mar 1 Nov 2011 Scritto da Pierinux AGGIUNGI COMMENTO

lettera

Vangelo e Zen

Vangelo secondo Luca 24, 36-49

Ma ci vogliono ancora i missionari?

Mi permetto di cogliere dal Vangelo di domenica 23 ottobre, che riporto alla fine della lettera, una riflessione un po’ particolare, perché la quarta domenica di ottobre, nella chiesa cattolica tradizionalmente è dedicata all’opera missionaria. Inoltre nella stessa domenica, 23 ottobre, Guido Conforti vescovo e fondatore della mia famiglia missionaria, i Missionari Saveriani, è stato riconosciuto ufficialmente dal papa come uomo e cristiano santo. Quindi, mi sento in dovere di offrire una riflessione sulla vocazione e sull’opera missionaria.

Non poche volte, soprattutto da parte di chi è giunto a conoscere e ad apprezzare il valore religioso e salvifico del Buddismo, mi viene rivolta questa domanda: Occorrono ancora i missionari cattolici? In particolare i missionari che vanno in Giappone? In genere chi pone questa domanda ha a monte l’immagine del missionario fomentata proprio da noi missionari stessi, della quale poi spesso siamo vittima, ossia che il missionario va a portare la civiltà nelle plaghe umane ancora sottosviluppate. Quindi sorge spontanea la domanda: Che senso ha mandare dei missionari cattolici in Giappone?

Alcuni giorni fa’ un caro amico monaco dello Zen, mi ha comunicato una notizia curiosa. Eccola: in Giappone un’agenzia seria di statistiche ha attuato un sondaggio ponendo a giapponesi di varie estradizioni ed età la la seguente domanda: In caso di difficoltà esistenziali lungo il percorso della tua vita con chi vorresti confidarti per averne un consiglio e un conforto? La risposta poteva spaziare dai genitori, agli insegnanti, agli psicologi, ai ministri di una qualsiasi religione, al partner, agli amici più fidati. L’esito dell’inchiesta vede il missionario cattolico al primo posto. Eppure in Giappone i battezzati cattolici assommano a quattro o cinque su mille, un’ennesima porzione del grande e variegato popolo giapponese. Questo risultato sorprende anche me, non ostante che già ai miei tempi se ne poteva cogliere il sentore dalle tante e tante coppie di fidanzati non battezzati che chiedevano di poter celebrare il rito matrimoniale in chiesa. Non era una moda; era una vera attrazione.

Alcuni scrittori, i cui libri tuttora sono best seller in Giappone, hanno contribuito molto a rendere familiare il missionario cattolico ai giapponesi. Cito due saggisti e romanzieri: Endō Shūsaku (1923-1996) e Sono Ayako (1931 – vivente). Il prete o missionario cattolico è un personaggio immancabile nella loro produzione letteraria. Nei loro romanzi palpita l’umanità del prete, il quale sperimenta nella stessa sua carne sia la debolezza umana sia la grazia divina, come due nature in un’unica natura: l’esistenza umana. Accenno a due figure di missionari descritte da Endō e da Sono. La prima è quella del missionario protagonista del romanzo storico “Il samurai” di Endō. Pubblicato in italiano da Rusconi (1983), oggi è introvabile. La biblioteca Vangelo e Zen ne ha una copia disponibile per il prestito, con il rigoroso obbligo della restituzione. Anno 1613: Velasco – nome del missionario – parte dal Giappone alla volta della Spagna via Messico, accompagnando un drappello di giapponesi con a capo un samurai. L’obiettivo era quello di coinvolgere la Spagna con la benedizione del papa ad intervenire in Giappone per deporre lo shōgun Hidetaka, figlio di Ieyasu, ostile verso i missionari e i cristiani. Velasco portava con sé il fardello delle sue esaltazioni religiose: sognava con questa impresa di essere eletto vescovo del Giappone divenuto cattolico. Tutto faceva presagire il successo. Invece, al suo rientro, Velasco trovò solo la notte della persecuzione. Il miraggio del trionfo della fede con le armi spagnole era del tutto fallito. Velasco fu imprigionato e condannato a morte. Il samurai che guidava il drappello, non ostante la benedizione avuta dal papa, per salvare la vita rinnegò la fede. Si sforzava di fare l’apostata, tuttavia non riusciva a dimenticare il viaggio condiviso col missionario. S’accorse che stava fingendosi apostata. Quando seppe che il missionario era stato condannato a morte, decise di condividere con lui anche la conclusione del lungo viaggio della vita. Professò di nuovo la fede e morì martire. Endō ha ammirato Bernanos, di cui si sentiva discepolo; ma ha descritto in modo più fine le sfumature del rapporto debolezza e grazia. Il giapponese riconosce nel sacerdote cattolico un maestro che non gli cammina davanti, ma gli sta di fianco, un maestro che gli parla con la sua umanità, senza doverla decorare, ma lasciando vedere le sue cicatrici, a loro volta guarite grazie al calore dell’umanità di qualcun altro. “Saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”. Il prete missionario non ha che questo da testimoniare: la risurrezione nel perdono. Per un giapponese il perdono verso gli altri è anche possibile; ma verso di sé è quasi impossibile. La compagnia di uno che è specificamente testimone e ministro del perdono gli è molto preziosa.

Sono Ayako, fra le tante opere ha scritto un romanzo dal titolo “Le mani sporche di Dio”. E’ edito in italiano da Spirali /Vel, forse è ancora in commercio, comunque una copia si trova nella nostra biblioteca, disponibile sempre con la rigorosa garanzia di ritorno. Il romanzo intreccia vari episodi in cui un sacerdote si trova a tu per tu con la debolezza umana: la comprende e con la sua vicinanza vuole contribuire alla sua redenzione. Il titolo del libro viene da un episodio narrato nel libro. Un giovane giapponese per la prima volta entra in una chiesa e si trova davanti a un quadro che raffigura Gesù, il falegname di Nazareth, con le mani sporche dal lavoro. Il giovane ritiene le mani sporche un’offesa alla figura santa del Cristo, che i cristiani dicono essere Dio. Il sacerdote gli risponde: “Quando lavorano, però, anche le mani di Dio si sporcano! Se non fossero sporche, in realtà, non avrebbero lavorato…”. Il prete svolge la funzione delle mani sporche di Dio. Credo che il giapponese sceglie di confidare le sue difficoltà esistenziali al prete cattolico perché vi intravede la mano sporca di Dio che lavora nel fango dell’esistenza, senza disgusto.
Ricordo un altro particolare da un libro di Sono che ora non riesco a individuare. Dice che un sacerdote quella sera non aveva nulla da dare in cibo ai kingyo (pesciolini rossi) che teneva in casa. Si ricordò delle ostie nel tabernacolo e, convinto che Gesù glielo ordinasse, andò a prenderle e le spezzò ai pesciolini. Del resto, come dice il Vangelo di oggi, Gesù mangiò il pesce arrostito, quindi anche i pesciolini hanno il loro diritto… “Prendete e mangiatene tutti…”, disse.

Il vangelo che viene letto in questa domenica nelle chiese di rito ambrosiano ci presenta l’ultimo incontro di Gesù coi suoi discepoli, prima di salire al cielo. “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate”. Il gesto di presentare le cicatrici delle sue ferite è l’ultimo che Gesù compie davanti ai suoi discepoli, prima di salire in cielo. E’ un gesto umanissimo. Qui Gesù è compagno e maestro assieme. “Il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”. Gesù è maestro attraverso le sofferenze della sua umanità: insegna il Vangelo del perdono mostrando le ferite ricevute e rimarginate. La mano che riceve e dà perdono si sporca. Le mani sporche di Dio! Come potrebbe uno che si sente sporco, avvicinarsi a chi non ci sta a sporcarsi le mani?

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

P.Luciano

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