mar 16 Lug 2013 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Il cuore umano aspira profondamente alla pace. Anche la natura, in modo istintivo, ricerca la pace. Gli sconvolgimenti, quali i terremoti e gli tsunami, altro non sono che forme violente attraverso cui la natura ricerca un nuovo equilibrio in cui stare in pace. La pace è armonia, equilibrio, ordine. La pace è cammino, cambiamento, e anche lotta.
La pace è l’argomento principale di molti incontri internazionali di ordine politico, sociale, culturale. In questa nostra epoca di crisi economica, la pace viene invocata sotto il nome di ripresa. La ripresa può iniziare, i rapporti sociali possono essere riequilibrati, la cultura e l’arte possono essere incentivate in vari modi; tuttavia, affinché la pace non si esaurisca in forme esteriori studiate diplomaticamente, ma scenda nel profondo dell’anima e diventi radice che genera spontaneamente pace sempre nuova e vigorosa, l’uomo deve stare davanti alla domanda che maggiormente lo turba e, appunto, gli porta via la pace. La domanda è: Perché sono nato? Perché dovrò morire?
Molta pace che riempie le pagine dei giornali è soppesata secondo gli interessi del momento. E’ pace inerte, codificata in clausole studiate a tavolino; come un fiore di carta, senza sfumature, senza profumo. La pace che noi siamo convenuti qui a ricercare è quella testimoniata dall’albero, che distende i suoi rami, dischiude i suoi fiori, matura i suoi frutti grazie alla vitalità che si auto genera dalle sue radici nascoste e silenziose. Questa è la funzione delle tradizioni religiose autentiche, che hanno conservato l’originaria vocazione a curare la radice del mistero umano, senza cedere alla tentazione di trastullarsi in giochi evanescenti.
Senza la profonda conciliazione con il destino di nascere e di morire, il cuore umano ignora la radice della pace. La pace religiosa si radica nuda nella nuda realtà, incondizionata da qualsiasi convenienza, avvolta di silenzio meditativo. E’ la pace dell’intima conciliazione con il proprio essere così, senza palliativi. Gesù ha dato inizio al Vangelo, dichiarando beati coloro che si sentono in pace senza abbellire la propria povertà, nemmeno a livello spirituale: “Beati i poveri in spirito!”, disse.
Noi siamo convenuti qui ad ascoltare i messaggi di due testimoni di due nobili correnti religiose. Ci parleranno certamente anche delle foglie, dei fiori e dei frutti di cui le loro due tradizioni religiose hanno arricchito il cammino umano. Nella tradizione dello Zen, soprattutto dello Zen Rinzai di cui il monaco Noritake Shuan è seguace e maestro, hanno preso forma le vie del tè, dell’arco, della scrittura e altre ancora. Il fiorire di queste vie ha profuso attorno il profumo di qualità umane molto delicate: la presenza al momento presente, la delicatezza dei movimenti, la compassione, l’attenzione a concludere le azioni senza lasciare strascico.
La tradizione cristiana, soprattutto nella sua qualità cattolica, ossia universale, ha sempre saputo rigenerare nuova speranza nell’umanità, quando questa si è bloccata per gli sconvolgimenti storici. Allo sgretolarsi delle forme equilibratrici dell’impero romano, i monaci cristiani hanno generato una nuova vitalità sociale e culturale, non più frutto di equilibrate leggi imperiali, ma scaturite dall’interiorità dell’uomo orante: ORA ET LABORA. Così i chiostri dei monaci benedettini, con ai quattro lati la chiesa per la meditazione e la preghiera, la biblioteca per lo studio, il refettorio per la condivisone della mensa e infine l’aula capitolare dove ogni giorno programmare il lavoro, questo chiostro divenne l’aiuola da cui germogliò la futura Europa, che oggi facciamo tanta fatica a ritrovare: l’Europa radicata nella spiritualità, nella ricerca intellettuale, nella condivisione sociale, nella programmazione del lavoro. Al centro del chiostro benedettino stava il terreno coltivato a giardino. Al centro del giardino stava il pozzo dell’acqua. Forse noi oggi abbiamo proprio smarrito la centralità del terreno coltivato a giardino e del pozzo dell’acqua. Oggi siamo allettati da una pace che assomiglia all’albero di natale: decorazioni e luccichii su un alberello dalle radici recise. L’albero vero sta in campo aperto, o sulla montagna, esposto ai venti e alle intemperie. Eppure, libero e forte, si regge vigoroso sulle sue radici nascoste e silenziose.
Oggi, noi siamo qui soprattutto per ascoltare da due ministri di due tradizioni religiose, la testimonianza radicale del loro cammino religioso: come può l’uomo destinato a nascere e a morire essere generatore della pace che profonde il profumo delle vie dello Zen, della pace che crea la speranza del futuro dei monaci benedettini? “Chi ha orecchi per intendere, intenda” (Mc 4,9). Con queste parole Gesù avvertiva i suoi ascoltatori che tutto parte dalla loro sincera intenzione di ascoltare.
Si può mistificare la religione, riducendola da cammino reale, madido di sudore, a trastullo magico di finti doni spirituali. Gesù nel deserto ha lottato con il demone che gli proponeva di ammorbidire il destino umano con la magia dei miracoli. Shakyamuni ha resistito a Mara che gli suggeriva l’incantesimo del piacere per sfuggire alla domanda sul dolore. Nella storia, gli uomini che formarono l’istituzione della Chiesa Cattolica e l’istituzione dello Zen, Rinzai e Soto, hanno anche tradito il concetto puro di pace della propria origine. Hanno optato per la pace del compromesso, a facile prezzo, negoziabile con riti esteriori, oppure con il semplice titolo di appartenenza. Nulla è portatore di pace e di delicatezza come un messaggio religioso puro; nulla è terreno fertile per atti di violenza come un messaggio religioso inquinato.
La Chiesa Cattolica deve chiedere perdono per gli atti di violenza perpetrati con l’inquisizione, i roghi, le crociate ecc. Lo Zen deve chiedere perdono per la sua commistione con il militarismo giapponese. Ricordo in particolare la prassi detta sabetsu kaimyō. E’ detta così l’usanza invalsa tra i monaci, soprattutto dello Zen, di assegnare nomi spregiativi ai defunti che in vita avevano avversato il potere assoluto dello shōgun, protettore dello Zen. (cfr “Lo Zen alla guerra”, Brian Victoria, americano e monaco dello Zen, editore: “Sensibili alle foglie”).
Di proposito non ho sottaciuto questi lati bui delle due tradizioni religiose, per non cedere all’ingannevole tentazione di abbellire la realtà per raccogliere consenso. Dove c’è sotterfugio, non c’è la pace. Dove c’è tanta perfezione, supposta perfezione, che diviene necessario nascondere qualcosa per conservarne l’immagine, lì non c’è la pace. Nemmeno c’è pace dove il limite non è accettato come parte intima di ciò che siamo. L’uomo aspira alla pace senza maschere. Aspira alla pace che rimane inalterata quando gli abbellimenti non tengono più. Aspira alla pace che gli fa accogliere in pace il destino di nascere e di morire. Solo la pace che umilmente riconosce la sua povertà, è vera.
Oggi, molti uomini sono scettici verso le religioni. Non perché le religioni hanno conosciuto dei momenti contraddittori; ma perché non l’hanno ammesso, umilmente. Eppure, per l’uomo non c’è vera pace senza rispondere alla domanda di fondo sul destino di nascere e di morire. Lo Zen e la Chiesa cattolica, pur sotto il limite di tante contraddizioni, custodiscono la conoscenza della via che conduce alla pace l’uomo con il suo destino di nascere e morire. Conoscono la direzione e offrono la lampada che illumina il cammino. Ascolteremo, quindi, con profondo interesse la testimonianza del monaco dello Zen Rinzai e del vescovo della Chiesa Cattolica. Il tempo lo permettesse, sarebbe interessante ascoltare dai rappresentanti di tutte le religioni autentiche, il loro prezioso apporto alla pace universale.
Da decenni ho accolto nel mio cammino di prete e sacerdote cattolico la compagnia dello Zen. La mia giornata inizia e termina quotidianamente con la pratica dello zazen e dell’ascolto del Vangelo. Consapevole delle differenze delle due vie, sperimento il beneficio del loro dialogare che è in atto dentro la mia vita. Io le lascio dialogare, le stimolo a dialogare, senza mai cedere alla banale tentazione di ridurre le loro distanze. Anzi, percepisco che quelle distanze mi appartengono, sono me stesso, sono la realtà. Il loro dialogo apre e distende la mia anima all’ampiezza del cielo. Nel cielo vuoto, brilla la stella del mattino.
Il principe Shakyamuni cercava ansiosamente la pace in un luogo dove fosse assente il dolore. Intensificava meditazioni e digiuni; ma quel luogo non comparve. Un giorno si fermò, si sedette sotto l’albero di body, alzò gli occhi verso l’alto e contemplò la stella del mattino, immobile e luminosa nel cielo vuoto. Allora ebbe la chiara comprensione che la realtà, nella sua intima natura, è da sempre “in pace”, purché l’uomo non la deturpi con attaccamenti e passioni. Istantaneamente comprese che ogni cosa è autentica, avvolta di vuoto come la stella del mattino nel cielo. Quindi, realizzò che le stesse cose che galleggiano nel vuoto sono, a loro volta, “fiori di vuoto”.
In natura ogni elemento esistente è bello e utile grazie alla sua impermanenza: la gemma si dischiude in fiore, il fiore appassisce e plasma il frutto, e il frutto maturo si offre in cibo. Il cibo viene assorbito e, trasformato in energia, alimenta il movimento vitale. La vita, procedendo, chiama la morte. Le cellule nutrite dal cibo, si consumano e ritornano alla terra nella forma umilissima dell’escremento. La natura è libera dalla morsa del profitto. Lo Zen può essere riconosciuto come il Buddismo nella sua forma essenziale, che offre all’uomo di ogni dove il messaggio dell’impermanenza, quale via di libertà interiore, come sentiero alla pace.
Ikkyū Sōjun (1394 – 14819) fu un monaco giapponese della via dello Zen Rinzai, quindi della stessa tradizione del monaco Noritake Shūan di cui ascolteremo la preziosa testimonianza. Un tipo eccentrico che richiama molto Francesco d’Assisi. Per nomina imperiale fu abate del grandioso tempio Zen Rinzai, il Daitokuji di Kyoto. Ikkyū scrisse una testimonianza molto originale, in versi e prosa, dal titolo: “Gaikotsu”, in italiano “Gli scheletri”. Una sera Ikkyū si addormentò presso un cimitero e vide in sogno gli scheletri fuoriuscire dalle tombe e mettersi a fare le stesse cose dei viventi: ballare, mangiare, fare l’amore ecc. Sulle prime Ikkyū si meravigliò; ma poi si sentì sempre più coinvolto e tutto gli parve normale. Destatosi dal sogno, si pose la domanda: la vita e la morte sono realmente due cose separate? Il tema ricorrente dello scritto di Ikkyū è il concetto di vanità e di impermanenza, aspetti connaturali ad ogni cosa, perché all’origine di ogni cosa c’è il nulla. Nella visione dello Zen, il riportare tutto al nulla è la porta della pace. Non al nulla che è la controparte del tutto, perché tale nulla è ancora qualcosa che si contrappone. Al nulla indicibile che precede ogni definizione, da cui tutte le definizioni emergono e quindi ritornano a sciogliersi.
Riporto un brano del testo sopra citato:

Il mio essere
senza inizio
e senza fine
non vive
e non muore”
***
Questo mondo
è un sogno visto ad occhi aperti,
ma com’è evanescente
colui che si sveglia
da questo sogno. 1

L’etica della pace nella via buddista, soprattutto nell’essenzialità dello Zen, si radica nella fede che tutto ciò che esiste è permeato di quel nulla assoluto che è oltre il nulla relativo che fa da controparte al tutto. Connaturato di quel nulla, tutto rimane vuoto di ogni forma, compresa la forma che assume momento per momento nello scorrere del tempo. Così è connaturato a ogni cosa plasmarsi in questa o in quella forma, e quindi auto restituirsi al vuoto. Il soggetto stesso che accoglie e restituisce rimane pur sempre vuoto. La via buddista conduce alla pace liberando ogni forma individuale temporanea, pura onda del divenire dell’esistenza, dalla tentazione fuorviante di costituirsi in un sé autonomo. La tentazione delle tentazioni è quella di codificare il nulla assoluto nel nulla relativo. Chi cade in questa tentazione profana il buddhismo in una via quietistica, di rilassamento psichico. Il vero buddista, radicato nella fede che lo sfondo di tutto è il nulla assoluto, quindi libero dai condizionamenti momentanei, spreme il vigore della sua esistenza, finché non rimane alcun strascico. Come si dischiude un fiore in alta montagna, che nessuno mai andrà a vedere. La tentazione di svegliare questo sogno dell’esistenza con qualsiasi aggiunta è evanescente.
Rimanere nel sogno dell’impermanenza senza sonnambulare alcun sé autonomo e autocrate, e contemporaneamente applicarsi agli impegni della vita con tutte le forze senza infrangere il sogno, questo non aver bisogno di supposizioni metafisiche per fondare il gusto e l’impegno dell’esistenza: questa è la pace buddista. La Natura è il sacramento della pace nella via buddista. In natura nulla esiste per se stesso, ma tutte le cose in correlazione si auto formano e si auto sciolgono.
Questa visione parla molto al cuore dell’uomo moderno, spossato dai tanti sistemi filosofici, culturali e religiosi costruiti su assoluti artificiali. L’assoluto artificiale è quello forgiato e manipolato dalla mente umana ad uso e consumo per sfuggire alla domanda di fondo: Perché sono nato? Perché dovrò morire? L’uomo, oggi, ama ritornare a pellegrinare, non per raggiungere un altrove, ma per gustare e valorizzare l’attimo che passa, lasciandolo in pace nell’assoluto che è oltre ogni nostra immaginazione, contemplando un fiorellino sul ciglio della strada, oppure un rovo secco carico di spine.
La via alla pace secondo il Vangelo appare molto differente, perfino opposta a quella buddista. Io sono sacerdote e missionario della via cristiana proprio verso i fratelli giapponesi, per lo più seguaci della tradizione buddista. Quindi ho fatto dell’annuncio del Vangelo di Gesù ai fratelli buddisti l’impegno della mia vita. Secondo un’espressione popolare, si direbbe che io mi trovi tra l’incudine e il martello. E lo sono. Eppure proprio in questa scomoda posizione sperimento la pace. C’è una parola fondamentale della visione buddista che mi ritorna sempre in mente, e mi dischiude alla pace. E’: il nulla!
Sento la forza liberatrice di questa parola. La vita conduce ad aggrapparsi ad appoggi sicuri. Poi subentra la tentazione a non mollare quanto in quel momento ha servito come appoggio. E’ reale in me la tentazione di solidificare gli attimi che passano e farne degli assoluti. Gli assoluti si auto pongono come rivali di tutto quanto non si sottomette a loro. Sono assoluti, meglio sono gli assolutizzati dalla mia mente, sono assoluti relativi. Ho applicato la parola nulla alla realtà che istintivamente sono portato ad assolutizzare: a Dio. Dio è nulla, così nulla che è solo come relazione, senza alcunché che rimanga autonomo in se stesso. In Dio tutto scorre e circola: Padre, Figlio, Spirito! E’ origine, è fiume originato, è pioggia. “Dio è amore” (Gv 4,16). Nell’amore non c’è alcun sé che è per se stesso. Dio è assoluto, ma non l’assoluto che è la controparte di ciò che io sono; è l’assoluto oltre ogni mio concetto di assoluto.
Nella mia fede cristiana comprendo che l’anima del nulla assoluto è l’amore. “L’amore non hai mai fine” (1 Cor 13,8). La via etica alla pace nella tradizione cristiana si concretizza nella comunione di destino con una persona storica, Gesù di Nazareth. Gesù è mediatore, è “colui che serve” (Lc 22,27). Non si è auto proclamato il Cristo, ma lo hanno riconosciuto Pietro e gli altri suoi discepoli. E’ colui che tutti nel fondo del cuore attendono. Prima di morire Gesù si sentì maturato in pane e vino: “Prendete e mangiate… e bevetene tutti”. “Vi dico: non la (la cena del passaggio dell’esistenza) mangerò più… finché non si compia nel regno di Dio… Non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio” (Lc 22,16-20).
Non mi soffermo oltre a dire la via cristiana, in quanto a voi tutti è nota e da voi tutti è amata. Io ne sono ministro. Soltanto voglio focalizzare dove il messaggio cristiano è Vangelo, lieta notizia, per chi percorre la via buddista. Al riguardo cito da uno dei più noti scrittori giapponesi del secolo scorso, Endō Shūsaku. Endō, cresciuto nell’ambiente buddista ma battezzato nella Chiesa Cattolica, afferma che per lui la novità del Vangelo consiste nel messaggio del perdono. Il passo del Vangelo che lo esprime con più efficacia – scrive Endō – è il racconto della peccatrice perdonata (Lc 7, 34-39). “… le sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”.
Anche dicendo dalla mia esperienza missionaria, il contributo alla pace che il Vangelo cristiano offre al praticante buddista è il messaggio del perdono, in particolare del perdono verso se stesso. Solo perdonando se stesso con un perdono così assoluto che non lascia strascico, l’uomo trova la pace: la pace di vivere amando così come si è, senza affumicare l’amore con il lamento di non essere all’altezza dell’amore. “L’amore non cerca il proprio interesse” (1 Cor. 13,5). La lieta notizia che il cristiano porta al buddista è questa: la dimora dell’assoluto che è oltre ogni assoluto, altro non è che questa nostra storia. Così com’è.
Ed ora, finalmente, la parola ai due testimoni.

p. Luciano Mazzocchi sx
Vangelo e Zen – Via A. Grandi 41, Desio MB
lmazzocchi@lastelladelmattino.org

Sotto riporto l’immagine del Buddha dal volto di bambino che tiene tra le braccia Gesù in croce dal volto di bambino, emblema del movimento “Vangelo e Zen” (Takamori soan – Nagano – Giappone)

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