verso quella profonda maturazione umana a cui le virtù non possono condurre, perché le virtù e i meriti lasciano lo strascico del vanto. E il vanto percepito anche solo nell’intimo senza apparire fuori incatena. Incatena e condiziona il virtuosissimo popolo giapponese, che preferisce scegliere l’eliminazione della vita al riconoscimento del proprio errore. Nel Vangelo la grazia della liberazione è data quando l’uomo è ritornato povero e non ha niente da vantarsi, ossia nella situazione di peccatore. Così l’uomo divenuto maturo attraversando il peccato e la conversione dal peccato avrà soltanto da dire “Grazie”, e da condividere la grazia coi fratelli ancora smarriti. L’Oriente ricco di finezza culturale guidò Francesco Saverio a comprendere l’essenza del Vangelo. Il Vangelo, infatti, non è la verità, che scorre ovunque e che tutti ricercano per intimo impulso creaturale. Il Vangelo invece è un carisma da versare sulla ricerca della verità, quando questa inesorabilmente si impantana nell’errore e si corazza di orgoglio. La sapienza del mondo, allora, predica di detestare l’errore e l’orgoglio relegandoli dove non si vedono; il Vangelo invece annuncia che il peccatore che chiede e dà perdono, attraverso l’esperienza del perdono, nasce alla qualità più matura e nobile dell’uomo: ossia alla qualità dell’amore umile. Francesco lo comprese e rinacque cristiano secondo il cuore di Cristo. Nel frattempo a Trento la Chiesa cattolica enumerava una serie di dogmi che tutti devono credere, e Lutero contro affermava che il dogma è solo il testo della Bibbia. Le chiese in Europa si rivestivano di paludamenti assoluti; nell’Estremo Oriente Francesco incontrava altre culture corpo a corpo. E il calore passava da uno all’altro.

Anjiro rappacificato con l’esistenza convinse Francesco a recarsi nella sua terra, il Giappone. Il viceré del Portogallo, residente a Malacca, aveva proibito ai capitani portoghesi di prendere a bordo Francesco Saverio, perché difensore dei pescatori di perle contro gli interessi del Portogallo. Un pirata cinese accettò la richiesta e condusse Francesco, Anjiro e altri due missionari in Giappone. Il 15 agosto1549 la scialuppa del pirata cinese entrò nel porto di Kagoshima. Francesco subito si recò dal daimyo del luogo, Shimazu, per perorare l’amnistia per Anjiro, quindi si ritirò nel tempio Zen Fukushoji dove divenne amico dell’abate Ninjitsu. Tuttora sulla stele della tomba di Ninjitsu sta scritto: Grande amico di Francesco Saverio. Il missionario spagnolo, dal temperamento sanguigno, iniziò la sua attività missionari in Giappone chiedendo ospitalità a un monastero Zen, mentre n Europa cattolici e protestanti stavano allenandosi per la guerra dei trentanni. Francesco, primo europeo vissuto in Giappone, scrisse alcune lettere sulla cultura di quel popolo, manifestando la sua ammirazione.

Francesco Saverio si recò a Kyoto volendo esprimere il suo omaggio all’imperatore, anche a nome del papa di cui era il rappresentante in Oriente. Chiese un’udienza e attese una settimana. Ma non ebbe risposta. Chi lo accompagnava ha lasciato scritto che Francesco Saverio s’allontanò da Kyoto salterellando come un bambino, contento di aver potuto capire che il desiderio di incontrare l’imperatore non era importante per il Vangelo. Dopo due anni di permanenza in Giappone, avvertì forte il desiderio di recarsi in Cina, la madre della cultura giapponese. Lasciò in Giappone i due confratelli che lo avevano seguito, rientrò a Goa in India e ripartì alla volta dell’immensa terra del drago, questa volta potendo beneficiare di un vasello portoghese. La Cina era ermeticamente chiusa agli stranieri, ma i mercanti cinesi erano soliti praticare un florido commercio franco con i pirati giapponesi e portoghesi, facendo base su un’isola disabitata davanti al porto di Canton, Sanciano. Francesco vi approdò nell’autunno, quando cominciavano a soffiare i venti freddi. Un mercante cinesi promise di ottenergli il visto d’ingresso in Cina e Francesco Saverio, profondamente contento, gli donò quanto aveva portato con sé. Il mercante cinese non ritornò e l’alba del 3 dicembre, esausto per la fame e il freddo , in preda ad un’alta febbre, Francesco Saverio esalò la sua vigorosa anima rivolto verso la Cina di cui aveva desiderato poter conoscere la cultura e riversarvi il Vangelo del perdono. Lontano nell’alto mare era ancorato un vasello portoghese, ma per il freddo nessun marinaio era sceso a stare vicino al morente. Francesco Saverio morì in profonda solitudine, abbracciato da un cinese. Natale! Aveva 46 anni.

In seguito il suo corpo fu riesumato e portato a Ternate, Indonesia. I pescatori di perle di Goa, India, che Francesco Saverio aveva difeso contro i soprusi dei portoghesi, vennero a prelevarlo per portarlo nella loro città, dove riposa tuttora. E’ bello riposare in una terra diversa da quella in cui si nasce! Sì, perché la nazionalità, i costumi, le culture e anche le appartenenze religiose sono solo una capanna lungo la via.

La nuda solitudine di ciascuno, con il calore della fede nel cuore, è la capanna del Natale.

La stele della tomba dell’abate Ninjitsu nel tempio Zen Fukushouji (Kagoshima). Sul fronte della stele è ben visibile il nome dell’abate:
nin
jitsu

sul lato sinistro appena leggibile: “amico di Francesco Saverio”

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