ven 2 Nov 2018 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Un saluto a tutti coloro che ricevono questa lettera. In questi tempi di roboanti pronunciamenti e di assordanti messaggi e messaggini, condivido con voi un riflessione sul pudore della parola, commentando un brano del Vangelo secondo Marco. Il pudore della parola è il silenzio. Marzio (Firenze) pazientemente ha sbobinato l’omelia da me tenuta nella celebrazione eucaristica a conclusione del ritiro Vangelo e Zen a Firenze domenica 22 settembre. Sarebbe mio dovere apportare il ritocco correttivo al discorso fatto a viva voce, perché nella foga del parlare si possono fare ommissioni o dire cose imprecise. Così è stato anche in questa omelia, ma scelgo di inviare il testo sbobinato senza ritocchi, perché il messaggio è ben comprensibile e là dove si nota una imprecisione sintattica si può alleggerire la lettura con una bella risata. Soltanto preciso che …Esterec… va corretto in …Eckhart. Un grazie sincero a Marzio e alla su bella pazienza (Marzio Brusini <marzio.brusini@gmail.com>).

Sabato 20 ottobre, terzo sabato del mese, è si è tenuto il primo incontro del corso “Toccando il fondo – aprire gli occhi a un nuovo sguardo”, presso la Biblioteca Ambrosiana. Hanno presenziato oltre 50 persone, di cui metà partecipanti consueti, l’altra metà nuovi venuti. A suo tempo sul sito sarà disponibile la ripresa dell’incontro. L’incontro di novembre (giorno 17) avrà come titolo:”La relazione: il grembo dove tutto nasce, cresce, muore”. Chi, pur non avendo potuto partecipare al primo incontro, fosse interessato a prtecipare ai prossimi incontri lo comunichi a Giovanna <giovanna48colombo@libero.it> e sarà il benvenuto – la benvenuta.

Nei giorni 18 e 19 novembre a Venezia, Università Ca’ Foscari, si terrà il: CONVEGNO INTERNAZIONALE A 100 ANNI DALLA NASCITA DI RAIMON PANIKKAR (1918 – 2010). Cliccando qui potete conoscerne il programma. Il convegno coinvolge anche me per la meditazione ed eucaristia domenica 18, e lunedì 19 una testimonianza dal titolo: “Solitudine esistenziale e comunione ecumenica in Panikkar”.

Da ultimo rinnovo il più fraterno saluto a tutti coloro che ricevono questa lettera.
p. Luciano

Alla sinistra, la Casa del pellegrino (Via Bolognese, 50) dove si tengono i ritiri Vangelo e Zen a Firenze.

 

22 Settembre 2018 – Omelia di Padre Mazzocchi sul Vangelo di Marco – Appunti

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Dalla lettera di San Giacomo apostolo   3, 16-4, 3

Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.
Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.

 

Dal Vangelo secondo Marco 9, 30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». 
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 

Sulla lettera di Giacomo: pensate che questa lettera la scrisse ai primi cristiani e quindi già tra i primi cristiani c’erano tutte queste difficoltà, c’era sempre il disgusto per l’arroganza ed ecco allora questo raccomandare la mitezza, la pazienza, la benevolenza.

Al Vangelo allora.

Gesù attraversa la Galilea, ove si trova anche Nazareth e quindi era un po’ la sua regione e siamo già un po’ avanti in quel periodo che lui aveva dedicato all’annuncio del Vangelo e sembra quasi strano che voglia che il suo attraversare la Galilea, la sua stessa terra, rimanesse segreto, raccomandando di non far sapere della sua venuta.

Tutto il Vangelo di Marco è attraversato dalla sua raccomandazione di non dirlo ed è il Vangelo più antico, senz’altro il più vero, il più fedele al comportamento di Gesù, mentre noi missionari siamo i banditori del Vangelo, le inventiamo tutte per far annunciare alle persone, qualcheduno poi può pure mettere su una radio e dal mattino alla sera mettere giù parole sacre. Gesù invece voleva che nessuno lo sapesse e raccomanda, sopratutto, dopo che aveva guarito qualcheduno, di non dirlo a nessuno, e questo proprio nel Vangelo di Marco che è il più antico e termina con la resurrezione e le donne che erano andate al sepolcro ed hanno avuto dall’angelo l’annuncio che era risorto, e fuggirono e prese dalla paura non dissero nulla a nessuno.

C’è un pudore straordinario nel Vangelo di Marco nel non affidarsi al suono della parola, quasi che il suono della parola fosse un ostacolo, mentre il silenzio fosse quell’ambiente dove l’annuncio raggiunge il cuore. Ed ai suoi discepoli annuncia che lo attende la morte e che al terzo giorno sarebbe risorto. Gli ebrei confermavano la morte al terzo giorno, e quindi al terzo giorno la sua morte sarebbe stata proprio completa, ed allora risorgerà. Sembra che questo Gesù l’abbia compreso  se l’ha annunciato ai discepoli e non era ancora partita la congiura contro di lui. Verrebbe da dire: allora aveva questa bella conoscenza della sua missione, ma purtroppo andiamo a leggere nel Vangelo che quando quel tempo arrivò pregava che andasse oltre, che quel calice passasse oltre e poi quando fu sulla croce, mente tante nostre preghiere proclamano che lui sulla croce salvava il mondo, invece ascoltiamo nel Vangelo di Marco che, ha detto una sola parola sulla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”. E non c’era nessun altro Vangelo quando Marco lo scrisse, e se ha scritto quella parola era la più importante. Poi Luca scriverà che ha chiesto il perdono perché non sapevano quello che facevano eccetera. Giovanni dirà che si era preoccupato della sua mamma e che l’ha affidata appunto a Giovanni, ma Marco no. Sono proprio le parole di Gesù che scompigliavano di più la nostra fede, tutti i nostri catechismi, tutte le nostre teologie. Eppure aveva profetizzato che sarebbe morto e risorto. Gesù sapeva tutto questo, ma sempre sotto il velo, il pudore della fede come sappiamo noi, proprio come sappiamo noi. Gesù credeva quando disse: “mi uccideranno ed al terzo giorno resusciterò”, Gesù poneva un atto di fede, e la fede dischiude il suo senso profondo nel tempo, dopo che tu hai creduto senza vedere. Gesù nei Getsemani non vedeva, vedeva soltanto il suo tremore fisico, questo trasudare il sangue, mentre i suoi discepoli erano lì addormentati, lui invece era ben sveglio. Vedeva questo e sulla croce vedeva l’abbandono. Nessun segno che Dio fosse lì. Abbiamo tanto impoverito Gesù dipingendolo di lamine d’oro mentre è così prezioso, così vivo con questa sua fede che lo animava sotto il velo della gracilità umana, proprio come noi.

Nella prima predica che Pietro fa e che è ricordata negli Atti degli apostoli, dice Pietro: “Ha creduto anche nell’abbandono ed allora Dio lo ha resuscitato” mentre tutti i nostri catechismi parlano di un progetto già tutto stabilito, tutto fatto, tutto definito, mentre era fede, fede, fede senza vedere.

Ed ecco che arriva a Cafarnao, si raduna con i suoi discepoli: Di cosa parlavate lungo la strada? Ed essi tacciono. Anche loro erano discepoli sotto il velo della fragilità ed avevano discusso chi tra loro fosse il più grande. Ci immaginiamo Pietro a sgomitare, a me ha detto questo e l’altro…

E Gesù: Chi vuole essere il più grande sia l’ultimo perché l’ultimo è il più grande. Non dice di fare l’ultimo, di fare l’umile, ma di essere umile.

Fare l’ultimo sta molto bene in quella morale di cui abbiamo parlato anche prima dello Zazen, virtuoso io compio queste cose belle perché io sono quello giusto in confronto agli altri. E invece non sono così, non c’è nessuna etichetta, è il primo chi è l’ultimo, colui che serve.

E colui che vive la vita come servizio è nella comprensione del senso della vita .

Dicevo anche quella degenerazione professionale che viene ai sacerdoti: io sono sacerdote e quindi devo dare il buon esempio. L’etichetta. No, non c’è un dare il buon esempio davanti a Dio, c’è ciò che si è. Tu sei ciò che sei, il buon esempio non è un artificio.

E poi ecco questo accogliere un bambino, abbracciarlo. Lo prese in mezzo a loro ed abbracciandolo disse: “chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me, e chi accoglie me accoglie chi mi ha mandato”.

Notate che anche questa frase qua “accoglie chi mi ha mandato” non è perché Gesù aveva in tasca l’attestato di essere mandato dal padre, era la fede.

Questo nostro trovarsi qua così, vedete non abbiamo mai costituito un’associazione od un gruppo che dopo ha come regola ”ogni giorno di fare lo Zazen, ogni giorno di .… ogni giorno di ….”

Lo si può fare, però dopo bisogna mollarlo perché poi arrivi in fondo con quella regola in mano, come dice Eckhart, hai perso Dio, ma hai in mano la regola. Perché questo cammino che compiamo deve rimanere nell’immensità, quindi senza avere dei confini così bene segnati, rigidi, deve essere un cammino che sconfina. Un cammino è un sentiero, deve avere dei bordi, deve avere un qualcosa di molto concreto, però deve anche sconfinare, come alcuni sentieri appena abbozzati in mezzo ai campi oppure su per le montagne. Ma sconfinare non soltanto perché non abbiamo un nome di appartenenza ma anche perché ciò che noi facciamo deve essere così un cammino che si fa nella fede, mai con la sicurezza di essere a posto: “sono a posto, ho messo a posto questo sconfinare”. Ed è questo non avere bisogno di punti rigidi che manifesta la presenza dello spirito in noi. Però contemporaneamente ci vuole concretezza, questo non avere punti rigidi non diventi mai vaghezza, i ciottoli veri poi lasciamoli sconfinare nell’immensa prateria oppure con la nostra barchetta attraversiamo l’oceano, si quella scia certo che deve rimanere ma lasciamola sconfinare nell’immenso. Questi passi concreti devono essere lasciati sconfinare. Vedete, prendiamo le ideologie di oggi. Papa Francesco ha fatto molto per scompaginare quelle visioni rigide però dopo il concilio vaticano secondo c’eravamo messi in testa che eravamo illuminati ed un certo cardinale, che poi ha fatto le sue cosette, diceva che la Chiesa doveva essere la coscienza del mondo intero. Queste frasi così grosse!! Ma certamente che Don Puglisi, come questo missionario che è stato appena catturato in Niger e chissà quante altre persone sono davvero la scienza del mondo, però lo sono sotto il velo dell’umiltà, del silenzio. Pensate la teologia nel mondo politico, prendiamo quello che sta alla casa bianca, lui ci ha i suoi muri, e poi…

E così noi abbiamo i nostri muri. Ma dove stiamo andando? Immaginiamoci: oh, ce l’abbiamo fatta, abbiamo respinto tutti gli immigrati adesso lungo la strada incontriamo solo volti latini, ma saremmo qua innanzi tutto senza tanti servizi, questi ultimi servizi.

Basta che camminiate a Milano alle 5 od alle 6 del mattino, come ho fatto stamattina anche io, e vedrete chi sono quelli che vanno a pulire le vetrine. Di volti bianchi non ne vedrete. E saremmo qua con il nostro problema della mafia, dell’evasione, con tutti i nostri problemi. Però adesso l’ideologia punta li, a creare un bersaglio. Ma dove stiamo andando! Perché i popoli emigrano, perché? Chi può fermare questo, oggi. Prendiamo anche il problema del lavoro, quanto superlavoro per tanti uomini e donne, ma forse più per gli uomini, sono papà, tornano a casa stanchi, qualche brontolio e poi i matrimoni si inaridiscono e vorremmo che anche la domenica ci fosse quel supermercato perché se per caso io avessi dimenticato di comprare il pepe possa andare a comprarlo. Ma dove stiamo andando, cosa stiamo costruendo, quale è la visione oggi? Sembra che andiamo quasi ad innalzare una bandiera a mezz’asta che l’umanità è arrivata alla fine della sua storia. Dove è energia nuova che lascia il presentimento di un tempo nuovo, di una resurrezione, di una novità di vita?

E’ tornato un mio confratello dal Mozambico e lui mi ha parlato tanto bene di quel paese che ha accolto tutti i bianchi cacciati via dalla Rodesia, dal Malawi eccetera e dove si instaura questa vivace frenesia di costruire scuole eccetera eccetera. Poi faceva vedere i tre missionari che sono il parroco congolese, il viceparroco è messicano e lui, il secondo aiutante, è italiano, con 300 cappellanie fatte di paglia, e però una grande festa di questi bambini e poi una bella scuola costruita. Forse la gemma del futuro è proprio li, in questi paesi ultimi.

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