Lun 14 Set 2009 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

Vangelo secondo Giovanni 3, 1 –13

13 settembre 2009

Tra i farisei incalliti nelle loro sicurezze, i quali quando i dubbi si affacciavano alla loro mente li respingevano via come clandestini fastidiosi e aggressori, ce n’era uno che invece che li lasciava entrare nella sua anima e si confrontava con loro. Al punto che era giunto a sentire più clandestine le vantate sicurezze, che i dubbi che gli circolavano nell’anima. Nicodemo – questo è il suo nome – una notte fece visita a Gesù ed esordì con delle lodi verso il maestro, ma Gesù non si curò del cerimoniale; anzi, subito pose il dito sulla cancrena della condotta farisaica. I farisei presumevano che la perfezione sia qualcosa che uno può raggiungere nel tempo e nello spazio: una perfezione raggiunta con l’osservanza di una serie di regole. Ovviamente ritenevano se stessi come i detentori di questa perfezione. Un proverbio giapponese molto citato dice: la rana del pozzo vive contenta perché non ha mai visto il mare (i kawazu umi wo shirazu). Chiunque si presume perfetto si rinchiude nella sua idea di perfezione e vi si fossilizza. La cancrena dei farisei era, quindi, quel loro profanare l’infinito con uno schema finito da loro confezionato, a cui davano il nome di osservanza biblica, culto del tempio, cultura del popolo eletto. Pensavano che Dio fosse il risultato dei loro ragionamenti, anziché il balzo oltre i loro ragionamenti. Pensavano che la pace fosse la quiete, anziché il cammino. Gesù mette il dito sulla cancrena dei farisei e dice: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Rinascere dall’alto corrisponde a mollare i propri bloccaggi e buttarsi nel vuoto. Queste parole di Gesù sono un inno sacro al mistero della morte: solo chi muore, non a qualcosa ma a tutto, rinasce.

Ogni uomo ha dentro di sé la tentazione farisaica: si affeziona alle sue sicurezze e caccia via come clandestini i dubbi. Teme il buttarsi nel vuoto. Questa tentazione si fa più forte quando si tratta del cammino religioso, perché nulla è più passibile di sovvertimento della religione. Infatti, basta sostituire il genuino concetto di religione come porta che apre con quello di porta che chiude, e la tentazione spadroneggia. Il termine Dio viene usato per tappare l’anima, anziché per aprirla. Così Dio, di cui Giovanni testimonia: “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18 – 1 Gv 4,12), decade nel dio delle proprie misure e delle proprie posizioni. Dio diventa la mia sicurezza, anziché la mia liberazione.

Nicodemo vuole comprendere le parole di Gesù senza buttarsi nel vuoto e interpreta il rinascere come un rientrare nel seno della propria madre o di un’altra donna, un po’ come tante teorie sulla reincarnazione. La reincarnazione è la rinascita senza morire del tutto: rimane infatti quel nucleo di “io” che si riveste di carne e ossa forse in un altro seno di donna. Questo morire del tutto o no, pone la grande differenza fra reincarnazione e risurrezione. “Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore” scrive Paolo (1 Cor 15,36).

Morire del tutto, senza lasciare traccia è la porta che immette nella novità di vita, nel regno di Dio. Quanto è difficile! Sì, ma anche quanto è facile! Al soffio dello Spirito la barca salpa lieve sulle onde del mare. “Il vento soffia dove e come vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”, dice Gesù a Nicodemo. Sì, noi facciamo fatica; ma non è la fatica dell’entrare, ma quella del lasciare.

Possa la Villa Vangelo e Zen essere principalmente un luogo dove ci si libera. Sì, perché può decadere in un luogo dove ci si appesantisce di scontentezze verso la propria cultura e su quelle scontentezze, per camuffare, si indossano paludamenti di un’altra. Auguri!

p.Luciano
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