Sab 29 Feb 2020 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

Venerdì 21 febbraio. Caterina, una giovane che frequenta il corso di filosofia alla Statale, venuta alla sede Vangelo e Zen per offrire la sua prestazione volontaria al riordino della biblioteca, mi ha raccontato il sogno fatto nella notte. “Che vorrà dire?”, mi chiese. Non trovai la risposta, ma quel sogno mi ha accompagnato in questi giorni, come se ogni fatto che accade me lo richiami, riponendomi la domanda: “Che vorrà dire?”. Con l’assenso di Caterina racconto con parole mie il suo sogno.
“Ho sognato di essere entrata in una chiesa per partecipare alla messa. Appena entrata mi meravigliai di vedere attorno a me solo bambini. Non solo! Anche il sacerdote celebrante era un bambino. Una celebrazione eucaristica di soli bambini! Quando mi accostai per fare la comunione, il sacerdote bambino al posto dell’ostia versò alcune gocce d’acqua nel palmo della mano che avevo teso. E mi disse: “…è la comunione del digiuno!”.
La prima volta che Caterina venne allo Zazen e all’ascolto del Vangelo fu una sera di gennaio. Da allora settimanalmente viene sia per la pratica religiosa, sia per offrire un servizio volontario alla biblioteca dell’associazione che, dopo le tante transumanze, chiede riordino e cura. A parlarle di Vangelo e Zen la prima volta fu il professore di filosofia che aveva notato il suo profondo interesse alla spiritualità. “Alcuni anni fa uno studente che aveva lo stesso interesse frequentava un posto dove si pratica lo Zazen e poi si ascolta il Vangelo. Quello studente adesso studia in Germania”, commentò il professore. Con queste scarne indicazioni Caterina, con la genialità dei giovani, riuscì a trovare questo nostro posto. Ultima tocco della sorpresa: Isacco, lo studente accennato dal professore, e Caterina avevano frequentato lo stesso liceo a Pistoia e poi la stessa facoltà di filosofia a Milano.
“Questa goccia d’acqua … è la comunione del digiuno”. Questa frase, che non avevo mai sentito nè mai pronunciato prima di ascoltare il sogno di Caterina, in questi giorni ha funzionato in me come un perno catalizzatore: mi è apparso come se tutto ciò che in questi giorni sta accadendo e anche ciò che è accadduto prima, evocasse questa frase, e questa frase, evocata, evocasse a sua volta la domanda: “Che vorrà dire?”. E, quindi, la domanda a evaporare nella non risposta. Così scorrono le gocce d’acqua.
Sono prete e saldamente credo e professo la comunione nel pane e nel vino consacrati nel corpo e nel sangue di Cristo. In questi giorni a Lodi, Piacenza e Milano i rispettivi vescovi hanno proibito la celebrazione eucaristica con il pane e il vino. Che sia, forse, il tempo della comunione del digiuno? Ma se mi rimanesse qualche rammarico, sarebbe invece la comunione del lamento. Alcune suore francescane di Maria, francesi, dottoresse degli occhi, hanno scelto di vivere nel Sahara lungo la via delle carovane, per pulire gli occhi dei bambini dalla sabbia che il vento sbatte implacabile su ogni cosa. Senza quella cura, molti bambini rimarrebbero ciechi. Da Mazara del Vallo, dove mi era affidata la direzione della Caritas diocesana, mi recai due volte nel profondo deserto a far visita alle suore francescane dottoresse degli occhi e portare loro il nostro sostegno. Ovviamente abbiamo celebrato l’eucaristia consacrando il pane e il vino nel corpo e nel sangue di Cristo. “Quando ci fa visita un sacerdote abbiamo la messa anche qui nel deserto, ma molte annate non viene nessuno. Comunque a Natale e a Pasqua, due volte l’anno, chiudiamo tutto per una settimana e andiamo a messa a Gabes, la cittadina tra Tunisia e Libia dove c’è la chiesa più vicina. A Parigi avevamo la messa tutti i giorni in casa, tuttavia qui nel deserto ci pare di andare a messa di più che a Parigi, anche se ci andiamo solo due volte l’anno”. La comunione del digiuno! All’ingresso del mini-convento nel deserto erano appostate tre mini-cisterne: quella superiore conteneva l’acqua limpida da bere o cucinare, in quella mediana l’acqua riciclata per un secondo uso, in quella inferiore l’acqua ri-ricilata per la pulizia del pavimento o del bagno. Tutta l’acqua usata confluiva in una fossa scavata nella sabbia del giardinetto per l’ultima depurazione. Ne beneficerà il piccolo palmeto.
“Questa goccia d’acqua è la comunione del digiuno”.
Un piccolo batterio si diffonde e la seconda potenza industriale del mondo, la Cina, è in affanno. Qui a Milano, il piccolo batterio sfuggito al controllo è riuscito a far sospendere le partite di calcio della prima serie, e a far chiudere la Scala e anche il Duomo. Nelle stupende chiese milanesi, oggi, nessuna celebrazione eucaristica con il popolo. In cambio, aumentano le persone che nella chiesa vuota di celebrazioni liturgiche si fermano a pregare in silenzio e ad accostarsi al confessionale. “Padre mi può fare la comunione lo stesso anche se non c’è la messa?”. Così oggi un fedele rivolto a me seduto nel confessionale. Un giorno avrei assecondato volentieri tale richiesta o, forse, l’avrei anche promossa.
Una sola giornata senza la comunione dell’ostia mi sarebbe sembrata carente. Oggi, grazie anche alla visione eucaristica evocata dal Concilio, promuovo la comunione del digiuno come altro modo ugualmento santo di fare la comunione, di volta in volta lasciandoci dire dalla situazione quale comunione accogliere. Io prete potrei celebrarmi la mia piccola eucaristia, solo con me stesso. Così scelsi nel passato. Ma oggi preferisco fare la comunione del digiuno con le suore francescane di Maria del Sahara. Mi sento più libero e cattolico, ossia universale, un po’ meno lontano dai cattolici nascosti del Giappone che, in dispetto alla persecuzione dello shōgun, conservarono la fede senza la presenza di alcun sacerdote per oltre duecento anni. Senza la comunione dell’ostia consacrata, soltanto la comunione del digiuno! La goccia d’acqua è una bella immagine della fede. Nella palma della mano si raccoglie nella forma di una piccola sfera. Ad ogni movimento della mano oscilla, perde la sua forma e quindi la ritrova. I raggi del grande sole la penetrano e vi prendono dimora senza ferirla. La vorresti rinchiudere nel tuo pugno per possederla. Riapri il pugno ed, ecco, è evaporata. Dove? Nella libertà.
p. Luciano

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