Dom 20 Ott 2013 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

baccheForse perché la mia età mi colloca nell’autunno inoltrato, di fatto l’autunno è la stagione che mi commuove di più. Delle colline piacentine su cui sono nato il ricordo più familiare è quello dei vigneti in ottobre, sia per quegli ultimi grappoli d’uva sfuggiti ai raccoglitori che davano tanto gusto a scoprirli e a metterli in bocca, sia per il colore sobrio dei pampini. A una giapponese che aveva visitato l’Italia in autunno ho chiesto quale era stato il panorama che aveva maggiormente ammirato. Mi aspettavo una delle solite risposte: il Canal Grande, la Torre di Pisa, il Ponte Vecchio, San Pietro… La sua risposta: “Le foglie delle viti”. Era ottobre. Nel Sud Giappone da dove veniva non cresce la vite, quindi ha giocato anche la novità.

Una bellezza autunnale sono le bacche. Il fiore è ovviamente stupendo, ma anche beffardo perché fa sfoggio di una bellezza ideale che all’essere umano non è data. Le bacche dei roseti possono commuovere più delle rose fiorite. Al mattino poi sono madide di rugiada e questa rende il loro sobrio colorito ancor più tenue e delicato.
Dal pensiero delle bacche passo a quello del Duomo di Milano. Qualcosa li collega.
“… la bocca parla dalla pienezza del cuore… Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica… è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia” (Lc 6, 45-48). E’ il Vangelo che si legge nella messa di domenica 20 ottobre, anniversario della dedicazione del duomo di Milano.

Mi è stato fatto dono della pubblicazione “Il cantiere del duomo di Milano – dai maestri del lago di Lugano a Leonardo” (edizione SE, Milano). Sono 200 pagine che rievocano in modo scientifico il lungo iter dei 500 anni della costruzione dell’edificio simbolo della città. E’ un inno alla tenacia e all’ingegnosità umana; ma è anche un inchino al sublime valore di tanti e tanti gesti minuti compiuti da persone povere e umili che offrivano il loro contributo volontario a rimuovere la polvere del cantiere.

Da un mese circa l’interno del duomo si è trasformato in un cantiere per la ripulitura delle colonne e delle pareti. Da una parte ciò sarà un disappunto per i tanti turisti che avrebbero preferito visitare un luogo sacro silenzioso e dall’aria limpida, perché in questi tempi nel duomo si respira polvere e polvere. I grandi aspiratori elettrici non riescono a purificare l’aria; non sono bravi come i volontari di una volta che liberavano le pietre dalla polvere usando l’acqua. Certamente, allora, l’attività procedeva con un ritmo più lento, diciamo noi oggi; sicché era possibile tenere il passo. Quanto era audace quella lentezza! Oggi, epoca in cui le comunicazioni anche lontane sono possibili in tempo reale, forse nessuno porrebbe mano a un’impresa, come la costruzione del duomo, il cui coronamento è previsto a 500 anni dopo. Dalla lettura della suddetta pubblicazione sul duomo fa meraviglia come tutte le operazioni fossero lungamente soppesate, chiamando i migliori consulenti dalla Francia e dalla Germania. Se uno scalpellino si faceva una ferita, gli veniva assicurato lo stipendio anche durante l’assenza dal lavoro. Nei primi cento anni di costruzione nel cantiere ci furono solo due incidenti mortali, benché si trattasse del cantiere che coinvolgeva il numero di persone più alto d’Italia e forse d’Europa. “Tra la fine del quattrocento e l’inizio del cinquecento si radica la consuetudine di porre a mezza paga tutti i lavoratori che per vecchiaia non possono più lavorare” (pag. 68). Quindi era assicurata anche la pensione. “Nel 1522 in vista dell’imminente pericolo di peste ordinano doversi licenziare subito i fanciulli (giovani) … Essi non dovranno tornare a lavorare sino a quando durerà il pericolo… a loro si garantisce la metà della paga” (pag. 72).

duomo

In concomitanza con la costruzione del duomo, la Fabbrica del duomo – così era chiamato la commissione responsabile dell’opera formata per 4/5 da laici e 1/5 dal vescovo e chierici – patrocinava anche corsi di formazione per gli artistici coinvolti, per i cantori e musicisti che dovevano accudire alla liturgia, alla trascrizione di testi sacri.

Mi sono dilungato a rievocare alcuni passaggi di questa pubblicazione sul duomo per vari motivi. Non da ultimo perché la cappellania cattolica giapponese di cui ho responsabilità celebra l’eucaristia proprio nel luogo dove i marmi del duomo venivano levigati e le statue scolpite. Prima dell’attuale chiesa in cui noi celebriamo c’era una semplice cappella dove gli scalpellini sostavano a chiedere la protezione dei loro occhi prima di mettersi a scheggiare il marmo. Ma il motivo principale di questa rievocazione è per risvegliare la nostra memoria alla dignità dei nostri antenati.

Il potente Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, elargiva grosse somme alla Fabbrica del duomo, ma quando un giorno pretese che gli fosse assicurato alla sua morte un monumento dentro il duomo stesso, la commissione della Fabbrica del duomo, formata quasi al totale da laici, diede responso negativo. Ciò comportò la riduzione delle donazioni da parte del principe, ma la commissione confermò il diniego. In cambio fu accettato di scolpire lo stemma visconteo nella grande vetriata centrale dell’abside. Lo stemma ha la forma della spirale del sole e a tutti quelli che oggi l’ammirano evoca i benefici di fratello sole.

Scavare nel profondo e porre le fondamenta sulla roccia, insegna il Vangelo. Il demone che avvilisce la nostra umanità è l’automazione, per cui siamo ridotti a essere spettatori della vita, anziché suoi artisti. Anche la crisi economica è figlia dell’automazione delle operazioni bancarie e del sistema economico. La crisi è arrivata e ora dobbiamo trasformarla in occasione di conversione, lasciando finire ciò che è giunto al suo termine. Dobbiamo ritornare artisti della vita! Dobbiamo ritornare capaci di porre mano a un’opera che i nostri discendenti inaugureranno 500 anni dopo di noi. Dobbiamo ritornare capaci di resistere liberi alle lusinghe del profitto.

Sulla catena delle Alpi è caduta la prima neve. La natura sta entrando nella pausa invernale in modo sobrio e nobile. La storia umana è giunta all’autunno dell’era capitalistica. La potentissima economia degli USA teme il default. Gli scalpellini negli anni fine-quattrocento, col volto calmo e assorto scalfivano le pietre del duomo che sarebbe terminato 500 anni dopo. Cosa sarà delle nostre frenetiche attività fra 500 anni?

In autunno è bello fermarsi, e stare lì assaporando il nobile terminare delle cose. E’ bello partecipare a un qualche ritiro spirituale, leggere qualche libro, e anche passare una serata con gli amici, gustando una caldarrosta dopo l’altra, raccontando.
Dai rami degli arbusti ormai privi di foglie penzolano le bacche striate di rosso, piene di semi e madide di rugiada.
p. Luciano

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