sab 1 Dic 2012 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Carissimi, di nuovo ringraziando per gli auguri e gli incoraggiamenti in seguito all’incidente che mi ha trattenuto in ospedale per una decina di giorni, vi mando la lettera in cui condivido con voi la stupenda spiritualità dell’Avvento.

Inoltre colgo questa occasione per invitare chiunque può a parteciupare al ritiro del sabato di inizio mese, precisamente l’1 di dicembre. Vi allego a parte il programma.

Da ultimo, ricordo che nella notte fra il 2 e il 3 dicembre nel 1552 su un isolotto disabitato di fronte alla Cina morì Francesco Saverio, da cui la mia congregazione ha preso il nome: Missionari Saveriani. Francesco fu il primo europeo a vivere in Giappone, a conoscerne e apprezzarne la cultura e ad annunciarvi il nome di Cristo. Fu grande amico dell’abate del monastro Zen Fukushoji di nome Ninjitsu. In occasione della sua festa ve ne partecipo la gioia.
p.Luciano


fine novembre 2012

AVVENTO

“… voce di uno che grida nel deserto…” (Marco 1,3)

 

sotto la pioggia fine un angolo del nostro giardino (28-12-2012)

Una pioggia fine fine permea l’atmosfera e inumidisce i vestiti, fino alla pelle. Anche i campi sono madidi. Al di là del fastidio del momento, tutto fa prevedere una prossima primavera con molti fiorellini nei prati. C’è un bel accordo fra le stagioni e i tempi liturgici. Siamo nell’avvento e la natura, per prima, ci predica che è giunto il tempo di interiorizzare l’esistenza, in silenzio.

“… voce di uno che grida nel deserto…”. Questa immagine nel Vangelo è riferita a Giovanni, il profeta che predicò la conversione alla gente quando Gesù era ancora un ignoto falegname a Nazareth. Gesù stesso accorse a lui per ricevere il battesimo di conversione, attratto dalla eco di quella “voce di uno che grida nel deserto”. La Scrittura dice di Gesù: “pur essendo figlio (di Dio) imparò l’obbedienza dalle cose che patì, e, reso perfetto divenne causa di salvezza…” (Lettera agli Ebrei 5,8).

Senza l’umile obbedienza alle cose che la vita chiede di patire, il solo essere figlio di Dio rimane uno stato di imperfezione, senza valore salvifico. Così è di ciascuno di noi, di me: nato innocente per un pensiero divino che mi chiama all’esistenza attraverso la madre e il padre, la mia innocenza rimane imperfetta e sterile se non imparo attraverso l’obbedienza alle cose che la vita mi chiede di patire. Senza obbedire l’uomo non matura alla sua qualità più vera e nobile. Ma quando così matura, la sua esistenza si purifica e si essenzializza nel voto esistere come perpetuo ringraziare e offrire. La sua vita diventa respiro: ricevere, interiorizzare, offrire. Nulla rimane; mentre tutto è ricevuto, amato e offerto. E’ il voto cristico. Così il figlio di Dio, in Gesù, divenne Cristo, causa di salvezza per tutti. Alcuni cristiani sono rimasti ad adorare un Dio onnipotente che non impara dall’obbedienza alle cose che deve patire. Sono teisti; non sono cristiani.

Troppe voci ci assordiscono, tentandoci a vivere per il proprio successo, fotocopiando il proprio io egoico all’infinito. Finché arrivano certe situazioni in cui quel frastuono si spegne e allora noi avvertiamo dal fondo la voce che grida nel deserto. Ciascuno di noi ha, sepolta dentro di sé, “una voce che grida nel deserto”, trattenuta silenziosa dal frastuono. Quella voce, anche se fatta tacere, ci è intima molto più del frastuono. Ciascuno di noi è quella voce: infatti esiste, ha un nome, un carattere, una storia, degli interessi… Eppure è una voce che grida nel deserto: infatti nessuno di noi sa perché esiste. Qualcuno si può raccontare che esiste per far fortuna in questo mondo; qualcun altro per far fortuna nell’altro mondo. Ma ambedue le voci sono grida nel deserto. Sono io che grido e sono io che sento il mio grido. Immagino quei due sposini, Maria e Giuseppe, che attraversavano i campi, senza una meta precisa. Li immagino rifugiarsi nella capanna. Quella capanna si illuminò della loro luce e gli angeli cantavano nel cielo perché loro li sentivano cantare. Ogni sensazione, ogni conoscenza è una voce che uno emette nel deserto, alla quale chi la emette dà valore. Senza la fede Maria e Giuseppe non avrebbero visto né udito nulla. L’ultima ragione per cui uno crede è il grido nel deserto della sua esistenza. Il grido nel deserto è la fede.

C’è un’energia in me che diventa bocca che grida e quindi orecchio che ascolta. E’ Dio in me, più intimo a me che non me a me stesso, scrisse Agostino. Perché grido? Perché credo? Perché do senso alle cose che la vita mi chiede di patire? Se vi do ascolto è perché Dio è in me, perché sono figlio di Dio. Ma il solo essere figli di Dio, nati nell’amore di una madre e di un padre, con due perle come occhi, con un volto sorridente… tutta questa purezza originale non diviene salvezza senza esperire l’obbedienza alle cose che la vita e la storia mi chiedono di patire. Rimango puro, ma non amo. Rimanere puro ma non amare, perché non si obbedisce alle cose che la vita ci chiede di patire, è il vero peccato originale. Nel Vangelo di questa mattina 28 novembre Gesù dice: “Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma le bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata” (Vangelo secondo Matteo 12, 31). Dopo tutto, nella vicenda dell’uomo e della creazione tutta è Dio che “obbedendo alle cose che patì” diviene Cristo. Cristo è amore, annuncia il Vangelo. Quindi non può rimanere Dio onnipotente, ma la sua stessa natura gli fa creare la realtà attraverso la quale Dio ama. Ama, obbedendo alla legge del patire. L’Avvento è la stagione di Dio che s’incarna. Con lui, anche la creazione si spoglia e si interra fertilizzando nuovamente la vita.

Esistere e vivere comporta peccare, ma i peccati che conseguono dalla verità esistenziale, che ci costituisce contemporaneamente fatti di limiti e di apertura all’infinito, sono necessari e perdonati nello stesso atto di aver accolto l’esistenza. Mentre il vero peccato è la chiusura del cuore che non accetta di esistere composti di limiti che trattengono e di apertura all’infinito che anela alla libertà. Il peccato originale è pretendere di essere solo limiti e assopirsi nel non senso; oppure è pretendere di essere solo apertura all’infinito e bearsi di puro narcisismo; oppure è l’idolatria verso la contrapposizione tra limite e infinito.

La qualità più intima all’uomo, come a ogni cosa, fiorisce e matura quando la libertà obbedisce e l’obbedienza è libera. Lo Spirito congiunge in intima amicizia la libertà e l’obbedienza. Così una giovane e un giovane attraversavano i campi di Betlemme e si fermarono in una capanna, obbedendo alle doglie del parto, con tanta libertà nel cuore al punto che sentivano gli angeli cantare nel cielo.

Qualcuno ha pensato che i limiti siano un impedimento, e lo sono veramente quando non sono animati dalla libertà. Qualcuno ha pensato che l’apertura all’infinito e la sete dell’eterno sia un inganno, e lo è veramente senza l’anima che obbedisce alle cose che la vita ci chiede di patire. Nello Spirito l’uomo coglie dove l’ esistenzialità degli opposti ci guida. Ci guida e divenire Cristo. Nel Cristo l’obbedienza è l’apice della libertà e la libertà è l’apice dell’obbedienza, perché sono le sponde del sentiero che conduce me e tutte le cose oltre la libertà e l’obbedienza: mi conduce nell’amore eterno di Dio. E lì scopro che è stato Dio a incarnarsi nella storia e a nascere in me. Dio diviene Cristo.

“… voce di uno che grida nel deserto…”

Luciano

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