lun 19 Mar 2018 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Vangelo e Zen, Desio, Pasqua 2018

La verità si dà a noi sempre e solo come un cammino

(papa Francesco)
“E’ volato in carozzina tra le stelle”: con questa immagine in prima pagina il quotidiano Avvenire del 15 marzo ha dato notizia della morte dello scienziato Stephen Hawking, avvenuta il giorno prima. Nelle pagine dello stesso giornale ben sei articoli che abbinano l’ammirazione per lo scienziato e quella per l’uomo. Già dagli anni dell’università la sclerosi amiotrofica lo costrinse a vivere in carozzella, senza però ledere minimamente la sua volontà di conoscere e ammirare ciò che giungeva a conoscere, così fino all’ultimo giorno. Dal 1975 membro della Pontificia Accademia delle Scienze, ha sempre affermato che non c’è alcun bisogno di riconoscere o negare alcun Dio per conoscere l’universo. Il non dare adito nella sua mente ad alcun Dio che avrebbe potuto guarire lo sla che paralizzava i suoi muscoli, gli permise di accettare la situazione di una vita in carozzella come normalità, per il semplice fatto che così è, quindi senza appesantirla con la domanda perché Dio abbia permesso o voluto così. Ciò gli regalò la capacità di insaporire di arguzia le frasi che poteva esprimere attraverso il sistema di comunicazione facilitato. Nel maggio 2006, nel Palasport di Padova, la città dove Galileo aveva ricercato la conoscenza del cielo, parlò ad una numerosa assemblea di universitari che poi lo assalirono di domande. Una di questa fu su Dio. (Avvenire 15 marzo 2018 pag. 7).

La figura di Hawking e di altri uomini che, senza nominare Dio, conducono una vita seriamente impegnata, ma contemporaneamente allegra e composta anche nei disagi causati dalla malattia, per contrasto mi evoca le persone che ripetutamente quel nome lo tirano fuori dappertutto, sia per chiedere grazie, sia per lamentarsi se queste non arrivano, sia per darsi ragione delle cose che capitano legandole a quel nome come benedizione oppure come maledizione. Così le cose finiscono per apparire sterili, insipide, senza colore se noi subito non ci versiamo sopra l’acqua santa. Sì, infatti anche l’acqua che sgorga dalla sorgente deve essere benedetta dal sacerdote per assurgere al rango di acqua santa. Così come zampilla dalla roccia, senza le sue aggiunte l’uomo la vede ancora profana. Il bisogno del continuo ricorso a Dio, alle sue benedizioni, finisce per disaffezionare dalla vita reale. Anche il continuo ricorso alla confessione per un peccato di vita quotidiana, quindi l’incapacità di riconoscersi ordinariamente e pacificamente imperfetti e peccatori quotidiani, snatura il cammino cristiano, rendendolo teso. Sotto a tanto ricorrere a Dio si cela la mancanza della fede che genera la fiducia. Rimane la fede battezzata con una ciotola d’acqua versata sul capo, e non la fede che è immersione nella corrente. A un certo punto non è più chiaro se crediamo in Dio, oppure nella nostra capacità di applicare (appiccicare) Dio alle cose. Infatti, l’acqua battesimale raccomandata dal rituale come prima scelta non è quella del fiume Giordano o di tutti i fiumi, o di tutte le fonti, o del mare, ma quella della ciotola su cui il prete ha applicato la rituale benedizione. Possa la testimonianza di papa Francesco riportare il battesimo, da cui nasce la Chiesa, all’immersione nella corrente. Quanti cambiamenti ne scaturiranno!

“Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità assoluta nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime partendo da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma ciò significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita…. Certo, la grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio…”1.

E’ questo un brano della lettera di papa Francesco a Eugenio Scalfari, pubblicata il 12 settembre 2013 sul quotidiano La repubblica. La lettura della suddetta lettera di papa Francesco mi suggerì una riflessione sull’Io nobile che annotai nel diario. L’Io nobile è quello che non si nobilita, come certi legni nobilitati. E’ l’Io che non si aggiunge Dio, ma che in Dio si immerge. Conoscendo sé, conosce Dio. Ne riprendo qui un brano.

“Il discorso dell’Io è il più delicato, più dello stesso discorso su Dio, perché quando l’uomo parla di Dio, fosse anche il teologo o lo stesso papa, sempre e solo può esprimere la verità attingendo dalla sua convinzione. Infatti, non ha che la sua esperienza per oggettivare le sue affermazioni; tutto il resto rimane citazione inerte. Lo stesso ricorso alle Scritture comporta innanzitutto l’atto di fiducia nelle Scritture da parte di chi alle Scritture ricorre. L’oggettività non è percepibile che attraverso la cruna dell’ago che è la propria soggettività. Inscindibile e fecondo legame fra soggettività e oggettività, da cui scaturisce l’audacia di comunicare con la verità universale attraverso il limite delle propria esperienza. E’ da questo inscindibile e fecondo legame di soggettività e oggettività, grazie al loro rimanere chiaramente distinte e contrapposte, che germoglia l’atto di fede. Il grande albero nasce da un piccolo seme. E il piccolo seme è il frutto del grande albero.
Nulla è soggettivo come il proprio io: è radicale solitudine. Eppure, solo questo io può cogliere il valore oggettivo della realtà, compreso quel fondamento che chiamiamo Dio. Pura soggettività e radicale solitudine!

Eppure amabile comunione con l’universo, nell’universo!
L’Io nobile non s’appoggia sugli altri: è nobile solitudine.
L’Io nobile non si chiude in se stesso: è nobile comunione.”

A giorni le Edizioni Paoline daranno luce a un mio scritto dal titolo: “Passi – diario di un pellegrino Vangelo e Zen”, prefazione di Jiso Forzani.

A tutti una santa Pasqua!
p. Luciano


19 marzo 2018, festa di San Giuseppe, di cui il Vangelo dice tutto con un solo aggettivo: “Giuseppe, suo sposo, poiché era un uomo giusto” (Mt 1,19).

per la gentile cortesia del pittore Giuseppe Siniscalchi (sullo sfondo il Duomo)
(altre opere cfr: http://www.giusart.com/)

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