Mer 24 Lug 2019 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Milano, luglio 2019

Carissimi, vi auguro il sollievo della brezza di montagna o di mare a lenire la calura e a confermarvi nel vostro affetto alla vita. In allegato trovate una lettera piuttosto lunga. Potete leggerla anche a puntate ma, ne sono convinto, merita di essere letta e anche meditata.
Grazie!

Avvisi: nel mese di agosto sono sospesi i consueti appuntamenti di ritiri e di altro a Milano, a Desio e altri posti. Sospesi ritiri e incontri pre-programmati, tuttavia dal 13 agosto accoglierò volentieri che volesse venire a condividere una o più giornate nella sede di Via Palermo 11, Milano, sia per lo zazen e il vangelo, ma anche per un incontro di reciproca conoscenza. Alcuni ne hanno già fatto richiesta e, siccome per il limite del posto è importante coordinare in antecedenza, vi chiedo di contattare telefonicamente (cell. 338.1011101). A fine agosto o al più tardi all’inizio di settembre invierò il programma dettagliato del nuovo anno (settembre 2019-agosto 2020). L’anno prossimo intediamo curare due filoni di cammino: 1) gli incontri quotidiani e il ritiro settimanale di zazen e vangelo soprattutto nella nuova sede di Milano, 2) due corsi di conoscenza e di approfondimento, uno su Ildegarda da Bingen che si terrà alla Biblioteca Ambrosiana (da settembre la campagna iscrizioni) e un’altro di approfondimento del concetto e dell’esperienza del vuoto (il tema conduttore del corso dell’anno passato) che sarà curato da Francesca Sambataro e Riccardo Donelli. Tutto sarà in dettaglio a inizio settembre.

Curiosità: il 21 e 22 agosto darò il mio contributo con testimonianze sul dialogo interreligioso Vangelo e Zen nel meeting di Rimini dove pure sarà allestita una mostra sul Vangelo nella Terra del Sol levante dal 16mo secolo a oggi, con al centro la straordinaria testimonianza di Nagai Takashi, il medico promosse la ricostruzione di Nagasaki e della sua cattedrale distrutte dalla bomba atomica. Nella mostra farà pure la sua parte la statua di Maria Kannon che trovate nella lettera allegata.

Dal 1 al 10 d’agosto durante il giorno non porterò con me il cellulare, ma potete sempre lasciare un messaggio che volentieri leggerò ogni sera. p. Luciano


Alcune settimane or sono, una signora mi chiese se potevo ascoltare quanto da tempo turbava la sua anima. Mi disse di aver già partecipato a qualche ritiro Vangelo e Zen, ma che quella era la prima volta che mi chiedeva un colloquio. Si presentò dicendomi che da anni segue un cammino spirituale praticando la meditazione e la preghiera; due pratiche che lei ama sintetizzare in una sola parola: contemplazione. Autrice di libri sulla via spirituale, ama comporre poesie. Mi disse che l’esperienza religiosa in lei si faceva poesia attraverso la sua femminilità, come se questa, la femminilità, fosse la corda del violino che, toccata da una mano invisibile durante la pratica religiosa, lasciasse vibrare onde poetiche. In onda poetica anche il dolore.

Ed ecco quanto da tempo turbava intensamente la sua anima: profondamente cristiana, ormai nel cristianesimo sentiva se stessa in esilio. Vi sentiva in esilio la sua femminilità. “Ugualmente – disse – mi sentirei in esilio anche nelle altre religioni. Le religioni sono maschili, e la donna vi è impiegata solo come colf”. Mi raccontò che non aveva avvertito tale disgusto da giovane, quando la sua femminilità era agitata dagli umori della crescita. In primavera tutto verdeggia. Ma ora, attraverso l’esperienza degli anni, la sua femminilità si era raccolta nella sua essenza. E l’essenza, se non vi si aggiunge o toglie nulla, dal suo intimo lascia vibrare onde poetiche, come da un frutto maturo il suo delicato profumo. La Chiesa le sembrava un edificio in cui il rombare maschile non lasci spazio al vibrare delle onde femminili. Tutto vi è già acquisito, già definito, già concluso. Il suo catechismo è come un bosco di alti alberi, ma senza alcun sottobosco. Dogmi senza poesia. Vi manca lo spazio vuoto del non conosciuto, dell’ombra e, quindi, l’esperienza dei raggi di sole che, filtrando dai rami degli alti alberi, si posano lievi sulle spine e sui fiori dei cespugli e sui ciotoli del sentiero. 

Ascoltai il suo lamento in silenzio. Ma non era affatto un semplice rispetto formale; tacevo perché sentivo vere le frasi che stavo ascoltando. La mia mascolinità annuiva. Forse, da giovane, non avrei dato peso al lamento femminile; ma con gli anni la natura umana matura come maturano i frutti. Allora le differenze si fanno profumi, sapori, colori in reciproca armonia. Il ritrovare ciascuno la propria essenza permette a questa, alla propria essenza, di comunicare con l’altro, senza la bramosia di volerlo afferrare. Ho cercato di consolare tanti anziani vedovi (come anche di anziane vedove) che dopo la confessione sacramentale mi hanno confidato la tristezza del loro stato di vedovanza. Le mie parole consolatorie furono solo briciole, perché le parole di un prete non possono sostituire la sposa che non c’è più, o lo sposo che non c’è più.

Sia la donna sia l’uomo hanno due mammelle nel loro petto, appena abbozzate quelle dell’uomo, prominenti e turgide quelle della donna. Perché anche l’uomo ha le mammelle? Non spremono una sola goccia di latte! Il Davide di Michelangelo, le sue mammelle senza una goccia di latte, le mostra come segno di fierezza maschile. Il maschio non ha il tempo per allattare un infante, ma deve operare, raggiungere profitti. Ildegarda di Bingen scrive: “In questa parte, nel petto, l’uomo manifesta la sua potenza, e in questa stessa parte la donna allatta i bambini che non possono nutrirsi di cibo solido” (da “Il libro delle opere divine”, quarta visione). Nelle differenti mammelle della donna e dell’uomo, la differenza delle loro nature. Ildegarda direbbe: la differenza delle loro anime.

“Nel Cristianesimo Dio è maschile; maschile pure come Padre, pure come Figlio e perfino come Spirito, anche se il termine originario è ruah, ossia aria”. La signora, approfittando del mio silenzio, continuava il suo discorso elencando i tanti e tanti esempi di predominio maschile nella Chiesa. Il sacerdozio, attravverso cui sono conferiti i sacramenti della grazia, è quasi tutto maschile; la donna può solo celebrare il sacramento del matrimonio attraverso il suo Sì, dopo che lo sposo ha detto il suo, e conferire il battesimo in casi di urgente necessità. Eppure la mammella maschile, che esprime vanto di fortezza, è sterile del caldo latte che nutre i bambini. Molti catechismi ed espressioni dogmatiche sono mammelle maschili. Vanto di forza, ma sterili di latte caldo e nutriente. Di quel latte caldo ne hanno bisogno i bambini che devono crescere, ma anche gli adulti che, lungo la via degli anni, fanno ritorno a essere bambini. 

In questi giorni nella infuocata Piazza Duomo di Milano capita spesso di vedere donne musulmane che si aggirano sepolte nel loro nero burqa, mentre stringono la mano del loro bambino che non può vedere il volto della sua mamma. L’uomo, il marito e padre del bambino, cammina solenne con la camicia aperta a far mostra della sua mascolinità. Perché? Anche nel Buddhismo, in un assemblea di monaci e monache, il monaco più giovincello siede prima della monaca più anziana, forse centenaria. Perché? Da dove questo indiscusso predominio maschile anche in religione, dove si predica la via della giustizia, della pace e della gioia?

Oggi sono in atto tanti cambiamenti di leggi e di costume che declamano il riconoscimento alla donna degli stessi diritti che all’uomo. Ma questo gli stessi diritti dell’uomo nasconde pur sempre lo scontato predominio dell’uomo che rimane il punto di confronto e di arrivo. La storia è costellata di donne che hanno rappresentato le vette più sublimi dell’umanità maturata a poesia, ad armonia, a pace, a perdono, a bellezza, a fortezza. Tutte queste donne furono libere dal sentire il bisogno di posizionarsi sopra o sotto l’uomo. Furono se stesse. La Chiesa cattolica ne è ricca: Ildegarda di Bingen, Angela da Foligno, Caterina da Siena, Brigida di Svezia, Teresa d’Avila, Teresa del Bambin Gesù, Edith Stein e tante altre. Una di queste, Margherita Porete, fu messa al rogo a Parigi il lunedì dopo la Pentecoste, 1 giugno 1310, davanti all’imperterrito teologo e grande inquisitore Guglielmo Humbert. La gente popolana di Parigi assisteva con le lacrime agli occhi. La Editrice San Paolo ha pubblicato “Lo specchio delle anime semplici”, la raccolta dei suoi scritti. Gocce di libertà e di amore per l’arido mondo d’oggi.

Concludo questa lettera estiva, che a ragione sarà ritenuta bizzarra da non pochi di voi, con una considerazione che sempre più si fa convinta dentro di me. Eccola: è il dubbio sul sistema logico con il quale nei secoli abbiamo voluto comprendere o, meglio, afferrare il nucleo della realtà. Tale sistema ha un punto di partenza accettato acriticamente, imposto dal predominio del petto maschile su quello femminile. Il petto maschile asciutto ed eretto, simbolo di individualità forte e autosufficiente, si impose su quello femminile le cui mammelle, turgide di latte, ripiegano verso il basso. Ai figli fu dato il cognome del padre. Così ciò che sta in alto s’è imposto come preminente su ciò che sta in basso, il Nord sul Sud, la ricchezza sulla povertà, l’eternità immutabile sul tempo che scorre, l’individualità che emerge sulla relazione che tiene tutti uniti.

La forza, vanto del maschio, è stata posta a punto di partenza del pensiero, come a criteriop della verità. Nacque così il concetto di perfetto, di slegato, di trascendente, di assoluto. Quanto, invece, è legato ad altro è imperfetto. Quanto è legato, relazionale, è solo l’ombra della sua idea perfetta che dimora altrove, sciolta, immutabile, fine a se stessa. Così l’altrove divenne la vera realtà, mentre il qui decadde in fenomeno contingente e precario. Molti, quell’altrove, lo chiamarono Dio. Il Dio dalle mammelle maschili, l’assoluto, l’onnisciente, l’onnipotente. Eppure tutti siamo nati dal seno di una donna e abbiamo succhiato le sue mammelle turgide di caldo latte. E perché all’origine dobbiamo metterci l’assoluto, lo sciolto? E non il relativo? Ma c’è l’uno separato dall’altro? E se l’onnipotenza fosse proprio in quella goccia di latte che l’infante succhia dalla mammella della sua mamma?

“Sono del parere che sia più interessante scoprire cosa c’è lungo il cammino che guardare quello che potrebbe esserci oltre la meta”. E’ una frase che ho letto oggi da un libro intitolato “Il guardiano della collina dei ciliegi”. Narra di un atleta giapponese inviato dall’imperatore Meiji a competere per la medaglia d’oro alle Olimpiadi 1912 a Stoccolma. Primo e a qualche chilometro dal traguardo, quindi ormai sicuro della medaglia, si fermò a bere un bicchiere di succo di frutta offetogli da uno spettatore con handicap fisico. Bevve un secondo bicchiere e lì s’addormentò. Quando si svegliò la maratona era finita. Sconfitto e ormai uscito dalle aspettative dell’imperatore e dei giornalisti, cominciò a vagare libero dall’onere di dover vivere per raggiungere un traguardo. E la vita divenne poesia di sudore, di lacrime, di sorrisi. Quel dire faccio questo per andare in paradiso, oppure …per la gloria di Dio, quel facile mettere tutto a posto con una frase spegne la vena poetica della vita e ne fa una litania prosastica. Uno potrebbe mangiare una fetta di carne di agnello o di vitello senza provare alcuna emozione. Gli basta dire: Dio li ha fatti per noi! L’eremita Adriana Zarri soleva guardare negli occhi la gallinella che con le sue mani immolava per la nutrizione umana. Occhi umidi fissi in occhi umidi.

Termino questa lettera, che a buona ragione non pochi di voi riterranno bizzarra, citando la considerazione di Ildegarda sui due cerchi cosmici, quello del cielo e quelo della terra: “Il cerchio superiore pervade come col suo fuoco tutti gli altri; il cerchio umido, invece, irriga tutti gli altri come col suo umore; perché l’elemento superiore, cioè il fuoco, sostiene con la sua forza incandescente tutte le altre cose, mentre l’elemento acquoso, con la sua umidità, immette in esse la fecondità verdeggiante” (da “Il libro delle opere divine”, seconda visione della prima parte). Il solo fuoco desertifica, la sola umidità ammuffisce.

Il corso del prossimo anno ci condurrà a conoscere Ildegarda di Bingen, donna, monaca, danzatrice, guaritrice, musicista, artista dei colori dei cristalli e dei profumi delle erbe, santa.

Recito quotidianamente l’Ave Maria. E’ una preghiera che sconvolge gli adoratori del Dio assoluto, tutt’altro che bisognoso del seno di una donna e delle sue mammelle. “Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora e nella nostra morte…”.  E una goccia di latte materno mi dà forza e riversa tenerezza in questa tappa avanzata del mio cammino.

p.Luciano

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